Il 28 dicembre prossimo, Netflix renderà disponibile Selection Day, la serie indiana tratta dall’omonimo romanzo di Aravind Adiga e prodotta dalla stessa Netflix.

Il romanzo, e la serie, è la storia «del quattordicenne Manju, destinato a sfondare nel cricket. C’è solo un problema, è uno sport che odia. Controllato fin da giovane da un padre autoritario ossessionato dal cricket, il ruolo principale di Manju è quello di sostenere suo fratello maggiore e compagno di eccellenza sportiva, Radha. Quando la famiglia si trasferisce a Mumbai e i fratelli iniziano a frequentare una nuova scuola, Manju scopre tanti interessi al di fuori del cricket e comincia a liberarsi dalla stretta di Radha e del padre. E quel che più conta, fa amicizia con il più grande rivale sportivo di Radha, un ragazzo che è un esempio perfetto di libertà e fiducia in se stessi, concetti che Manju non ha mai vissuto in prima persona».

Aravind Adiga è nato a Madras nel 1974. Dopo avere soggiornato in vari paesi – fra cui l’Australia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti – attualmente vive a Mumbai. Con La Tigre Bianca ha vinto il Booker Prize 2008. Per Einaudi ha pubblicato anche Fra due omicidi (2010), e L’ultimo uomo nella torre, oltre a Selection Day (2017).

978880623234HIG (1)


L’INCIPIT

Anch’io ho un segreto.
Sassolini e tappi di biro; la carta dorata dei cioccolatini; monete ammaccate e le impugnature di cuoio delle mazze da cricket; bottoni verdi spaccati e aghi arrugginiti lunghi cinque centimetri: tutte queste cose io le capisco.
Tappi di biro, in realtà siete limoni. I sassolini sono piú dolci. Gli aghi arrugginiti sanno d’aceto. I pavimenti delle stanze sono come burro. La carta di buona qualità sa di latte, quella scadente diventa amara. Le scorze d’arancia sono piú saporite delle arance. In questo mondo un’unica cosa non ha sapore.
La plastica!
Aveva quattro anni. Ogni sera alle cinque e mezza il padre portava Radha Krishna ad allenarsi per il cricket, e allora lui restava solo nella stanza dove abitavano tutt’e tre insieme; era nel Kattale.
Kattale è oscurità in kannada, la sua lingua madre: ed è molto piú buia di qualunque oscurità in lingua inglese.
Nel Kattale, col naso premuto contro lo specchio; respirava sul vetro. La lingua s’ingrossava: e lui cominciava a capire e ricapire.
Tu, vetro, sei sale e basta. I bindi sulla fronte delle donne hanno lo stesso gusto della marmellata di frutta mista Kissan. La lana è amido bruciato. Il cotone è piú fresco della lana, e conserva meglio i profumi.
Poi vennero le persone. Quando annusava la maglia da cricket bianca di Radha Krishna, già prima di cominciare a leccarla sentiva uno dei sette tipi di sudore. Il sudore che un bambino produce quando ha paura. E allora sapeva che Radha era stato ad allenarsi col padre.
Quello era il suo mondo segreto. La sua lingua era una vela bianca, e quando s’ingrossava lui poteva andare da un capo all’altro del mondo. Da solo, nel Kattale, come Sindbad, esplorava. Poi una sera, quando aveva sette o otto anni, la luce si accese e suo padre lo vide che leccava lo specchio. Un colpo gli atterrò sulla schiena, e a quel colpo ne seguirono altri, finché non vomitò tutto quel che aveva assaggiato, e divenne come Radha Krishna, e come tutti gli altri.
Niente piú segreti.

Di solito la sera nel corridoio della scuola non c’è nessuno, quindi ci vado dopo l’allenamento, con in spalle il borsone da cricket, a lavarmi faccia e mani col sapone antisettico. Ma quella sera vidi un ragazzo nel corridoio: era solo e aveva un naso che sembrava il becco di un’aquila. Nella mano sinistra teneva uno specchietto rotondo, e si guardava. A un tratto ricordai una cosa che avevo dimenticato da anni. La sera in cui, quand’ero ancora un bambino, avevo aperto per sbaglio la porta del bagno delle donne, e dentro avevo visto mia madre che si controllava allo specchio il kajal intorno agli occhi. Cominciai a sudare, e il cuore prese a battermi sempre piú veloce. Fu allora che lui alzò gli occhi dallo specchio e si accorse di me.

Sei anni dopo, Manjunath aveva aperto la porta di un altro mondo nascosto.

(Traduzione di Norman Gobetti)