L’anno nuovo è iniziato decisamente all’insegna di Sally Rooney. Mentre il suo nuovo romanzo, Persone normali, conquistava la vetta della classifica inglese, il «New Yorker» le dedicava un lungo profilo – quattro mesi prima che il libro esca negli Stati Uniti. Secondo la rivista, Sally Rooney è «stata salutata come la prima grande romanziera della generazione millennial per le sue storie d’amore nel tardo capitalismo».

Il «Guardian» le dedica un lungo articolo chiedendosi perché Sally Rooney è diventata il fenomeno letterario del decennio:

Persone normali non solo è un romanzo letterario, ma è anche un romanzo che racconta lo spirito del tempo […]. È difficile finire il libro di Sally Rooney, che parla di due giovani che diventano adulti nell’Irlanda post-crisi, senza sentire che, in qualche modo, l’autrice ha individuato qualcosa di intangibile del nostro tempo e l’ha messo in luce. Come altri romanzi che raccontano lo spirito di un’epoca, da “Via col vento”, quando negli anni Trenta la narrativa di massa ebbe un boom, a “Libertà”, il romanzo post 11 settembre di Jonathan Franzen, “Persone normali” ha saputo cogliere un momento preciso – in questo caso, il nostro nuovo sentimento collettivo di precarietà – che sia individuale, economica o politica.

Persone normali è stato candidato al Booker Prize prima ancora che uscisse e, secondo il «Bookseller» è il romanzo meglio recensito del 2018 nel Regno Unito. Come Parlarne tra amici è fondamentalmente una commedia romantica dai toni dolceamari. Il punto non è tanto la trama quanto i personaggi e le relazioni tra di loro da cui entrano e escono «come pattinatori sul ghiaccio che improvvisano uno scambio tra di loro, una discussione, così brillante da lasciarti secco ogni volta».

Pochi giorni fa Persone normali ha vinto anche il prestigioso premio Costa (dopo già essere stata nominato libro dell’anno per la catena di librerie Waterstone), facendo di Rooney la vincitrice più giovane della storia del premio. Mentre il «Telegraph» rivela che la stessa autrice sta lavorando all’adattamento del libro in una serie per la BBC.

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Se c’è un elemento cruciale nell’Assassinio del Commendatore è proprio il tema della fusione di stili e culture nell’opera d’arte. Si direbbe che Murakami abbia deciso di replicare alle critiche mettendo al centro del romanzo la questione dell’influenza e della responsabilità dell’Occidente non solo rispetto alla storia del Giappone (come aveva già fatto in particolare in Kafka sulla spiaggia) ma anche nei confronti dell’arte e dunque, per allegoria, della sua stessa scrittura.

L’assassinio del Commendatore di Murakami Haruki (il secondo volume, Metafore che si trasformano, uscirà il 29 gennaio) è una grande riflessione sulla creazione artistica, la creatività e la scrittura nell’età della globalizzazione. L’ha ben notato Niccolò Scaffai su doppiozero in questa attenta lettura.

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Hollywood tradizionalmente non se la cava granché quando deve mettere in scena degli scrittori: ma va ancora peggio quando prova a mettere al centro delle proprie storie editor e case editrici. Sloane Crosley, in un esilarante longform per il «New York Times», ripercorre alcune tappe di questo rapporto di amore (poco) e odio (tanto).

Almeno la versione di Hollywood del mondo dell’editoria è coerente nella sua logica distorta: ogni casa editrice è quotata in borsa, e non ci sono distanze tra un redattore junior e “i direttori” o “gli azionisti”. E tutti i ruoli sono assolutamente intercambiabili. Nel giro di poco tempo puoi acquisire un libro, avviare un marchio, mandare via un autore, triplicare il budget o vendere diritti cinematografici (un po’ ironico!). Non devi nemmeno comunicare a qualcuno che lo stai facendo. È come se fossi nel film Good Will Hunting: scarabocchi le risposte alla lavagna e poi corri.

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Abraham B. Yehoshua anche nell’ultimo romanzo ci porta nel cuore di una famiglia e nelle pieghe recondite dell’intimità tra marito e moglie; mai come in questa opera l’amore coniugale è narrato con tanta lucida tenerezza, quasi con una sbigottita sorpresa, una resa totale dell’uno all’altra e viceversa, e la conseguente reciproca presa in carico.

Scrive così Anna Toscano de Il tunnel, il nuovo libro di Yehoshua uscito il mese scorso in Italia. La recensione su doppiozero.

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Mettere a fuoco Jesus’ Son, lettera dopo lettera, è stato il primo gesto a restituirmi non la fiducia nella razza umana ma l’idea che potesse ancora valere la pena di aprirsi il varco all’interno di una pagina. Alcuni in Denis Johnson trovano il narratore che indica la strada, il loro è per questo che ci proviamo; altri trovano una luce che li incanta per la precisione delle immagini evocate, una dimensione sacra a partire dal piccolo.

Su Esquire Violetta Bellocchio scrive del suo rapporto lungo, travagliato, ma tutto sommato “felice”, con i racconti di Jesus’ Son di Denis Johnson.

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IL LIBRO

«Per mesi lui era stato solo un numero: lei contava le siringhe sporche, lui le buttava nel secchio, lei segnava la quantità sul foglio e lui passava oltre. Un pellicano impantanato nel petrolio, sfinito e in condiscendente attesa della sua stessa disfatta. Spacciato, come tutti gli altri. Poi, quando lei aveva cambiato postazione – anziché contare, distribuiva kit puliti –, aveva notato che tra i tossici lui era l’unico a presentarsi con dei libri della biblioteca sottobraccio. Perlopiù biografie, qualche volta gialli. L’aveva soprannominato Mister Laido per l’aspetto e i vestiti sporchi. I capelli erano lunghi e formavano un groviglio che solo un bel trattamento all’olio caldo sarebbe riuscito a districare. La faccia era un elaborato reticolo di rughe. Ma era alto, aveva le spalle larghe e, dovendo o volendo, sarebbe stato in grado di prenderla di peso e fare il giro dell’isolato o salire una rampa di scale, cosa che non si poteva certo dire dei suoi fidanzati precedenti. Però si era innamorata soprattutto dei suoi occhi, così scuri e sinceri, e che sembravano dire: Tu sei qui».

Jen Beagin, Facciamo che ero morta. Traduzione di Federica Aceto.

978880623988HIGIn libreria dal 15 gennaio.