Chi traduce rilegge i libri su cui lavora anche più di cinque volte: in originale, nella forma ibrida del passaggio da una lingua all’altra, nella versione dell’approdo all’altra lingua, e poi, se il tempo lo permette, due o più volte nella fase di limatura e rifinitura prima e dopo la revisione. Tanta assidua frequentazione di un testo è un’esperienza che, se un libro non ha spessore, può risultare snervante.

Zero K è uno di quei libri che non solo reggono bene alla prova di fruizioni ripetute, ma le richiedono, si arricchiscono di dettagli, significati. Un po’ come succede quando si ascolta un brano musicale. A una prima lettura, come per ogni libro, prevale il dipanarsi della trama. Ma tornando al testo, si scoprono in Zero K altri percorsi da esplorare e ci si accorge che le parole non sono usate solo nella loro valenza semantica, ma anche in virtù della loro capacità evocativa; le occorrenze ripetute fanno da leit-motiv, da contrappunto, da variazioni sul tema. Il tutto senza il minimo compiacimento, senza la minima traccia di calligrafismo. È chiaro che la natura complessa delle opere di DeLillo – e nella fattispecie di questo romanzo così profondo, solenne, dolente, umanissimo – risponde a una precisa coerenza, un delicato eppure solido equilibrio tra forma e contenuto (o meglio, contenuti). Zero K è sì una riflessione sulla morte e sull’umano desiderio di sconfiggerla, un apologo sulla hybris dell’occidente capitalista che si illude di poter comprare e possedere tutto, finanche la fine del mondo. Ma dopo averlo riletto varie volte a me pare fondamentalmente un libro sulla fine e sul fine del linguaggio, un libro sulle parole, sui loro limiti, sul bisogno irrefrenabile di dire, dare nomi alle cose e alle persone, definire, raccontare, nonostante tutto. Non c’è e non può esserci compiacimento in tutto questo, c’è invece la dolorosa consapevolezza dell’incapacità del linguaggio, qualunque forma di linguaggio, di contenere la realtà e di riuscire a renderla un mezzo per raggiungere realmente un altro essere umano.
Un libro sulla fine e sul fine del linguaggio, un libro sulle parole, sui loro limiti, sul bisogno irrefrenabile di dire, dare nomi alle cose e alle persone
Jeff, la voce narrante di Zero K, nutre una fissazione maniacale nei confronti del significato delle parole. Quando un’esperienza è per lui troppo forte, si impone di concentrare la sua attenzione su determinati termini per definirli come un dizionario, nell’illusione di rendere quell’esperienza più comprensibile e sopportabile.

Il giorno in cui suo padre ha lasciato lui e sua madre è per sempre legato nella sua memoria alle parole seno, coseno e tangente, perché quando è successo Jeff stava studiando trigonometria. Jeff trova conforto nella matematica. «I numeri sono la lingua della scienza», dice, e prende questa sua convinzione talmente sul serio da mettersi a contare le lettere che compongono i nomi delle persone, il suo nome, il vero nome di suo padre, una sorta di gematria casareccia e psicotica, nel tentativo di trarne una qualche verità definitiva su di sé e sul mondo.

I nomi propri sono realtà molto elusive in questo libro. Ross Lockhart, il padre di Jeff, si chiamava Nicholas Satterswaite, un nome ripudiato perché ritenuto troppo insignificante. Jeff, da quando ha scoperto questa cosa, è ossessionato dall’idea che la sua vita sarebbe stata diversa sotto l’insegna del cognome ripudiato, forse meno agiata, ma più vera, più sua.

Non conosce i nomi delle strane figure che si aggirano nella Convergence, questa sorta di hospice-tempio-cimitero dove vengono ibernati i corpi di chi spera di poter rinascere dopo la morte, e quindi se li inventa; per lui è una necessità che sfiora la maniacalità.

