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Questa fotografia è stata scattata da Félix-Jacques Antoine Moulin nel 1852 e oggi è alla Bibliothèque Nationale de France (BNF). La storica dell’arte Beatrice Farwell è convinta che la donna nella sia la musa di Edouard Manet, Victorine Meurent.

C’è un’altra foto di Moulin che la Farwell è convinta sia di Victorine, quella qua sotto.

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Nel saggio del 1981, Manet e il nudo. Uno studio nell’iconografia del Secondo Impero, la Farwell stabilisce che Félix-Jacques Antoine Moulin fotografò varie volte Victorine Meurent tra il 1852 e il 1853, e che la donna nelle foto «quasi sicuramente» è proprio la celebre modella di Manet – per quanto Manet non iniziò a dipingerla che dal 1862. Farwell scrive che non vuole «insistere più di tanto sulla somiglianza, ogni osservatore delle fotografie sarà immeditamente convinto che sia lei, oppure no».

Io ne sono convinta.

Recentemente sul web è apparsa un’altra foto di Victorine Meurent. Wikipedia ha aggiunto questa immagine alla pagina dedicata a Victorine Meurent. A quanto pare l’immagine proviene da un album privato di Manet.

Victorine Meurent, c. 1865, from an album belonging to Édouard Manet (BNF)

Mmmh. Questa donna è vestita così compitamente che faccio fatica a ricollegarla all’immagine che mi sono fatta della donna dipinta mille volte da Manet. Ma del resto è difficile smentire una foto che proviene dagli archivi di Manet stesso! Inoltre assomiglia alla donna dai capelli rossi ritratta ne La ferrovia.

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Per rendere le cose ancora più confuse, c’è un’altra foto di Moulin del 1852 che assomiglia tanto al nudo reclinato quanto alla compassata figura uscita dall’album di Manet.

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Insomma, chi era davvero Victorine?

Two Victorines?


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Victorine e l’amica Nise in posa per Moulin: un estratto da Rosso Parigi.

Quando ci vedono insieme gli uomini si fanno delle fantasie. La bruna e la rossa, che accoppiata originale.
La trovano una bell’idea.
Per questo Moulin ci aveva volute, per questo ci aveva pagate per scattarci delle fotografie nel suo studio. Gelatine d’argento, le aveva chiamate. E per questo avevamo accettato il denaro. Perché potevamo farlo insieme. Non guadagnavo ancora un soldo da Baudon come apprendista, e non volevo tornare a casa dai miei genitori. Avevo pensato che se fossimo andate insieme non sarebbe stato cosí terribile, che farlo con Nise non sarebbe stato difficile.
Lo studio si trova in Rue Richer 23. Questo è l’indirizzo che dà Moulin, ma il locale vero e proprio è in una soffitta di Rue du Foubourg Montmartre. In alcuni punti le tegole sono state sostituite da lastre di vetro, e la luce è regolabile per mezzo di pannelli di stoffa che scorrono in orizzontale. Con un grande specchio a bilico Moulin dirige la luce che filtra attraverso i teli.
Talvolta, a seconda della posa, ci vedevamo anche noi in quello specchio.
Moulin ci voleva insieme nelle fotografie. Ci pagava per questo, ed era questo che gli interessava. Ma erano le pose piú faticose. Nise sulla dormeuse e io in piedi di fianco che le pettinavo i capelli. In una posizione particolarmente cretina, io con la testa sul petto di Nise e un filo di perle false che ci avvolgeva. In un’altra, tutte e due sulla dormeuse foderata di pizzo, lei con la schiena verso Moulin e la testa girata a guardare indietro, io con la testa sulla sua spalla, seduta di fronte, con le gambe divaricate.
Pur non facendo praticamente nulla, mi veniva un gran sudore sotto le ascelle e dietro il collo.
Non era tanto la fatica di posare nuda, quanto il fatto che erano scene artificiali. Sarebbe stato diverso se ci avesse ritratte in situazioni che fanno parte della nostra vita quotidiana, tipo una di noi in piedi che si insapona davanti al lavabo della nostra stanza mentre l’altra è coricata sul letto. O una di noi che si gingilla, strofinandosi i peli in mezzo alle gambe, mentre l’altra chiacchiera del piú e del meno. Noi che ci tocchiamo pigramente, distrattamente, mentre aspettiamo che l’altra venga a letto o si svegli. Perfino io che, in piedi, mi strappo il mio unico pelo rosso vicino alla mammella mentre Nise si veste. Mi sarebbero sembrate cose normali, naturali, diversamente da quelle che ci chiedeva di fare Moulin. Ma come sarebbero state possibili in uno studio inondato di luce e dove tutto doveva svolgersi su una dormeuse? Come avrebbero potuto essere normali di fronte a uno sconosciuto?
Da ultimo ci fotografò separatamente, e fu molto meglio. Riuscii a capire che cosa cercava. Riuscii a intuire la bellezza del suo lavoro.

