Lunedì 20 Ian McEwan ha incontrato i lettori italiani durante due incontri a Torino. Alcuni articoli raccontano quegli incontri e il nuovo libro di McEwan, Nel Guscio. Ad esempio Luca Sofri sul Post scrive:

Ian McEwan ora ha un po’ paura di nuotare, e pensa sia la vecchiaia, si diventa più consapevoli dei pericoli. Lo racconta in una stanza della sede Einaudi a Torino, dove nel pomeriggio ha risposto alle domande di un gruppo di blogger e instagrammer di libri, mediamente con un terzo della sua età. Lui ne compie settanta l’anno prossimo e ha voglia di una vacanza, dice. Anche se c’è questa cosa del nuoto, che una volta faceva bracciate e bracciate arrivando al largo, non vedendo più la costa, e ora si sente meno sicuro: «preferisco nuotare parallelo alla riva». Pensa anche che sia colpa della letteratura, le paure che abbiamo, e di tutte le storie che leggiamo: conveniamo che se non ci fosse stato “Lo squalo”, gli squali non sarebbero mai diventati così spaventosi e presenti nella nostra immaginazione marina. Lui ne ha visto uno mentre era in acqua, una volta: un “reef shark”, quasi mai pericoloso. «Ma me lo hanno spiegato dopo». Un’altra volta ha preso un windsurf ma non sapeva manovrarlo e così è andato dritto al largo per qualche chilometro, prima di decidersi a buttarsi in acqua: è andata a recuperarlo sua moglie con una barca.

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The Catcher, il magazine della Scuola Holden, intervista McEwan su un sentimento diffuso della nostra epoca: il risentimento.

Cos’è il risentimento?

Penso che sia un’emozione strettamente collegata alla rabbia. Se dovessi definirlo, potrei dire che il risentimento è una forma di rabbia sostenuta. In altre parole è una rabbia che si fa cronica e perdura nel tempo. Può essere fredda, non esplicitata, oppure diventare “calda”, fare grande rumore e trasformarsi in violenza. Non è strano che il risentimento, anche quando è freddo, conduca a un’esplosione, come fosse una pentola a pressione.
In un certo senso, quando mi chiedete se è un sentimento moderno, state già rispondendo parzialmente alla domanda, perché partite dal presupposto che ora ce ne sia più di prima. Non ho spiegazioni per questa escalation.

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Sempre su The Catcher c’è il racconto della serata passata in compagnia di McEwan.

«Sembra di trovarsi davanti alla Commissione Europea», sussulta McEwan varcata la soglia. Sì, l’idea è quella. Deve sembrare ancora più inquietante, da fuori.

Siamo all’Einaudi, in via Biancamano, a Torino. Sede storica della casa editrice che, negli anni, come sappiamo, ha visto passare molti dei più grandi autori del nostro tempo. Oggi è il giorno di Ian McEwan, in città per presentare il suo ultimo romanzo, Nel guscio (Nutshell, in originale). Un romanzo breve, quasi un monologo, narrato da un punto di vista molto particolare: quello di un feto di nove mesi, confinato nel grembo materno.

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Mentre su Minima et Moralia Nicola H. Cosentino si sofferma maggiormente sul romanzo e il suo posto nell’opera di McEwan.

Difficile che uno scrittore occidentale dica del proprio ultimo lavoro, pubblicato nel 2016 e commercialmente spendibile come un thriller, che «è un inchino alla poesia». Quasi impossibile, poi, che la voce narrante del soliloquio di pura percezione che sostiene questo inchino sia un essere cieco e non senziente; un personaggio più rischioso, a ben vedere, della Helen Keller bambina: un feto.

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Ancora su Minima et moralia, troviamo un’intervista allo scrittore inglese.

Uno scarto vertiginoso, e vigoroso, nella carriera di McEwan che, abbandonate le meravigliose cupezze-stranezze degli esordi, aveva adottato un realismo corroborato da meticolose ricerche. Ed era finito nei programmi delle scuole superiori britanniche con Espiazione, del 2001. «Mi serviva una vacanza, un jeu d’ésprit.  Il romanzo precedente, La ballata di Adam Henry, aveva richiesto molto lavoro di documentazione, ore e ore in tribunale a parlare con magistrati e avvocati. Avevo bisogno di uno spazio di libertà».

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Sul «New York Times» Hisham Matar – fresco vincitore del prestigioso PEN 2017 – scrive di come «i libri possano portarci dove Donald Trump non vuole che andiamo».

Quante volte, e in modi che non sembrano richiedere il mio consenso, mi sono ritrovato all’improvviso trasformato in un russo, un francese o un giapponese? Quante volte sono stato un contadino o un aristocratico? Quante volte sono stato una donna? Sono stato libero e imprigionato, omosessuale, disabile, anziano, amato e odiato.

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Cosa raccontiamo alle bambine? Su «Studio» Anna Momigliano affronta due libri usciti di recente, Cara Ijeawele. Quindici consigli per crescere una figlia femminista e Storie della buonanotte per bambine ribelli: 100 vite di donne straordinarie.

Quando mia figlia ha iniziato la prima elementare, sono stata convocata dalle maestre: la bambina correva nei corridoi. Forse, hanno suggerito, sarebbe stato il caso di incoraggiarla a giocare con le altre bambine, che sono più tranquille, mentre lei in quel periodo preferiva la compagnia dei maschietti. Mi sono scusata, ho detto alle maestre che le avrei spiegato che non si fa, dopotutto, pensavo, è normale che i bambini, fosse per loro, correrebbero dappertutto, ma è anche giusto che gli adulti gli facciano capire che il corridoio della scuola non è il posto appropriato per farlo. Davanti al suggerimento di incoraggiare mia figlia a giocare con le bambine, per un secondo mi sono chiesta se le maestre avrebbero trovato il correre per i corridoi un comportamento altrettanto problematico se si fosse trattato di un maschietto.

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