«Alcune passioni sono soggetto abituale delle opere di fiction e altre, sebbene siano anch’esse indubbiamente delle passioni, sono più segrete e impossibili da descrivere. La passione per la lettura sta in un certo senso nel mezzo: vi si può alludere ma non si può raccontare, dal momento che descrivere una lettura appassionata di Libri occuperebbe ben più pagine di quante non ne conti Libri, e sarebbe un anticlimax».

A. S. Byatt, La Vergine nel giardino,  trad. di Anna Nadotti, Einaudi, 2002

 

 

Chiara Valerio. Lei ha tradotto molti libri. Le cito i primi che ho letto, Possessione di Antonia S. Byatt, Carne di Ruth L. Ozeki, Cromosoma Calcutta di Amitav Gosh – non credo me ne siano serviti altri per imparare il suo nome – e negli ultimi anni ha anche ritradotto. Penso a Mrs. Dalloway e Gita al faro di Virginia Woolf. C’è una differenza tra tradurre e ritradurre?

Anna Nadotti. Nel Vocabolario Zingarelli della lingua italiana si legge: «ri-, prefisso di verbi che esprime ripetizione, reduplicazione (riascoltare, riproporre, ritentare), ritorno a fase anteriore, con un valore di opposizione (risanare, ritrovare), intensità (rasserenare, ricercare, risvegliare), o con funzione derivativa (raffreddare). Può conferire un valore nuovo al verbo di derivazione».

Partirei da qui per dire del ri-tradurre, che è cosa diversa dal tradurre. Ed è stato, nella mia esperienza con La signora Dalloway e con Gita al faro, tutte – e insieme nessuna – delle azioni che lo Zingarelli elenca. Ho infatti riascoltato la musica del testo originale con l’intenzione di riproporla alle lettrici e ai lettori italiani in tutta la sua esattezza, la sua distillata precisione. L’intenzione di ritentare un’impresa già tentata ma nello stesso tempo e soprattutto tornare alla fase anteriore, al testo originale, non so se per risanarlo, certo per ritrovarlo così come a me suona, cristallino, sincopato, a tratti leggero come l’aria, a tratti con il peso dell’acqua, e con il movimento infinito di entrambi gli elementi. E il loro interagire. Non nascondo il timore che inizialmente mi ha accompagnata. Ma più rileggevo l’originale, più ricercavo le parole per tradurne i suoni e i ritmi nella mia lingua, più mi rasserenavo. Come se ricercare risvegliasse non solo il testo in me, ma me nel testo. Ne è derivato un percorso imprevisto, più del solito affine a quello della scrittura, e qui l’esempio ultimo del vocabolario, che mi appariva inutilizzabile, si rivela curiosamente giusto, forse perfetto: ne è infatti derivato un raffreddamento delle mie intenzioni, lasciando spazio alle sensazioni. Tutte, acustiche, visive, tattili, olfattive, gustative. L’icona Woolf, molto amata ma minacciosa come sempre le icone, tanto più se soggetto e oggetto di infiniti studi, ha acquistato una strana trasparenza. Se la trasparenza avesse un corpo, penso che avrebbe quello delle sue parole così a lungo pensate. Ripensate e riscritte e rititolate. Materializzate. Ho ritradotto con la sensazione di sfiorare quella trasparenza.

 

C.V. Non ho paura delle icone. O così mi sembra. Di Virginia Woolf, certamente, non ho mai avuto timore. Vertigine di tanto in tanto. Una fortunata contingenza alfabetica, credo. A casa mia, Woolf stava dopo Verne, e quindi dopo Ventimila leghe sotto i mari, così, leggere di un faro, mi era parso naturale. È un romanzo dove si finge di andare al faro a ogni riga. Si va al faro “sì, se domani è bello”, dove il tempo non è mai abbastanza buono per salpare. Quindi salpare forse sognare. Salpando e mirando. Ciò che non siamo, ciò che non salpiamo. Salpare pallido e assorto. Quando il tempo è adatto per approdare al faro, il romanzo è finito. Il saggio che ho scritto molti anni fa su Gita al faro si intitola God Bless you please Mrs Ramsay. Ho sempre pensato che Mrs Ramsay fosse troppo bella e che tutti gli altri passassero il tempo a guardarla. Nessuno fa niente perché sono tutti impegnati a guardare Mrs Ramsay. In tanti anni, non ho mai cambiato idea. Quindi due domande. Come ha fatto a tradurre Gita al faro senza cadere nella malia di Mrs Ramsay? Ginevra Bompiani dice sempre che tradurre significa fare in barca un percorso che qualcuno ha fatto via terra. Quando è arrivato il tempo giusto (Time, Tense, Weather) per la sua Gita a Woolf?

