Quando qualche anno fa sono tornato a vivere a Lahore, mi sono lasciato alle spalle i miei amici scrittori. A Lahore avevo cugini, una ventina e piú, e cari amici d’infanzia, e zii e zie e nipoti. Ma nessuno scrittore a cui mi sentissi davvero vicino, perlomeno all’inizio. Nessuno con cui poter andare a bere qualcosa per parlare di lavoro. Per quello dovevo tornare nelle città dove avevo vissuto, New York e Londra, il che non accadeva se non un paio di volte all’anno.

Ero contento di essermi allontanato dal chiassoso mondo dell’editoria: il lancio dei libri, le premiazioni, il tran tran di chi e come è stato recensito questa settimana. Però mi mancava il cameratismo. Scrivere romanzi è un lavoro solitario. A Lahore è diventata anche una professione solitaria.

Cosí, per sentirmi in loro compagnia, ho cominciato a leggere i romanzieri. Non i loro romanzi, che ovviamente leggevo da sempre, ma le loro memorie, i loro saggi sulla scrittura, le loro interviste. Ho riesumato vecchi classici come Festa mobile. Ho chiesto alla libreria del mio quartiere di ordinarmi García Márquez su García Márquez, Calvino su Calvino, la raccolta in piú volumi delle interviste della «Paris Review». Ah, le interviste della «Paris Review»: un’orgia per uno scrittore che da qualche tempo fa vita ritirata, ve l’assicuro.

È stato nel quarto volume che mi sono imbattuto nell’intervista a Murakami Haruki, uno scrittore che ammiravo da tempo. E a metà di quell’intervista ho trovato questa citazione, che poi sono andato a rileggere cosí spesso che ho finito per copiarla e attaccarla alla stampante: «Scrivere un romanzo lungo è come un corso di sopravvivenza. La forza fisica è necessaria quanto la sensibilità artistica».

Mi piaceva. Non che la considerassi vera. Però mi piaceva. Sí, Tolstoj in guerra c’era stato, e anche Hemingway era un tipo tosto. Però mi sa che Nabokov non faceva culturismo. E neanche Virginia Woolf, credo (anche se non ho ben presente i dettagli della sua biografia; magari Bloomsbury era l’Octagon della sua epoca).

Tuttavia, come spesso capita con l’opera di Murakami, quella citazione sembra facile da liquidare ma poi resta impressa. C’è una linea sottile fra lo «starai scherzando» e il genio, e Murakami cammina sempre lungo quella linea. O meglio, corre. Perché, quando subito dopo ho comprato L’arte di correre, il suo libro di memorie con annesse riflessioni sulla scrittura, ho scoperto che Murakami corre come un dannato. Un sacco di chilometri al giorno, ogni giorno. E poi a volte nuota. Ha fatto delle ultramaratone, e gare di triathlon. Non è uno che parla e basta. Sguazza-corre-pedala a piú non posso.

Ora, nel periodo in cui ho trovato la citazione di Murakami, ero bloccato. Il mio terzo romanzo non stava andando da nessuna parte. Forse perché ero diventato padre da poco. Forse per l’ondata di attentati terroristici che stava colpendo Lahore. Forse per l’afa, e anche per il freddo, perché qui, sebbene per la maggior parte del tempo faccia caldo, i brevi inverni possono essere piuttosto freddi e, fra il razionamento del metano e lo scarso isolamento termico, in casa si patisce il freddo, di continuo. Ma probabilmente non era per nessuna di queste cose. Per ognuno dei miei due romanzi c’erano voluti sette anni, e un’infinità di stesure. A me essere bloccato viene naturale quanto a Murakami correre.

Avevo bisogno di sbloccarmi. E, avvicinandomi ai quarant’anni, avevo ormai esaurito tutti i soliti trucchi usati dagli scrittori per scrollarsi di dosso la routine: viaggiare con sostanze chimiche, spezzarsi il cuore, cambiare continente, sposarsi, fare un figlio, mollare il lavoro, eccetera. Ero disperato. Cosí ho cominciato a camminare. Ogni mattina. Per prima cosa appena alzato, ovvero, da quando ero papà, intorno alle sei o alle sette. Camminavo per mezzora. Poi per un’ora. Poi per un’ora e mezza. Mia moglie era divertita, e fioccavano le battute: Ci vediamo, Hamid; bentornato, Hamster (in inglese significa “criceto” N.d.R.)… roba cosí.

(Fra parentesi: in quel periodo un mio cugino di Karachi, uno che odiava gli intellettuali, non si perdeva una festa, si portava dietro una pistola e nel fine settimana prendeva la jeep e andava a caccia, aveva cominciato a leggere. Sua moglie si svegliava e lo trovava con la luce del comodino accesa, immerso in un romanzo. «È bizzarro, – gli aveva detto, – però mi piace». La considerava la sua crisi di mezza età).

La citazione di Murakami parla dello scrivere romanzi lunghi. Io scrivo romanzi brevi. Perciò, pensavo, se lui, per tenersi abbastanza in forma per fare quel che ha da fare, deve correre, io posso limitarmi a camminare. E, tenuto conto della significativa differenza di velocità, una camminata quotidiana di otto chilometri si è rivelata esattamente ciò di cui avevo bisogno. La testa mi si schiariva. L’energia andava alle stelle. I dolori al collo diminuivano. A volte mentre camminavo mi spedivo da solo degli sms con idee, frasi, interi paragrafi. Altre volte mi limitavo ad avanzare leggero, con le braccia lungo i fianchi, ribollendo e filtrando e guardando.

Camminare mi liberava. È come l’Lsd. O una biblioteca. Ti fa delle cose. Per finire il romanzo mi sono bastati altri due anni (per un totale di sei), camminando ogni giorno. E non intendo smettere. Se si tratta di scegliere fra i plantari ortopedici e lunghi periodi di abietti fallimenti con la scrittura, so benissimo da che parte stiamo, io e il mio caro Murakami.

Adesso mi preparo a partire col quarto romanzo. La citazione di Murakami è ancora attaccata alla stampante. Se ne sono aggiunte molte altre: scrittori piú esperti di me che non ho avuto modo di conoscere, pronti ad aiutare un collega di Lahore piú giovane e spesso in difficoltà.

Mi sono appena accorto che se ne stanno tutte quante attorno a un vecchio foglietto con un elenco di cose da fare che continuo a ignorare. Farei meglio a occuparmene.

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Traduzione di Norman Gobetti


Mohsin Hamid è l’autore de Il fondamentalista riluttante e di Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente.


978880622510GRAIl libro: Mohsin Hamid, Le civiltà del disagio, Einaudi 2016. Traduzione di Norman Gobetti.