La posa di Nise che mi piacque di piú fu quella di lei in piedi con la testa reclinata, la sottoveste che le pendeva dalla mano e il braccio lungo il fianco. La fotografia non l’ho vista, ma ho visto lei in posa. Aveva una faccia molto dolce e timida. Teneva la testa piegata di lato, e sembrava che potesse essere veramente nella nostra stanza, a parlare con me di una cosa accaduta al lavoro o notata per strada. A parlare di tutto un po’. Non dimostrava la sua età; sembrava avere quattordici anni. Anche Moulin se ne era accorto. Ne sono sicura. Non ha detto niente ma l’ho capito da come la guardava.
Moulin disse che aveva un’aria farouche, selvatica. Fra me e me pensai che era un attributo animalesco, ma lui la trovava cosí: di una timidezza selvaggia. Dopo che l’ha detto, l’ho visto anch’io. A me invece sembrava la solita Nise.
Difficile dire quale sia stata la mia posa migliore, perché non le vedevo tutte nello specchio inclinato. Forse una in cui ero distesa sul fianco, appoggiata sul gomito, e davo la schiena a Moulin e al suo apparecchio fotografico. La vita sinuosa, la fessura fra il ginocchio di sopra e quello di sotto… perfino io, sbirciando nello specchio, l’avevo trovata carina. Alcune ciocche di capelli, invece di scendermi sul viso accaldato, mi ricadevano sulle spalle.
Una particolarità di noi rosse è che non abbiamo praticamente sopracciglia. Cosí, almeno, mi vedevo io nello specchio a bilico.
Quando siamo uscite dallo studio di Moulin la prima cosa che Nise ha detto è stata: – Avevi le piante dei piedi lerce.
– Anche tu.
Ci siamo fatte una bella risata. Non so se per l’imbarazzo o per il sollievo. O forse per la felicità di aver guadagnato tutti quei soldi, venti franchi a testa.
– Ci torneresti? – le ho chiesto.
– Mai e poi mai.
– E se avessimo bisogno di guadagnare?
– Hai quasi finito l’apprendistato, – mi ha risposto Nise. – Fra poco avrai un vero salario.
– Ma non trovi che piú passava il tempo, piú diventava tutto facile?
– Era solo un’impressione, – ha risposto.
Allora ho capito che aveva vissuto la cosa in maniera in qualche modo diversa da me. Perché a un certo punto, mentre ero distesa sul copridivano di Moulin, io avevo cominciato a fingere. Lo so. Avevo cominciato a far finta di desiderare quello che mi veniva richiesto, a volere ciò che Moulin voleva da me. E il modo in cui lui voleva vedermi – con lo specchio a bilico che rifletteva la luce velata proveniente dal tetto e i capelli che mi ricadevano sulle spalle – era diventato un nuovo modo in cui io volevo vedere me stessa.
Un po’ come quando indosso gli stivaletti verdi. Sono delle semplici calzature, ma cambiano completamente il mio modo di vedermi. Per via del loro colore, perché me li ha regalati una puttana, perché sono un’altra storia rispetto alle scarpe che mi avevano dato mio padre e mia madre. Un’altra storia.
Moulin prese nota dei nostri nomi. I nomi inventati che gli avevamo dato inizialmente, insieme a quelli veri. «Mlles Louise Meurent 16 ans (dite l’Arc-en-ciel) et son amie Pâquerette (Denise Desroziers) 18 ans». Per Moulin noi eravamo, dunque, Arcobaleno e Margherita. Da qualche parte nel suo studio c’è un appunto su cui sta scritto cosí.


rossoparigiIl libro: Maureen Gibbon, Rosso Parigi, Einaudi 2016. Traduzione di Giulia Boringhieri.

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  1. […] Leggi anche: Chi era davvero Victorine? […]

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