A.N. Qualche anno fa (mi apprestavo allora a tradurre Mrs Dalloway), rileggendo il diario di Woolf, avevo evidenziato con colori diversi gli appunti della scrittrice relativi ai diversi romanzi che andava scrivendo. A ogni romanzo un colore. Il mio primo tratto azzurro sottolineava «in ogni pagina si deve sentire il mare». Sono partita da lì. Mi sono messa in ascolto a partire da quell’annotazione. E da quel momento ho avuto la sensazione di vedere tutto in modo diverso. Nelle mie precedenti letture di Gita al faro ero sempre partita da Mrs Ramsay, ora invece partivo dal rumore, dai suoni dell’acqua e da quelli del vento. Aria e acqua, penna e pennello – e i miei segni a matita. Ho tradotto in una specie di trance guidata verso il faro dalla peculiare sonorità della lingua di Woolf, che così suonando semina indizi sul quando, sul come e sul chi:

«Perché di fronte a lei c’era il grandioso specchio d’acqua azzurra; con il venerando Faro, distante, austero, al centro; e sulla destra, a perdita d’occhio, sempre piú pallide e sfumate, in morbide pieghe profonde, le dune verdi con il loro manto di erbe selvatiche sembravano correre verso un paesaggio lunare, disabitato.
«Ecco il panorama, disse, fermandosi, gli occhi sempre piú grigi, che suo marito amava».

Che suo marito amava. Anche le dune sono un mare e di lì a poco Mr Ramsay ne percorrerà con la memoria l’incanto. Del resto è un’onda lo scialle verde in cui Mrs Ramsay si avvolge. Un’onda che la protegge e la spinge più in là. Lasciando spazi che un tempo non vedevo. A ben vedere tutto il romanzo è un susseguirsi di indizi preziosi; assemblandoli ne viene una “musica strana”, non dissimile da quella che viene dalla tastiera suonata con nove dita e un moncherino metallico dalla protagonista di Lezioni di piano.

«Al calar delle tenebre, il raggio del Faro, che nel buio si posava con tanta autorevolezza sul tappeto, evidenziandone il disegno, nella luce piú tenue si fondeva con la luce lunare scivolando gentile come per fare una carezza, indugiava in uno sguardo furtivo e poi tornava a farsi amorevole. Ma proprio nella pausa di quell’amorosa carezza, mentre il raggio si allungava sul letto, la roccia si spaccò; si allentò un altro lembo dello scialle; pendeva lí, ondeggiando».

Pendeva lì, ondeggiando… come una vela da un albero dopo una burrasca, o un desiderio sospeso, o un dolore represso. Dilazione di spazio e di tempo. Fino a quell’ultimo salto agile e snello di Mr Ramsay, un movimento nell’aria che spiega quasi tutto. E anche tutto ricompone. Questa la mia lettura. Una musica strana. Ginevra Bompiani ha ragione, tradurre è fare in barca un percorso che altri hanno fatto via terra. Per acqua la distanza è minore, ma la linea dell’orizzonte a tratti si rovescia, il baricentro è instabile quanto i riflessi di luci e ombra, il tempo sfuma e si dilata. E il silenzio ha tutt’altro spessore. Quest’ultima considerazione mi aiuta a rispondere alla seconda parte della sua domanda. Non ho scelto io il momento della mia gita a Woolf, non del tutto almeno, ma gli innumerevoli viaggi fatti come lettrice e quelli ormai numerosi fatti come traduttrice mi hanno abituata all’incertezza, al silenzio e alle voci, le sento, le distinguo, le aspetto, le riconosco, le sopporto, le detesto e tuttavia non le zittisco. Ecco, questo. Per dire che il momento era venuto.

