Martedì 20 settembre Einaudi ha pubblicato la raccolta di racconti di Donald Antrim, La luce smeraldo nell’aria. È il ritorno alla narrativa (raccoglie i suoi racconti pubblicati sul «New Yorker» dal 1999 al 2014) di un autore molto amato anche in Italia e stimato come uno dei maestri della sua generazione.

Sul libro sono apparsi già alcuni articoli che ne sottolineano l’importanza. Christian Raimo ,su «TuttoLibri» de «La Stampa», scrive:

È difficile parlare di un libro quando hai l’impressione che l’autore, illuminando in modo scabroso alcune nicchie oscure dell’animo umano, stia parlando veramente di te: ti sta denudando, e stia schiaffando sotto la luce aspetti di cui non vorresti nemmeno ricordarti. 

La luce smeraldo nell’aria di Donald Antrim (traduzione impeccabile, empatica di Cristiana Mennella) suscita un sentimento di vergogna in chi legge: come fa quest’autore a conoscere così bene certe forme di rimuginazione, certi pensieri ricorsivi, la topografia perfetta di quella mappa emotiva che tendiamo a nascondere se non a rimuovere?
(…) Non c’è frase di La luce smeraldo nell’aria che non contenga un’incrinatura o un inciso, come se la stessa possibilità di descrivere questo paesaggio umano traumatizzato non potesse non mostrare anche nella sintassi le ferite, le sclerosi, i tentativi di sutura. E la sconfinata bellezza che questi sette racconti propagano fuoriesce dai nodi di queste lacerazioni lasciate a vista. (…)

Mentre Francesco Longo su «Studio» evidenzia l’attenzione di Antrim al dettaglio atmosferico che diventa scandaglio emotivo gettato dentro il cuore dei suoi personaggi.

Gli scrittori si dividono in due categorie, alcuni scrivono: «La giornata era nuvolosa e faceva un freddo insolito per la stagione, con venti da nord che odoravano di pioggia», come fa Antrim, altri tralasciano queste annotazioni. Antrim dà sempre rilievo alle condizioni atmosferiche come se la luce del sole, la forza dei tramonti, il ritardo dei temporali e degli acquazzoni contenessero indizi sulla vita, trattenessero premonizioni, svelassero ciò che si muove nei cuori. A volte fa un passo in più: «Jim alzò gli occhi e mentre entrava da Lorenzo vide la neve. Per un attimo la prese come un segno. Sì, ma di che cosa?». La burrasca che si abbatte spesso nella testa dei suoi personaggi è imprevedibile, gli umori sterzano all’improvviso e non hanno cause: «E soffriva, soffriva da matti, ma quando cercava di individuare la fonte del dolore non ci riusciva: proveniva, come già sapeva, soltanto da lui».

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E Longo continua dicendo che La luce smeraldo nell’aria

dovrebbe costringere la critica e i lettori a riprendere la bilancia e pesare di nuovo molti scrittori americani. «Ormai non nevicava quasi più come nevicava prima che morissero i suoi genitori. Le nevicate che ricordava dall’infanzia erano perdute col tempo e, probabilmente, con i cambiamenti climatici», scrive Antrim nel racconto perfetto «Ancora Manhattan». Due coppie devono vedersi a cena. Ma prima, Jim si ferma per comprare un mazzo di fiori a Kate. Le due coppie sono legate da bugie e tresche clandestine e gran parte del racconto si svolge mentre Jim è dal fioraio. Il tempo di scegliere le rose e il lettore conosce tutta la sua vita interiore: inettitudine, insicurezza, doppiezza, incapacità di controllare i desideri, ansia. Telefona a Kate: «”Sei agitato”, dice lei. “Perché mi fai la diagnosi? Non sono agitato. Volevo stupirti con dei fiori. Ma evidentemente è solo l’ennesimo dei miei sbagli. La prossima volta starò più attento. Non gradisci niente di quello che faccio”, risponde lui». La sensibilità emotiva di Antrim rintraccia in ogni gesto e in ogni dialogo debolezze umane, devianze, meschinità, incomprensioni. Jim è pronto a svenarsi per comprare fiori a Kate, che intanto lo vuole uccidere, e lui nel frattempo desidera sessualmente la fioraia.

L’articolo completo si può leggere sul sito di «Studio».

Su «il Tascabile», Timothy Small, in un bel profilo, colloca i racconti di Antrim nella tradizione del «New Yorker»:

Nel ruolo di direttore del «New Yorker», dal 1952 al 1987, William Shawn ha contribuito a dare forma al genere letterario che oggi conosciamo come “short story americana”, creando uno dei suoi sotto-generi più influenti, ovvero quella che oggi, molto semplicemente, è nota come la “«New Yorker» short story”. Shawn è stato un gigante, un uomo timido e geniale che ha lanciato Joseph Mitchell, John Updike, John Cheever, Ann Beattie ed Eudora Welty, e anche, anni dopo, Philip Roth. Sebbene sia importante ricordare che non tutti i racconti del New Yorker sono stati “racconti del «New Yorker»” – fu Shawn stesso a insistere per dedicare quasi tutto un numero al surrealismo sperimentale e postmoderno della deliziosa Biancaneve di Donald Barthelme – è innegabile che Shawn abbia creato un genere letterario, un genere che risponde a delle caratteristiche precise, non ultima la collocazione geografica a New York, per l’appunto.

Antrim, però, alza ulteriormente l’asticella.

Quello che Antrim è riuscito ad aggiungere alla ricetta, però, è uno spostamento degli argomenti, delle preoccupazioni dei personaggi, che emergono da questa forma-racconto. Se i personaggi di Cheever erano principalmente ossessionati dal conformismo del dopoguerra e dagli scoordinati tentativi di ribellione ad esso — che fossero l’adulterio, l’arte, la letteratura, la voglia di scappare o di scopare – quelli di Antrim, invece, si scontrano con una preoccupazione molto più contemporanea, quella della salute psicologica, della paura della malattia mentale, del trauma e dell’accettazione, o quantomeno del tentativo di convivere con quel dolore.

Anche questo articolo si può leggere integralmente sul sito del «Tascabile».

Ma Small aveva già scritto di Antrim tempo fa, su «Prismo», a proposito della raccolta originale, in un pezzo che merita una lettura:

The Emerald Light in the Air è una raccolta davvero bellissima, molto, molto «New Yorker», nel senso che è molto matura e struggente e che non ci sono mai coscienze di psichiatri che aleggiano nei ristoranti, ma che ci sono almeno due racconti che sembrerebbero scritti da un Turgenev del Connecticut. Cioè: Cheever. E poi, che titolo. Erano tutti racconti di media lunghezza, sette racconti in totale, e tutti davvero “belli”, in modo classico, come quando vedi una ragazza davvero bella e non ti vengono altre parole per definire la sua bellezza, perché non ci sono quelle parole, perché è semplicemente bella, e quindi non puoi descriverla se non dicendo che è, appunto, “bella”. I racconti si muovevano sicuri, pacati, mi facevano pensare al movimento di un largo fiume che scorre tranquillo, e poi tristi, un po’ nebbiosi, e toccanti, con protagonisti tutti sull’orlo di una crisi di nervi, che combattono con i loro demoni in modo molto americano, cioè, abusando di medicinali, alcol.

Si può leggere tutto l’articolo su «Prismo», dove si fa un interessante profilo dell’intera opera di Antrim.