Aeroporto internazionale del Cairo. Marzo 2012. «Sala d’imbarco pressoché deserta. Il volo 835 per Bengasi, annuncia una voce, sarebbe partito in orario».
Un non luogo, all’alba, una voce anonima da un altoparlante. Inizia così Il ritorno di Hisham Matar, mémoir di voci e luoghi raccontati, gli uni e le altre, con la sobria e affettuosa precisione del conoscitore e con una nitidezza che sembra dettata dalla luce stessa del paese dove il narratore è diretto, la Libia dell’infanzia, la terra degli antenati – terra di sabbia di cammelli e di capre prima che di petrolio, il paese per il quale i suoi avi hanno combattuto il governo coloniale italiano e suo padre, oppositore di Gheddafi, ha perso la vita. Ma quando accadde, e dove? Sono passati molti anni, tutta la vita adulta dei suoi figli, da quel marzo 1990 in cui Jaballa Matar venne rapito, al Cairo, dai servizi segreti egiziani e consegnato al dittatore libico. Di lui restano tre lettere fatte uscire (come?) dal carcere (quale?) e innumerevoli ricordi. Talora privatissimi, talora condivisi. La sua voce innanzitutto. Una voce che tutti sembrano ricordare per la sicurezza di intenti e la dolcezza del timbro, una voce che nelle segrete del carcere non si smarrisce, al contrario, mantiene tesa la propria corda più profonda, quella che in circostanze liete intonava l’alam, «sembrava che nulla gli desse maggior piacere della poesia. Un buon verso lo rassicurava, lo predisponeva al secondo. La lingua lo animava e insieme lo incoraggiava. […] Sapeva esattamente cosa fare con la sua voce, dove trattenere le corde vocali e quando allentarle».
A quella voce amata lo scrittore, e chi lo traduce, tende l’orecchio passo per passo, pagina dopo pagina, cercando di coglierne l’eco nelle voci amichevoli e colme di rimpianto di zii, zie, cugini, amici, o di sconosciuti compagni di prigionia: «Ogni sera, quando sulla prigione calava il silenzio, recitava poesie fino a notte fonda».

Diana Matar, Disappearance/Evidence. © Diana Matar.

Diana Matar, Disappearance/Evidence. © Diana Matar.

A quella voce amata lo scrittore, e chi lo traduce, tende l’orecchio passo per passo, pagina dopo paginaCercando di vederla, quella voce, tanto è densa e concreta nell’oscurità che la avvolge: «Lo immagino recitare l’alam con la stessa voce che usava a casa, una voce che sembrava svelare un paesaggio magicamente incerto e sconfinato quanto una superficie acquea saldata al cielo».
Paesaggi e voci, questa è la stoffa di cui è fatto il mémoir di Matar. Ogni voce rivela un paesaggio e ad esso si puntella, aprendo un orizzonte più vasto. Matar abita le stanze – «La casa del nonno era il punto da cui si dispiegava non soltanto Agedabia ma l’intera mappa del mondo» – e vi rintraccia figure vive: «Non riesco a separare i tanti angoli inattesi, l’apparente sconfinatezza, l’estetica modesta e in certo modo austera di quella casa, dalla vita e dal carattere di mio nonno». I ricordi affiorano, si connettono bucando il tempo e dilatandosi in uno spazio che, attraverso il Mediterraneo, allaccia una storia a un’altra storia, un regime a un altro regime. La storia famigliare, strettamente intrecciata a quella del paese, annoda il destino della Libia a quello dell’Italia e dell’Europa. Le sobrie architetture arabe – fatte di pietra e luce, strati di sabbia e onde – subirono i camuffamenti imposti dal governo coloniale italiano. A Bengasi, «per non offendere gli occhi del Duce», gli ambiziosi architetti del regime si diedero «un gran daffare per cancellare ogni segno del fatto che quella era una città araba e musulmana». Un travestimento reso più vistoso dall’immensa cattedrale che oggi «s’innalza sul bordo dell’acqua, come in cerca di orientamento, con le sue due cupole prive di croci».

Benghazi

Matar immagina l’eccitazione che uomini come Guido Ferrazza, l’architetto senza volto («Per quanto l’avessi cercata non ero riuscito a trovare una sua fotografia»), devono aver provato, «l’altezzoso ottimismo, temerario e insieme malaccorto, che animava lui e i suoi contemporanei milanesi mentre andavano su e giù lungo il fronte del porto di Bengasi, trasformando l’Africa, come dice un colonnello italiano in uno dei romanzi di Alessandro Spina (pseudonimo di Basili Shafik Khouzam), in una casa di tolleranza e offrirla ai giovani perché vi sfoghino la gamma completa di ogni possibile progetto umano, eroico, sadico, estetico». Si interroga Matar, e mi interroga. Quali aggettivi, quali verbi, quali sostantivi per una storia che nella mia lingua è stata volentieri negata, e lungamente taciuta? L’architetto Ferrazza scriveva di «divina geometria» presentando i suoi piani regolatori per le città coloniali. C’è solo un breve specchio di mare fra le due sponde: «Dopo che i fascisti marciarono su Roma nel 1922 e Benito Mussolini prese il potere, le devastazioni e le stragi si moltiplicarono. Fu impiegata l’aviazione per lanciare gas e bombe sui villaggi. Era una politica di spopolamento. La storia lo ricorda come il fascista pagliaccesco, l’inefficiente buffone italiano che guidò una stolta impresa militare durante la seconda guerra mondiale, ma in Libia Mussolini sovrintese a un genocidio».

Al brutale chiasso delle truppe Matar sovrappone la voce del poeta Rajab Abuhweish, deportato con l’intera famiglia nel campo di El-Agheila: «Il mio solo tormento è la perdita di uomini generosi, / e gli sciocchi che ora ci governano, / con facce ferali, impudenti».