E poi, A. S. Byatt, mia amata narratologa, nel Libro dei bambini scrive: «Uno scrittore fa un incantesimo, invitando il lettore nel cerchio magico del mondo del libro. Con parole sottili, chi scrive induce un lettore a sentire un prurito sulla pelle, le labbra che si socchiudono, il sangue che accelera nelle vene». Il traduttore sente più forte che mai il prurito sulla pelle, socchiude le labbra fino all’apnea, sente scorrere il sangue nelle vene con l’insidiosa velocità delle parole, infine invita il lettore d’altra lingua in quel medesimo cerchio magico, che ridisegna e in cui silenziosamente si inscrive.

 

C.V. Mentre leggo questa risposta penso, per la prima volta, a Mrs Ramsay come a un paesaggio. E a tutti gli altri personaggi – specialmente a Lily Briscoe – che ci camminano in mezzo. Brulicano su Mrs Ramsay. Forse, per evitare il fascino di Mrs Ramsay bisogna vederla come un tutto e non come un solo essere vivente, un singolo. (E questo – “il paesaggio Mrs Ramsay” – spiegherebbe forse, se ci fosse bisogno di spiegare, perché il quadro di Lily Briscoe sia solo una linea e la “visione” della pittrice un gesto causato dal difetto di prospettiva, persone come paesaggi, paesaggi come punti. Non ci sta davanti, ci sta in mezzo).

Parto da questa sensazione – di ampliamento della singolarità, dell’io, di un possibile io panico – e passo alla lettura, alla “super” o “ultra” o “ur” lettura che il tradurre impone, o comporta non so. Virginia Woolf ha scritto spesso – molto più spesso nei diari – della volontà di tenere insieme le cose e della tensione opposta, tutta umana – un principio di azione e reazione, come in fisica – a separarle. Anche riguardo la lettura, in Una stanza tutta per sé, Woolf scrive  «i libri sono la continuazione l’uno dell’altro nonostante la nostra abitudine a giudicarli separatamente» (Einaudi, trad. di Maria Antonietta Saracino, p. 165).

Ecco, la sua amata (e integralmente mirabilmente tradotta da lei in italiano) Byatt, ha dichiarato una volta – doveva essere un’intervista video sul sito del Guardian – che non credeva in Dio, ma credeva in Wallace Stevens. Lei crede in Wallace Stevens? E soprattutto lei crede che leggere – capire e spiegare, come sinonimi, come il quadro di Lily Briscoe – e tradurre chiedano un atto di fede nelle parole? Nelle parole come latrici di incantesimi, per esempio, nelle parole che se non possono guarire curano, e se non possono curare, consolano?

E non si impazzisce, alla fine, comunque, nel tentativo di tenere tutte le parole insieme?

Due cose sull’io, non so in che modo c’entrano, e perché, ma le annoto. Un racconto di Arthur Schnitzler, intitolato Io. Un racconto di puro nominalismo, un uomo che porta scritto “io” sul petto. Poi un verso di Lars Gustaffson, degli anni 80, citato in un saggio “Conoscenza per frequentazione” di Ludovica Koch: «Quando muore un solipsista, si spegne un universo». Insomma l’io che nello scrittore coincide col mondo, e l’io del traduttore che coincide col mondo dello scrittore, che però non può funzionare. O sì?

A.N. Le sono molto grata di queste riflessioni. Perché è vero che nella mia lettura Mrs Ramsay si è andata via via, e direi quasi a mia insaputa, configurando come un paesaggio. Ai miei occhi il suo fascino risiede proprio in questo, nell’essere lei uno spazio fisico e mentale che si dilata non precludendo bensì creando altro spazio – dove crescono peri e ciuffi di tritomi rossi, individui e letteratura. Uno spazio sempre più vasto e astratto, sicché l’ultima pennellata di Lily Briscoe mi è sembrata, a lettura ultimata, un ritratto. Il ritratto cui Lily aspira per l’intero romanzo e in cui noi leggiamo infine i lineamenti. Le parole hanno in Woolf la duttilità dei segni e l’andamento dei versi. Tradurla è un’esperienza bellissima, linguistica e musicale.

