La mia cugina prima Ljilja è sposata con un uomo di nome Muhamed. Un tempo vivevano a Bijeljina, una città sul confine bosniaco occupata nel 1992 da soldati serbi decisi a ripulire il paese dai musulmani. Temendo per la propria vita, Muhamed pagò uno sconosciuto per attraversare il fiume e arrivare in Serbia, dove avrebbe potuto nascondersi. Qualche giorno dopo, Ljilja lasciò il suo lavoro di insegnante e prese un autobus col figlio appena nato, Damir, per cercare di raggiungerlo. Temeva che alla frontiera l’avrebbero rimandata indietro, o buttata nel fiume. Per fortuna, a controllarle i documenti fu un suo ex studente, che la lasciò passare. Poco dopo, il padre di Muhamed fu ammazzato di botte dai paramilitari serbi.

La famiglia approdò in Francia. Per sedici mesi visse in una struttura per i rifugiati: una piccola stanza, due famiglie, letti a castello affollati. Damir ci mise un po’ a cominciare a parlare, ma poi crebbe padroneggiando due lingue, il bosniaco e il francese. Una volta ottenuto il permesso di soggiorno, il governo locale fornì loro un piccolo appartamento. Era completamente vuoto: niente mobili, niente letti, niente cucina, niente frigo, niente di niente. Avevano solo due borse di vestiti da bebè, regalo della Croce Rossa. Una cugina di Muhamed riuscì a procurare loro alcune cose, fra cui una culla, raccolte da amici francesi. Per un po’ Ljilja e Muhamed dormirono sul pavimento. Muhamed cercava disperatamente lavoro, ma il suo nome non aiutava. Più di una volta dovettero mangiare alla mensa dei poveri.

Per farla breve: a dieci anni Damir costruisce il suo primo robot; a quindici scrive il codice per controllare via internet un altro robot

Per farla breve: a dieci anni Damir costruisce il suo primo robot; a quindici scrive il codice per controllare via internet un altro robot, sempre costruito da lui. Ora ha venticinque anni e sta facendo un dottorato all’Université Paris-Sud a Orsay, il principale istituto di ricerca francese per l’intelligenza artificiale (e fra i primi cinque al mondo). Si sente all’80 percento francese e al 20 percento bosniaco. Quando lo incontro, vedo il futuro che verrà dopo di me, e le cose che lui è in grado di fare io non riesco neanche a immaginarle.

Nel frattempo, il primo ministro francese Manuel Valls, che dagli attentati del 13 novembre governa in un indefinito stato d’emergenza, ripete che i rifugiati “destabilizzano le nostre società”. Katie Hopkins, “opinionista” di un tabloid britannico, e fanatica trumpista, ha scritto: “Questi migranti sono come gli scarafaggi. Sembrano tanto ‘Etiopia di Bob Geldof intorno al 1984’, ma sopravvivrebbero a un’esplosione nucleare”. A Stoccolma teppisti dal viso coperto pestano i figli dei rifugiati; l’accampamento di Calais è stato preso d’assalto da gruppi di facinorosi; un gruppo tedesco anti-islamico, PEGIDA, organizza manifestazioni in tutto il continente. L’Europa non avrà un politica comune sui rifugiati, ma sicuramente sta sviluppando un’etica condivisa.

La strategia del percorso a ostacoli ha tutto da guadagnare dalla disumanizzazione

L’attuale approccio ufficiale al problema si basa sulla speranza che un percorso a ostacoli paneuropeo riuscirà a ridurre il flusso (un milione di persone nel 2015). Qualunque cosa incoraggi i rifugiati a prendere in considerazione l’opportunità di morire da qualche altra parte è benvenuta: giubbotti di salvataggio difettosi e sempre più morti in mare, assenza di supporto logistico e umanitario (se si esclude quello delle ONG e dei volontari), violenze da parte di criminali e poliziotti, soldi al Libano (dove i rifugiati costituiscono il 30 percento della popolazione) e alla Turchia perché li tengano rinchiusi in squallidi campi profughi. Mentre paesi come l’Ungheria e la Polonia circondano le frontiere di filo spinato per evitare che i rifugiati “destabilizzino le nostre società”, l’accordo di Schengen, cruciale per l’Unione Europea come idea e pratica che garantisce la libera circolazione all’interno dei confini, sta per essere di fatto sospeso. Perfino alla Germania, che fino all’incidente di Capodanno a Colonia, dove centinaia di donne sono state aggredite e molestate da uomini “d’aspetto arabo o nord-africano”, si era mostrata accogliente, non dispiace che il numero dei rifugiati venga scremato prima che abbiano modo di arrivare fin lì.

La strategia del percorso a ostacoli ha tutto da guadagnare dalla disumanizzazione. Le immagini televisive mostrano orde di rifugiati che premono contro le recinzioni, invadono le stazioni ferroviarie, scendono da barche stracolme, privi di qualunque individualità, come zombi. Parlando dei “migranti”, il primo ministro britannico David Cameron ha usato termini come “sciame” e “branco”, poco meglio di “scarafaggi”. L’effetto di spogliare i rifugiati dei loro averi (come ha fatto la Danimarca) è assicurarsi che anche quelli che riescono a entrare lo facciano come se fossero niente. L’unica individualizzazione su cui i rifugiati possono talvolta contare è quella della morte: a un bambino annegato e spiaggiato possono venire attribuiti un nome e una vita, ma pochissimi altri arrivano a essere considerati pienamente umani. È probabile che da qualche parte in Europa qualcuno stia sviluppando un videogioco in cui fai punti eliminando rifugiati senza nome prima che raggiungano Londra o Copenaghen.

Chiudendo la porta in faccia ai rifugiati, l’Europa sta sigillando il coperchio della sua bara foderata di satin

Ogni volta che lo vedo, Damir mi illustra pazientemente le sue geniali idee sull’intelligenza artificiale, la nanotecnologia e la microbiologia, spiegando gentilmente al vecchio zio l’etica dell’autoapprendimento degli algoritmi, la logistica dell’evoluzione diretta. Alcune di queste sue idee potrebbero essere redditizie, ma lui preferisce postarle su qualche sito open-source. Un quarto di secolo fa, è riuscito a sopravvivere al massacro dei musulmani bosniaci fuggendo fra le braccia della madre attraverso frontiere ostili. Se il futuro della Francia e dell’Unione Europea non sono Damir e quelli come lui, allora la Francia e l’Unione Europea non hanno alcun futuro. Chiudendo la porta in faccia ai rifugiati, l’Europa sta sigillando il coperchio della sua bara foderata di satin.

 

Articolo originariamente apparso su Rolling Stone, Usa.
Traduzione di Norman Gobetti

© 2016 Aleksandar Hemon


Aleksandar Hemon è nato a Sarajevo nel 1964 e dal 1992 vive negli Stati Uniti, dove è rimasto bloccato dallo scoppio della guerra in Bosnia poco tempo dopo il suo arrivo. È autore, tra gli altri libri, di Il progetto Lazarus e Amore e ostacoli. Il suo ultimo libro è L’arte della guerra zombi.


hemonIl libro: Aleksandar Hemon, L’arte della guerra zombi, Einaudi 2016. Traduzione di Maurizia Balmelli.