Il desiderio di Ross Lockart di «possedere la fine del mondo» è chiaramente un gesto di superbia, ma è anche un gesto d’amore: è un uomo che si è fatto da solo e che conosce soltanto i soldi come strumento per orientarsi nel mondo e la via della criogenesi è il suo disperato tentativo di evitare di vivere il resto dei suoi giorni senza Artis, la donna che ama più di ogni altra cosa. Invece Jeff, suo figlio, considera i soldi «una lingua complicata», li disprezza, non vuole un lavoro per cui il padre lo raccomanda, non vuole possedere niente di concreto né tantomeno la fine del mondo. Ma vuole possedere le parole, il fine ultimo delle parole, e nella sua presunzione di voler dare un nome a ogni cosa e a ogni persona, come un novello Adamo, compie un atto altrettanto superbo. Tra le righe leggo un gioco di parole tra «Everybody wants to own the end of the world», la frase con cui si apre il libro pronunciata da Ross, e il desiderio da parte di Jeff di own the end of the word, possedere la fine e soprattutto il fine ultimo della parola. Entrambi sono dannati per la loro superbia ed entrambi sono disperatamente indifesi.
Il desiderio di Ross Lockart di «possedere la fine del mondo» è chiaramente un gesto di superbia, ma è anche un gesto d’amore
Il fallimento dei soldi, del linguaggio dei soldi, è lampante in Zero K: comprare la morte, possedere la fine del mondo è un’illusione. Il mondo che verrà, l’utopia che gli scienziati della Convergence sognano, prevede la creazione di una nuova lingua perfetta, «priva di similitudini», «una lingua isolata, scevra da legami con altre lingue», atta a esprimere i concetti più complicati e i sentimenti più ineffabili, ma è chiaramente un’illusione.

Uno degli scienziati in cui Jeff si imbatte nel corso del suo girovagare per la struttura labirintica della Convergence lo porta a riflettere sull’origine etimologica della parola inglese alone, che significa solo, senza compagnia, e deriva dall’unione delle parole all e one. Lo scopo degli scienziati, la vera convergenza a cui aspirano è quella del tutto che si fonde in un’unica cosa, del tutto che si fa uno, ma un uno che non è l’Uno delle religioni, ma l’uno dell’io che è «tutto quello che siamo, senza gli altri, senza amici, estranei, amanti». Fondamentalmente, la metafora dietro la crioconservazione dei corpi è una promessa di solitudine, un linguaggio perfetto, ma senza interlocutori, un ponte verso il nulla.

Le parole, la lingua – l’inglese e le lingue straniere – rappresentano per Jeff, sempre, una realtà che nasconde qualcos’altro, una realtà che rimanda a qualcosa di costantemente inafferrabile. Jeff non fa che incontrare persone che parlano lingue a lui incomprensibili – l’uzbeko, il pashtu, il russo, il cinese – o che si esprimono in un inglese più o meno sconclusionato con accenti non chiaramente identificabili, o che vengono tradotti simultaneamente da computer intelligenti. Ricorda quando da ragazzo voleva «leggere Gombrowicz in polacco. Non conoscevo una sola parola di polacco. Conoscevo solo il nome dello scrittore e continuavo a ripetermelo sia mentalmente che a voce. Witold Gombrowicz. Volevo leggerlo in originale. Questa espressione mi affascinava. Leggerlo in originale».

Il concetto di lingua, inteso sia come strumento del racconto sia come mezzo per stabilire un contatto con l’altro, è in Zero K qualcosa che ricorda molto da vicino il beckettiano «non voler dire, non sapere cosa voler dire, non essere in grado di dire quello che si pensa di voler dire, e mai smettere di dire».

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Ross conosce solo la lingua dei soldi, Jeff è ossessionato da un’inarrivabile precisione delle parole, Artis nella confusione dovuta alla sua malattia degenerativa parla una sorta di «lingua ombra», la Convergence aspira a una lingua perfetta sconnessa da qualunque realtà umana, Stak, il tormentato e poliglotta figlio adottivo di Emma, la fidanzata di Jeff, si chiude nel mutismo e poi scompare in circostanze tragiche. La fine del mondo. La fine delle parole

Nell’ultimo, breve, folgorante capitolo del libro c’è un finale che lascia – letteralmente – senza parole: la vera convergenza, il vero punto focale verso cui convergono tutti i fili, le vite, le sofferenze apparentemente slegate di questo libro è rappresentato dal sole che all’ora del tramonto compare perfettamente allineato nella fuga prospettica delle vie di New York, racchiuso in mezzo a due file di grattacieli. E il vero linguaggio che redime, che riesce a dire l’inesprimibile è l’urlo preverbale di un bambino macrocefalico che Jeff vede su un autobus: le sue grida di euforico stupore davanti a questo fenomeno, a questa sorta di Stonehenge metropolitana, sono «molto più pertinenti di qualunque parola», sono a loro modo, nonostante il fallimento dei singoli attori di questo romanzo, un fulgido, commovente lieto fine.


Federica Aceto vive a Roma e traduce per l’editoria dal 2004. Per le sue traduzioni di Don DeLillo ha vinto il premio Von Rezzori per la traduzione 2015. Tra gli autori da lei tradotti ci sono, tra gli altri, Martin Amis, Ali Smith, Lucia Berlin, A.L. Kennedy, Taye Selasi. Ha un blog in cui scrive di traduzione e letteratura.


978880623252GRAIl libro: Don DeLillo, Zero K, Einaudi 2016. Traduzione di Federica Aceto.