«Il sospiro di tutti i mari che s’infrangevano a tempo intorno alle isole li quietava; la notte li avvolgeva; niente ruppe il loro sonno finché, ai lievi cinguettii degli uccelli che l’alba intesseva nel proprio biancore, al cigolio di un carro, al latrato di un cane da qualche parte, il sole sollevò le cortine, lacerò il velo sui loro occhi…»

Come non credere in Wallace Stevens? Come non credere nei poeti? In Una stanza tutta per sé, Woolf scrive «È strano come un frammento di poesia lavori nella mente e costringa le gambe a muoversi al suo ritmo, mentre si cammina» (p. 27). È proprio così. Ho letto e riletto Leopardi, Yves Bonnefoy, Antonella Anedda… mentre traducevo Woolf, non so, una questione di luci, di grazia, di consolazione. Un atto di fede nelle parole? Forse sì, perché traducendo autori così grandi si ha la sensazione a tratti di maneggiare qualcosa di delicatissimo e perfetto. Ne viene, perlomeno a me, uno spavento, un senso di responsabilità estrema che solo la compagnia dell’autore rende più lieve, quel particolare do ut des che lega chi scrive a chi traduce: Tu dai voce a me, io do voce a te.  Avendo letto le sue traduzioni di Flush, Freshwater, Tra un atto e l’altro e relative postfazioni, credo l’abbia sperimentato anche lei.

Non so se si impazzisca, anzi non credo, perché in realtà si è già un po’ pazzi quando si accetta di metter mano alla casa dell’altro/a. Calvino giustamente parlava di “lucida follia” del traduttore. Quanto al solipsismo, in un mio saggio descrivevo così il traduttore: «Arrivi quando lo spettacolo è finito, solo che le luci non si spengono né viene tirato il sipario. Reciti a soggetto dato e poi esci di scena, in punta di piedi come ci eri entrata. Il soggetto è rimasto ma ha cambiato voce. Nella possibilità stessa di un simile s/cambio di voce c’è tutto il sapere sui generis della traduzione di cui parla Berman, e l’energia inesauribile della letteratura».

 

C.V.  Le faccio una confessione. Non sono mai andata in analisi, lei? Una forma di diffidenza (o supponenza). L’io è un concetto un po’ asfittico, l’identità è asfittica. O no? Il mio amico, Nando Riolo, psicoanalista, sostiene che nella mia diffidenza ci sia un errore di percezione (e di racconto della psicanalisi e, inoltre, di confusione tra psicanalisi e psicoterapia), che la psicanalisi non abbia nulla a che vedere con l’introspezione. Io leggo molto e dalle sue risposte e dalla descrizione di come si prepara alle traduzioni, mi sembra che anche lei sia un lettore vorace – una lettrice. In questa dimensione, fornitami da Nando, la lettura, i libri, sono esattamente la mia forma di psicanalisi. Leggo per stare meglio nella vita insieme agli altri. E lei che rapporto vede tra lettura e psicanalisi?

A.N.  Sorrido della sua confessione. Anche se ho fatto un’analisi durata quasi cinque anni, non penso che sia un passaggio obbligato. Ognuno trova i suoi modi per vivere. Le dirò anzi che a suo tempo l’analisi mi sembrava in qualche misura una resa. Cresciuta con l’idea che bisogna cavarsela da sole, ero arrivata alla soglia dei quarant’anni riuscendoci. Avevo avuto e avevo una vita piuttosto intensa (personale e politica, appartengo a quella generazione di donne). Quanto al leggere, avevo sempre letto moltissimo, fin da piccola, e continuavo a farlo. Ma d’un tratto era diventato più difficile tenere a bada la malinconia, d’un tratto le parole non bastavano più. «Ho un luogo interno che non conoscevo. Ora tutto va a finire là. Non so che cosa vi accada», scrive Rilke nei quaderni di Malte Laurids Brigge. All’improvviso mi era urgente capire cosa accadeva… (il corsivo è mio). I miei diari di quel periodo sono zeppi di citazioni. Letture e pezzi della mia vita intrecciati indissolubilmente. Tra gli uni e le altre trascrizioni di sogni. Sfogliando quei quaderni ingialliti per rispondere ora alla sua domanda, ho ripensato a molte cose. A una mancanza che la lettura davvero pazza e disperatissima arginava ma non conteneva più. Capisco la sua diffidenza. Io temevo, iniziando l’analisi, la normalizzazione del linguaggio. Non volevo perdere le mie parole, erano sempre state preziose, ben più di una coperta di Linus. Non volevo perdere il gusto per le storie, una compagnia irrinunciabile. Non le ho perdute, si sono anzi moltiplicate, dentro e fuori di me. Credo di poter dire che quell’analisi fu una gran lettura!

