Su Q Code Magazine, Gabriella Grasso pubblica un’intervista molto interessante a Mohsin Hamid.

Lei sostiene che sia importante immaginare un futuro diverso, altrimenti ci resta solo ciò che conosciamo già: il passato…

Si sta diffondendo dappertutto una tendenza nostalgica. In Europa e negli Usa la piramide sociale è cambiata. Non molto tempo fa si facevano più figli e poche persone arrivavano alla vecchiaia: ora è il contrario, quindi la maggioranza della popolazione è sempre più vecchia e l’impulso nostalgico aumenta. Sono soprattutto gli anziani che hanno votato per Trump e per la Brexit. Trump vuole riportare gli americani agli anni 50. In Europa molti politici promettono di riportare gli elettori agli anni 80, quando c’era più prosperità e meno immigrazione. E quelli sono esattamente gli anni di cui gli anziani hanno nostalgia: chi non vorrebbe tornare all’epoca della propria infanzia e giovinezza? La tensione nostalgica costituisce un problema per un Paese. Con la Brexit, per esempio, chi ha meno anni da vivere ha privato i giovani di un futuro con maggiori opportunità. Non bisogna farsi intrappolare in queste politiche nostalgiche: per questo occorre proporre politiche ottimiste. Ma come possiamo iniziare a pensare a un futuro che sia migliore del passato? Secondo me dobbiamo essere radicali. Proviamo a immaginare, per esempio, un mondo in cui la tecnologia permette la costruzione di macchine che sostituiscono gli uomini, e che questo vada a vantaggio di tutti. Immaginiamo una società che pensa alle persone non solo come consumatori – che è un modo orribile di considerare gli esseri umani – ma come produttori. Trattando gli uomini solo come consumatori li stiamo distruggendo come produttori e stiamo causando in loro una frustrazione crescente: perché pur continuando a consumare, provano un forte senso di violazione della loro dignità. Proviamo invece a pensare a un mondo in cui la tecnologia consente di raggiungere maggiori livelli di prosperità, la quale viene divisa più equamente e reinvestita per supportare l’abilità delle persone a produrre. Non sto dicendo che questo sia l’unico futuro desiderabile, ma che bisogna avere una visione. E invece la politica non ne produce e cerca solo di fomentare odio per il diverso.

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Romano Luperini su La letteratura e noi scrive che Mohsin Hamid, con Exit West, ha prodotto una «parabola lieve e terribile della condizione dell’umanità nell’epoca delle grandi migrazioni».

Il romanzo è una allegoria leggera e tragica. Il realismo della situazione non ha niente della serialità televisiva o dell’impressionismo giornalistico e documentario, anzi viene sfumato in forme indirette e allusive, quasi di favola. Exit West non vuole semplicemente raccontare una storia (niente Storytelling), ma alludere a una condizione umana, indurre il lettore alla riflessione, farlo pensare. La odierna situazione dell’umanità viene stilizzata in forme leggere e delicate che seguono tanto l’evoluzione affettiva della coppia (dalla passione al distacco, ma sempre nel rispetto reciproco), quanto il destino delle popolazioni migranti, lasciando aperto, alla fine, uno spiraglio di speranza. Da leggere. (Ma ci sarebbe da chiedersi perché i narratori italiani non riescano a guadagnare la prospettiva planetaria che così spesso si incontra invece negli scrittori americani o in quelli del cosiddetto terzo mondo…).

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Su il Tascabile, Sara Marzullo scrive un pezzo molto bello sulla fragilità del concetto di frontiera, tra Exit West e Il ritorno di Hisham Matar.

È il mondo definito dal tempo magico della favola, che pare svolgersi se non in un eterno presente, almeno, eternamente nel nostro presente. E c’è un altro aspetto fondamentale: trasformando l’atto migratorio in un azione sicura, protetta dai portali, invece che nel buco nero dell’indicibile, Hamid fa qualcosa di più, cioè si lascia la possibilità di raccontare cosa c’era prima, prima della guerra, prima che Nadia e Saeed diventassero due migranti, due corpi che dormono abbracciati in una tenda. Nei paesi in guerra ci si innamora – sembra una banalità, ma va ricordato: ci si innamora quando si lavora nelle Croci Rosse, nei campi per gli sfollati, nelle manifestazioni di piazza che per un certo tempo hanno costeggiato l’abisso, nelle scuole. Ci si innamora, ci si perde, si fanno figli, si viene fatti sparire dai servizi segreti finché morte e assenza non diventano sinonimi. Hamid racconta di quando Nadia e Saeed si sono scelti, di come le parabole delle loro esistenze potevano non essere governate dalla necessità, ma dal desiderio, di come avrebbero potuto lasciarsi: forse, se certi passaggi narrativi non fossero svolti dai portali, questo tipo di racconto ne sarebbe stato indebolito.

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Invece Gianni Montieri, su Poetarum Silva, si sofferma sullo stile, il linguaggio che Hamid ha scelto – o da cui è stato scelto.

Non si può scrivere di Exit West, il recente romanzo di Moshin Hamid, senza fare un ragionamento sulla bellezza delle parole e del suono che fanno, ancor prima del significato,  ancor prima che queste siano ricondotte alla trama. (…) Hamid ci racconta di qualcosa che non si può fermare, il movimento perpetuo delle persone lo si può soltanto comprendere, attraverso qualche rinuncia, facendo dei passi avanti. Ci spiega come evolvano gli amori in tempo di pace e in tempo di guerra. Accoglienza è anche abbandono ed è soprattutto cosa inevitabile. Le porte gestiranno il destino di tutti, non sarà più soltanto un discorso di gente in fuga ma di desideri. Il passaggio dalle porte consentirà a qualcuno la salvezza, ad altri la felicità di trovare un amore, magari in Brasile, magari a sorpresa, quando mancheranno pochi anni alla morte.

Hamid usa l’immaginazione per mostrarci la realtà, farci vedere ciò che accade e intravedere ciò che accadrà. Lo fa raccontando una storia d’amore, lo fa con la carezza spietata della sua scrittura. Hamid fa ciò che deve fare, a mio avviso, la letteratura.

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E per finire, «Rivista Studio» ha compilato una lista dei migliori libri del 2017 (fino a questo momento): il primo scelto è proprio Exit West.

Per spiegare perché Exit West è uno dei libri del 2017 basta guardarsi intorno: è sufficiente uscire di casa, se si abita a Milano, e prendere un treno dalla stazione Centrale, o altrimenti soltanto sfogliare un giornale, o ascoltare distrattamente le notizie dei tg della sera. Della crisi globale dei rifugiati di norma ci arrivano soltanto echi lontani, asettici e prontamente strumentalizzati, ma nel suo libro Mohsin Hamid rende la fuga dalla guerra – una fuga contemporanea, verosimile – una storia potente, che ha portato la Book Review del New York Times a scrivere: «È come se Hamid avesse saputo in anticipo quello che stava per succedere all’America e al mondo». Exit West è un romanzo politico, è stato detto, ma quando l’abbiamo incontrato Hamid ha detto che «tutta la scrittura è politica». Ha ragione: qui non ci sono i barconi, ma c’è tutto il resto.

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