L’ispirazione è un fenomeno misterioso e non sempre uno scrittore sa perché scrive quella certa storia che scrive. A me è capitato che una storia da 300 pagine mi venisse incontro bell’e pronta in mezzo minuto, mentre attraversavo la strada. Dovevo solo trovare il tempo di mettermi a scriverla e una volta terminata, riuscire a definire di che cosa il libro trattasse, in modo che ne potessi parlare. Se ricordo bene, le cose andarono così, quando scrissi Rosa candida. Per Hotel Silence è stato diverso, perché prima di cominciare a scriverlo ho pensato a lungo, a questo libro. Dai due ai tre anni. Quando dico di aver pensato al libro, intendo dire di aver pensato al mondo. Trovandolo cupo, e trovando grande la sofferenza dell’uomo. Una delle domande che mi sono fatta è stata: per quale ragione gli interessi dei produttori di armi stanno tanto al di sopra delle leggi e delle istituzioni internazionali, al di sopra delle associazioni umanitarie e di quelle di soccorso? Mi sono poi fatta anche delle domande sulla mascolinità correlata all’idea dell’uccidere. E, come si dice in Hotel Silence, sono arrivata alla conclusione che «una minoranza uccide, la maggior parte muore e basta».
In sottofondo risuona l’interrogativo che ci poniamo in molti: c’è qualcosa che posso fare io? La risposta che mi sono data per rincuorarmi è stata questa: nessuno può fare tutto, ma tutti noi possiamo fare qualcosa. Perché colui che sa ma non fa niente ne porta la responsabilità.


Nessuno può fare tutto, ma tutti noi possiamo fare qualcosa. Perché colui che sa ma non fa niente ne porta la responsabilità.L’arma di uno scrittore è la penna e io ho stabilito che il mio contributo sarebbe stato quello di scrivere un libro sulla sofferenza e sul dolore ma che si ponesse in contrasto con la tetraggine del mondo. La questione che bruciava in me era se fosse possibile predisporre uno spazio per la bontà, che nel mondo esiste. Questo il progetto iniziale.

Ho deciso che il libro doveva essere un fiammifero, niente più che un fiammifero acceso nel buio del mondo. E dal momento che «la donna è il futuro dell’uomo», ho capito che il romanzo doveva parlare di donne. Poiché la narrazione si basa sulla dinamica degli opposti (se si vuole raccontare la vita, si scrive della morte), era necessario che il protagonista fosse un uomo. Mi sono proposta di cominciare il libro il primo settembre 2015. La sera prima sono caduta e mi sono fratturata una spalla. Alcuni giorni dopo, ero su un treno pieno di profughi: arrivavo dal festival del libro di Flensburg, proprio sul confine tra Germania e Danimarca, diretta a Copenhagen. C’è una foto di me col braccio al collo sul treno stracolmo insieme ai miei compagni di viaggio, quattro fratelli e sorelle di Aleppo. Ho avuto il braccio dolorante per dieci mesi e ho buttato giù la prima versione di un libro che parla di sofferenza e di speranza usando tre dita della mano sinistra, lunga distesa su un divano a 66 gradi di latitudine nord.

Così è venuto alla luce Jónas Ebeneser, uomo di 49 anni dalla manualità particolare, che all’inizio del libro è smarrito, vuole morire. Ma invece del suicidio, il romanzo mette in scena altre possibilità: quell’energia rinnovatrice che arriva quando smettiamo di essere «io» per diventare un «io» altro e nuovo.
Il romanzo mette in scena quell’energia rinnovatrice che arriva quando smettiamo di essere «io» per diventare un «io» altro e nuovo.L’Islanda è un’isola senza armi e l’ultima guerra vi è stata combattuta nel 1238, nella brughiera, con spade mezzo spuntate. Non c’è esercito né obbligo di leva, nemmeno la polizia gira armata. Al posto dell’esercito abbiamo le squadre di soccorso, composte da volontari non stipendiati che salvano i turisti smarriti, quelli che si perdono nelle nostre lande desolate.

Jónas significa «colomba» e Ebeneser «il premuroso» e io ho deciso che non sarebbe stato troppo ipocrita inviare il rappresentante di una società senza armi nel mondo per tentare di «aggiustarlo». Aggiustando se stesso nel contempo. Jónas si stabilisce all’Hotel Silence con un trapano e qualche arnese. E come in tutti i miei libri, il piccolo e il quotidiano riproducono un contesto più ampio. Il piccolo è grande. Il dolore dell’individuo è dolore del mondo.

In Hotel Silence si dà valore al corpo. E alla carne. Il personaggio principale è un uomo di non molte parole, uno che però ripara tutto quello che le donne gli chiedono di riparare. Il titolo islandese del libro è Ör (“cicatrice”), ma quello su cui ho lavorato era Hotel Silence. Sono stata parecchio indecisa, nella scelta. Nella vita nessuno elude le cicatrici, che sono parte della geografia di anima e corpo. Il protagonista di Hotel Silence porta su di sé sette cicatrici, quattro al di sopra dell’ombelico (la cicatrice originaria) e tre al di sotto: «Lo sapevi che in certi posti le cicatrici sono simbolo di valore? Se ne porti una notevole, sconvolgente, vuol dire che hai guardato la bestia dritto negli occhi, senza farti sopraffare dalla paura. E sei sopravvissuto».
In ogni lingua risiede un particolare pensiero, una storia e una cultura.In ogni lingua risiede un particolare pensiero, una storia e una cultura, anche fra le comunità linguistiche più piccole del mondo, come quella islandese. In islandese decliniamo il pronome enginn («nessuno» o «nulla») in tre generi, al singolare e al plurale, e in quattro casi. Questo significa che abbiamo 24 possibili variazioni per una parola che rappresenta ciò che non è, e tutte dipendono da quale significato noi scegliamo di dare al niente (non stupisce che il solo esistere di traduttori dall’islandese appaia come un miracolo). Io credo che l’essenza dello scrivere risieda nel suo tentare di dare parola a quel vuoto che potremmo chiamare il non essere. Il che significa anche che ciò che sta tra le parole è importante quanto le parole stesse. In realtà quello spazio è anche più importante delle parole, perché è in quello spazio che il lettore entra in gioco e dà il proprio significato all’opera. Lo potremmo chiamare un silenzio. Una pausa nel tempo. È come le distese islandesi. Senza silenzio non c’è significato. Senza silenzio non c’è risanamento.

È precisamente lì, sull’orlo estremo del vuoto, in quell’inarticolato spazio del pensiero, del sogno e dell’immaginazione, che lo scrittore sta, con ali tanto sottili e trasparenti da riuscire a trasportare solamente coloro che non comprendono le leggi della gravità.

Traduzione di Stefano Rosatti. Articolo apparso originariamente su «Tuttolibri» della «Stampa». Ringraziamo l’autore e il giornale.


Auður Ava Ólafsdóttir è nata a Reykjavík nel 1958. È l’autrice di Rosa candidaLa donna è un’isola, L’eccezione e Il rosso vivo del rabarbaro. Di lei Paolo Giordano ha scritto: «Rosa candida ubbidisce al tempo sospeso delle fiabe come se fosse stato scritto da un’eremita riparata per anni in un fiordo, senza radio, giornali o televisione: una bella boccata di ossigeno». Hotel Silence è candidato al Premio Strega Europeo.


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Il libro: Auður Ava Ólafsdóttir, Hotel Silence, Einaudi 2018. Traduzione di Stefano Rosatti.