«Fu la notte in cui Mrs Bridge decise che se il matrimonio poteva anche essere un rapporto alla pari, l’amore non lo era».

 

Evan S. Connell è stato un solitario per tutta la durata della sua vita. Negli ultimi anni si era trasferito in una casa di riposo di Santa Fe, in New Mexico. Dava così poca confidenza a chi gli stava intorno che nelle prime settimane gli altri ospiti avevano pensato fosse muto. Lo racconta Gemma Sieff che in quei giorni stava lavorando a un’intervista a Connell per la «Paris Review»: nonostante fosse stato uno dei collaboratori storici della rivista, e addirittura il suo capolavoro, Mrs Bridge, fosse nato come racconto per quella sede, mancava una delle celebri «Art of Fiction» dedicata a lui. Dato che sono molto lunghe, i dialoghi si svolgono in più sedute: Connell è morto il 10 gennaio 2013, prima che l’intervista potesse essere conclusa. Rimangono solo alcune risposte.

Mr Bridge inizia così: «Spesso si ritrovava a pensare: la mia vita non è iniziata finché non l’ho conosciuta. A lei sarebbe piaciuto sentirselo dire, di questo era certo, ma non sapeva come dirglielo». In che modo parlavano i suoi genitori tra di loro?
Non parlavano tra di loro.

Come pochi altri Connell ha saputo raccontare la vita che scorre in mezzo ai silenzi di una famiglia: nessuno della sua generazione è stato un pittore tanto preciso, spietato e allo stesso tempo partecipe della vita borghese e, in particolare, della condizione femminile.

Evan S. Connell è nato a Kansas City nel 1924. Nipote e figlio di medici decise di ribellarsi alla tradizione famigliare laureandosi in letteratura: ma nel frattempo c’era stata la guerra, in cui fu pilota della marina (un destino aeronautico che curiosamente condivide con James Salter, un scrittore accostabile a lui per percorso e cura dello stile). Nel 1959, dopo che alcune pagine erano uscite appunto sulla «Paris Review», pubblica Mrs Bridge. Candidato al National Book Award ha la sfortuna di competere quello stesso anno con l’esordio di Philip Roth, Goodbye, Columbus e non vince per un soffio.

Come pochi altri Connell ha saputo raccontare la vita che scorre in mezzo ai silenzi di una famiglia: nessuno della sua generazione è stato un pittore tanto preciso, spietato e allo stesso tempo partecipe della vita borghese

Connell iniziò a lavorare al romanzo che sarebbe diventato Mrs Bridge nei primi anni ’50, «cercando da principio di scriverlo in maniera tradizionale, – scrive Salter nella postfazione a una recente edizione tascabile, – con un finale drammatico, per abbandonare poi questo progetto a favore di qualcosa che somigliasse di più alla vita quale la conosceva lui, priva di eventi straordinari ma con il peso crescente, e quasi impercettibile, delle cose che si susseguono giorno per giorno e formano o deformano, in questo caso, una famiglia del Midwest».

Quello che Connell fa con Mrs Bridge è raccontare forse la cosa più triste di tutte: il non sapere di essere tristi. La tragedia di India Bridge è l’essere del tutto inconsapevole dell’infelicità in cui versa, della solitudine a cui l’ossessione per le regole sociali la condanna e in definitiva l’allontana dal marito e dai figli. Non vede la repressione a cui è sottoposta, quindi ogni tentativo di cercare una via d’uscita, una valvola di sfogo, non potrà che essere maldestro, fallimentare: gli umanissimi e patetici tentativi di fuggire da quel contesto (come un corso di spagnolo, i te con le amiche, la pittura) vengono abbandonati presto. Rinuncia anche alla psicanalisi, che a un certo punto la tenta, dopo un commento sprezzante del marito. Ma quello che all’inizio sembra poco più che una satira tagliente anche se in fondo benevola di un certo contesto sociale, col procedere della narrazione diventa qualcosa d’altro: nell’accumularsi di scene e situazioni, il lettore, anche quello di oggi, sente crescere via via una partecipazione enorme per un destino che non può non sentire comune.
Scrive ancora Salter: « Quando alla fine Mrs Bridge si chiede, desolata, “Che cos’ho sbagliato? Che cosa avrei dovuto fare che non ho fatto?”, implicitamente sappiamo, rimanendone altrettanto commossi proprio perché non ci viene detto, che India Bridge sta pensando alla propria vita, chiedendosi: “Che cosa mi sono persa?”». Non è un caso che un altro scrittore, Joshua Ferris, anche se molto più giovane di Connell e Salter, abbia detto qualcosa di molto simile: «Mrs Bridge è un riflesso di voi e di me, la dimostrazione del nostro comune appartenere al genere umano».
Lo scaffale su si dovrebbe riporre questo libro è lo stesso di Cheever, Exley, Updike, Roth, Salter ma di certo India Bridge è parente soprattutto del professor Stoner di John Williams e dei coniugi Wheeler della Revolutionary Road di Richard Yates.

Mrs Bridge è un riflesso di voi e di me, la dimostrazione del nostro comune appartenere al genere umano

Dieci anni più tardi, nel 1969, esce il romanzo «gemello» del suo fortunato esordio, Mr Bridge, che racconta gli stessi eventi dal punto di vista del marito. Nel 1990 James Ivory trarrà dai due libri un film, Mr. and Mrs. Bridge, con Paul Newman e Joanne Woodward.
Dopo una manciata di altri romanzi, si dedicherà a volumi di ricostruzione storica tra cui, il più famoso, Son of the Morning Star, sulla vita del generale Custer, diventerà un bestseller.
Trasferitosi dalla Kansas City dell’infanzia in New Mexico, Connell rifiuterà tutte le proposte di insegnamento, conducendo una vita ritirata, solitaria, totalmente dedicata alla scrittura.

Oggetto di un culto sotterraneo e costante che come un fiume carsico ha attraversato la narrativa in lingua inglese, Connell ha ispirato decine di scrittori delle generazioni successive, da Lydia Davis, a Zadie Smith (che ne ha apertamente riconosciuto l’ispirazione per la stesura del suo NW), o Jonathan Franzen che ha definito Mrs Bridge il romanzo che più ha influenzato Le correzioni, oltre ad averlo inserito nella «reading list» dei suoi libri preferiti.
Negli ultimi anni della sua vita Connell ha iniziato a ricevere gli onori che gli spettavano, diventando oggetto di una riscoperta generale: nel 2009 viene nominato al Man Booker International alla carriera e nel 2010 vince il Los Angeles Times Book Prize.
Muore, come detto, a Santa Fe il 10 gennaio 2013.


978880622498GRAIl libro: Evan S. Connell, Mrs Bridge, Einaudi 2016. Traduzione di Giulia Boringhieri.

 

One Comment

  1. […] romanzo tremendo, ottimamente scritto da Evan S. Connell, ma tremendo per la sensazione orribile di omologazione e schiavitù e conformismo su cui fa […]

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