Da allora moltissime pagine sono passate fra le mie mani di traduttrice, oltre che di lettrice, dimostrandosi, come lei dice, strumento per stare meglio insieme agli altri. Però non so se avrei tradotto come ho tradotto l’epilogo di Possessione, se non avessi ragionato con l’analista della mancanza di cui prima parlavo. Non so se Frederica Potter avrebbe avuto, nella nostra lingua, la stessa lussureggiante vita della mente. Né Tridib lo stessa intelligenza delle rovine comuni. So per certo che traducendo To the Lighthouse avevo la sensazione fisica delle parole e della punteggiatura di Virginia Woolf in quello che doveva essere «Un libro composto interamente e unicamente e con assoluta integrità dei propri pensieri… un libro duro e muscoloso… mai una parola sbagliata per intere pagine…» (Diario di una scrittrice, 21 marzo 1927).

Se la mancanza diventa uno spazio, le voci si moltiplicano, il silenzio è condiviso e i corpi non fanno ombra agli altri corpi.

 

C.V. Ci sono due righe di Marina Cvetaeva che mi tornano in mente mentre leggo la sua risposta – mi tornano in mente spesso in verità ma adesso un po’ di più, io mi fisso, come i bambini; come per i bambini, le mie fissazioni sono cicliche, ma non ho la giustificazione dell’infanzia, – scrive Cvetaeva, credo sia ne Le notti fiorentine, «In questa stanza ci sarà sempre una sedia vuota di te». Ecco, la mia stanza è vuota di Frederica Potter, ma ho Una donna che fischia; è vuota di Pilato, ma ho il Maestro e Margherita, e potrei continuare a lungo (anche se ho una stanza piccola). Ecco mi sembra che la lettura faccia questo, arredi di assenze la stanza in cui mi muovo e mi obblighi – o mi eserciti – se non alla memoria, al ricordo. Anche al ricordo delle parole. (Quando alzo gli occhi allo scaffale di Yourcenar e vedo Pellegrina e straniera, mi ricordo che lì, nel 1992, ho imparato la parola “Lue”). Così le domando, e poi smetto, quanto tradurre, oltre che leggere, aiuti a ricordare e dunque a usare le parole?

(Sui libri che leggo faccio due cose, diciamo dalla terza o dalla quarta elementare: sulla prima pagina segno le parole che non conosco mano a mano che le incontro, sull’ultima un riassunto e una nota critica. Questa che segue è la lista di parole che non conoscevo quando ho letto la sua traduzione di Possessione nel 1992: incoato, icore, princisbecco, celidonia (giallo), remiganti, mnestica, odilica, carrareccia, falansterio, marezzati (archi), melamina, corruschi, linaria, convolvoli, mitene. “Icore” e “mitene” non le ho mai utilizzate, “corrusco” è un aggettivo che ho amato molto all’università, “mnestica” e “falansterio” mi capita di pronunciarle, ma “odilica”, “incoato” e “princisbecco”, per esempio, che fine hanno fatto?)

A.N. La gioia di un metodo che dura nel tempo, che resiste al tempo, che produce sussulti di memoria e risveglia anche la memoria altrui. Nelle storie che mi raccontavano quando ero piccola, molto piccola (le voci erano quelle delle mie due diversissime nonne, e di una prozia paterna che confezionava magnifici cappelli e aveva radi capelli rossi), il princisbecco la faceva da padrone, sembra oro e non lo è, ma brilla… brilla al punto che ripensandoci ora rivedo nei dettagli certi angoli delle case in cui ascoltavo quelle storie, rivedo i colori delle  tende e dei rivestimenti delle poltrone, rivedo e riannuso le cucine, grandi, e in una c’era una corda alla finestra per calare il cesto del ghiaccio. «Ghiacciooo!» (molti anni dopo avrei tradotto gli Elementals di AS Byatt vedendoli nel loro farsi e disfarsi, Zucchero ghiaccio vetro filato). Nessun icore, nei giardini segreti dell’infanzia, se non forse quello di certi orrendi rospi. Non necessariamente destinati a trasformarsi in prìncipi di corrusco splendore. La linaria cresceva sui sentieri di certe camminate estive… potrei continuare… ma non son qui per dire del gran canestro di immagini che chi traduce si porta dentro per rovesciarlo sul tavolo mutevole a cui lavora. Certo è che le stanze di lavoro si popolano di persone immateriali che tuttavia occupano sedie, ridono, piangono, discutono, tradiscono, vivono e muoiono (il dolore di far morire di nuovo… traducendo), e se leggendo sei libera di immaginare per te soltanto, quando traduci devi ri-scrivere col massimo rispetto un universo di voci e fatti e luoghi che un altro o altra ha immaginato nella sua lingua e che chi leggerà nella tua lingua deve poter immaginare a sua volta in piena libertà. Tradurre è questo, tendere l’orecchio, muoversi scalzi nel testo, se fa freddo indossare mitene che proteggono la mano ma lasciano scoperte le dita, dita che anziché rifugiarsi nel manicotto di pelliccia come quelle di Anna Karenina sul treno,  si avventurano fra le pagine e la tastiera, correndo a tratti e non sai bene perché proprio lì, quando su un’altra pagina hanno indugiato fino a cedere ai crampi. Di solito è la matita a soccorrere la mano in preda al crampo. Riconduce piano piano le parole a se stesse. Sincronizza le immagini. Sovrappone senza cancellare. Scarta. Forse nelle matite c’è una forza odilica (odylic in inglese. Se cerchi su wikipedia  trovi “forza odica”, ma se cerchi l’aggettivo “odico” sui dizionari italiani non lo trovi – e on line scioccamente ti chiedono se cercavi “odio”. Del resto non si trova neppure “odilico”). Perchè dunque non coniare un aggettivo, lasciargli le sue sillabe, la dentale e la liquida, per dire di una forza fatta di idrogeno e di ossigeno? Una forza ibrida e vitale,  come la lingua, tutte le lingue.