Gli italiani bruciarono le case, versarono cemento dentro il pozzo, decimarono le greggi e costrinsero gli abitanti del villaggio a percorrere a piedi quattrocento chilometri fino al famigerato campo di concentramento di El-Agheila. E poiché lì «carta e matite erano vietate», Rajab Abuhweish compose un poema di trenta strofe e lo mandò a memoria. Molti lo imitarono, nel campo e altrove, via via che i versi filtravano all’esterno, e fu così che il poema, in barba ai reticolati, raggiunse ogni angolo del paese e le generazioni successive. Paesaggi restituiti dalla voce.

Quali aggettivi, quali verbi, quali sostantivi per una storia che nella mia lingua è stata volentieri negata, e lungamente taciuta?«La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba», scriveva Tancredi Parmeggiani, pittore di quadri che sembrano intessuti d’acqua e d’aria, dove talora guizzano segni d’alfabeto. Pensavo spesso alle sue tele, traducendo questo libro. Non sapevo perché. Solo a lavoro concluso credo di aver colto il nesso fra il suo filo d’erba e la mitezza con cui Hisham Matar affronta il ritorno in Libia durante quella «finestra di speranza» che fu la primavera del 2012; ma c’è anche un’analogia di metodo fra i due artisti, nel loro muoversi – direi camminare – fra le parole e i segni. Nel lavoro di entrambi la struttura che regge il peso dei ricordi assembla parole e immagini. C’è una materialità delle frasi che ricrea lo spazio e la luce. O il buio. Ma anche nel buio più nero Matar si orienta, e ci orienta, affidando alla grande pittura i suoi incubi, lasciando alle tele il controcanto del dolore. Il 29 giugno 1996, il giorno in cui milleduecentosettanta uomini vengono massacrati nella prigione di Abu Salim, dove presumibilmente era recluso suo padre, Hisham Matar, esploratore millimetrico delle opere su cui posa lo sguardo, dopo aver sostato per anni davanti alla grande tela di Tiziano sul Martirio di San Lorenzo, sposta la sua attenzione, chissà se per ragione o per istinto, sull’Esecuzione di Massimiliano di Manet. «Difficile pensare a un quadro capace di evocare meglio il vano destino di mio padre e degli uomini che morirono ad Abu Salim. […] Oggi ogni volta che vedo un Manet, il bianco, il suo bianco, così diverso da ogni altro bianco, non è mai una nuvola, una tovaglia o l’abito di una donna, ma è, e resterà per sempre i bianchi cinturoni di cuoio del plotone nell’Esecuzione di Massimiliano».

Edouard Manet, L'esecuzione di Massimiliano, 1867-8 circa, particolare della versione conservata alla National Gallery di Londra.

Edouard Manet, L’esecuzione di Massimiliano, 1867-8 circa, particolare della versione conservata alla National Gallery di Londra.

Per un po’ pensi di tornare indietro. Poi ti sembra troppo tardi. La lingua è traduzioneI colori, il tratto, i chiaroscuri. Fissati per sempre sulla tela. Come i ricordi dentro di lui. Impossibile scalfirli per le voci metalliche, boriose, stupide o beffarde del regime libico in cerca di nuova legittimazione e dei finanzieri e politici europei assetati di petrolio. Interpellati durante un’estenuante campagna d’opinione condotta da Matar in Gran Bretagna fra il 2010 e il 2012, Tony Blair e il suo ministro degli esteri fanno a gara col figlio di Gheddafi, Seif el-Islam, quanto a opportunismo politico. Giocano al gatto e al topo tentando di zittire ogni eco, di chiudere l’orizzonte dietro i pesanti velluti neogotici dei palazzi del potere londinese. Ma ecco che Matar cambia registro, decide lui corde e contrappesi. Smaschera l’affabile condiscendenza di Miliband («Lei adesso è cittadino inglese?» «Sì». «Bravo. Ottimo. Dunque è uno di noi») e, nel ricostruire i dialoghi con Seif el-Islam e i suoi scagnozzi, fa un’operazione linguistica sottilissima, li spoglia di ogni prepotenza e senso registrandone la povertà di linguaggio. Gli errori di ortografia, il gergo gradasso degli sms, l’infantilismo degli emoticon denudano la pochezza e l’inutile teatralità delle minacce. Poi torna, Matar, alla lingua che ha fatto sua, l’inglese della grande tradizione letteraria, verdeggiante, frondoso, shakespeariano, senza soluzione di continuità rispetto all’arabo delle indimenticabili elegie paterne.

«Ciò che è stato acquisito non cancella quello che c’era prima, – scrive Matar in un articolo sul «Guardian». – All’inizio le due lingue esistono come due pezzi di un collage o due note musicali parallele, separate e che tuttavia producono un effetto terzo. Poi la lingua nuova prende il sopravvento. La musica più vecchia viene sepolta e continuerà a risuonare fino alla fine del tempo. Tu sei la vibrazione fra le note. Per un po’ pensi di tornare indietro. Poi ti sembra troppo tardi. La lingua è traduzione».

Immagine © Diana Matar.


Anna Nadotti, lettrice per passione e per professione; traduttrice; editor e consulente editoriale. Ha tradotto, tra gli altri, A.S.Byatt, Anita Desai, Amitav Ghosh, e curato la nuova traduzione di Mrs Dalloway e Gita al faro di Virginia Woolf. Scrive per «Leggendaria», «l’Indice» e «www.einaudi.it».


978880621664graIl libro: Hisham Matar, Il ritorno. Padri, figli e la terra tra di loro, Einaudi, 2016. Traduzione di Anna Nadotti.