Nel Libro dei bambini, A. S. Byatt scrive:

«Gibbosa è una buona parola, – disse Humphry che era un assaggiatore di parole. Philip si era allarmato per il numero di parole a lui sconosciute che volavano intorno alla tavola. Ora però ebbe la visione di un disco gibboso crescente, e l’occhio della sua mente, attivo come sempre, cominciò a decorare una grande ciotola…»

Ecco, io penso che leggere – e tradurre – questo sia, un continuo assaggiare, papille gustative sempre vigili e quand’è il caso audaci. I libri sono tavole apparecchiate per molti commensali, l’occhio della mente un occhio grandangolare, talora strabico. Coglie al volo per poter immaginare altro, di più, e se il gusto è diverso, o nuovo, o antico, ben venga.

E smetto anch’io, ringraziandola molto.

27 luglio 2015.

E questa è la chiusa:

L’occhio grandangolare. Ho incontrato la prima volta Anna Nadotti nel 2003. In realtà avrei dovuto solo vederla, perché lei al Festivaletteratura di Mantova era sul palco, insieme ad Antonia S. Byatt, io nel pubblico. Il terremoto ancora non c’era stato e sotto il tendone del Cortile della Cavallerizza – oggi non più accessibile – non faceva caldo, nonostante agosto fosse stato caldissimo. Alla fine dell’incontro mi sono alzata, un po’ titubante, e ho fatto una domanda, su Virginia Woolf (la differenza nell’uso del vetro come metafora nei suoi romanzi e in quelli di Woolf) e sul “campo lontano”.

Che cos’era per Marcus (uno dei protagonisti della quadrilogia dei Potter) – e in fondo, come sempre chiedo ai libri – che cos’era per me “il campo lontano”, la possibilità di vedere vicino le cose lontane e distanti quelle prossime? e le persone? E la letteratura è il dispositivo principe per queste variazioni di scala? E le cose sono cose o sempre sentimenti? Una domanda affannosa, incomprensibile e pretenziosa, in breve. Antonia S. Byatt mi ha risposto, limpida, semplificatrice, forse, anche brusca su Woolf (l’animo umano è troppo complesso per il linguaggio di Woolf). Quando poi mi sono avvicinata per farmi autografare i libri, Anna Nadotti mi ha sorriso, Ti rispondo io. Limpida, diretta, esatta. Una risposta affettuosa. Anche io le ho sorriso. Perché per la prima volta, una persona che non erano i miei genitori, le mie sorelle, qualcuno deputato o costretto a rispondermi, mi aveva risposto, quasi mi stesse accompagnando da qualche parte.

Anna Nadotti, che allora mi ha portato fino al campo lontano, continua a portarmi a passeggio. E di questo, la ringrazio (anche qui).

Chiara Valerio


Articolo apparso sul n. 2/2015 Luglio-Dicembre di Psiche. Ringraziamo la rivista e le autrici.