«India è la creazione del mondo». Con queste parole Jean-Luc Godard salutava nel 1959 l’uscita di India Matri Bhumi (in alto è possibile vedere il trailer della versione restaurata), uno dei film più misconosciuti e più straordinari di Roberto Rossellini. Dileep Padgaonkar aveva ricostruito l’«avventura indiana» del maestro del neorealismo, un’avventura destinata a cambiare in profondità non solo il suo modo di fare cinema ma anche la sua vita privata. In India Rossellini scoprì un’antica civiltà scorrere nelle vene di una giovane nazione; ma incontrò anche una ventisettenne sposata, Sonali Dasgupta, con cui visse uno dei suoi amori più travolgenti e chiacchierati, che lo allontanò per sempre da Ingrid Bergman. Stregato dal suo fascino è la storia di un incontro: quello con una donna. Ma anche quello, ogni volta unico, con l’India. Ne riproduciamo alcuni brani in ricordo di Dileep Padgaonkar.

 

La presenza di Rossellini a Bombay non mi colpí in modo particolare, anche se il suo nome non mi era del tutto sconosciuto. Solo qualche mese prima avevo letto un articolo su di lui in un vecchio numero di una rivista cinematografica inglese comprata da un kabadiwala che vendeva giornali usati. Lí avevo scoperto che si trattava di uno dei registi piú importanti del mondo e che la sua trilogia sulla guerra – Roma città aperta, Paisà e Germania anno zero – aveva cambiato il corso della storia del cinema.

Tuttavia a interessarmi non era tanto la sua carriera cinematografica quanto la sua turbolenta vita privata. Divoravo ogni morboso dettaglio: come si era innamorato di Ingrid Bergman, come lei aveva scelto di rinunciare alla sua fortunata carriera negli Stati Uniti e di abbandonare per lui il marito e la figlia piccola, come lui le aveva dato un figlio al di fuori del vincolo matrimoniale e come, quando in seguito la coppia si era sposata, i contraccolpi dello scandalo si erano fatti sentire su entrambe le sponde dell’Atlantico. La notizia che avrebbe girato dei documentari in India mi spinse ad approfondire il mio interesse per lui. Nelle mie ricerche, il mio principale alleato era il kabadiwala.

Aggarwalji, come tutti lo chiamavano, era una sorta di gnomo con il ventre prominente, gli occhi cerchiati di kohl, i capelli unti e nerissimi pettinati all’indietro senza riga e anelli a svariate dita di entrambe le mani. Godeva di pessima reputazione nel quartiere. A seconda dello status sociale del cliente, era untuoso oppure insolente, servile o gelido. Ma qualunque fossero le circostanze, non perdeva mai di vista il guadagno.

Con me era sempre gentile, dato che i miei interessi andavano esclusivamente alla sua attività collaterale di venditore di libri e riviste di seconda mano a un prezzo che perfino io, con la mia magra paghetta, potevo permettermi. Costavano poco soprattutto le pubblicazioni sovietiche e statunitensi, dato che all’epoca della Guerra fredda entrambi i governi le sovvenzionavano generosamente nel tentativo di conquistare i cuori e le menti degli indiani «non allineati».

Aggarwalji comprava anche, a peso, libri rari da famiglie parsi o anglo-indiane i cui figli erano emigrati in Australia o in Canada. Dalle stesse fonti si procurava i vecchi numeri di riviste inglesi o statunitensi che erano diventati la mia finestra sul mondo. Mi soffermavo su ogni riferimento a Rossellini che riuscivo a trovare. Pezzo per pezzo, scoprii che i suoi film con Ingrid Bergman erano stati fallimenti di critica e di pubblico, e che all’epoca nessun produttore era disposto a finanziarlo. Io, come molti altri giovani radicali dell’epoca, stavo sempre dalla parte dei perdenti, perciò la mia stima per lui non fece che aumentare.

Sette anni dopo ebbi l’opportunità di vedere le sue opere a Parigi. Ero stato ammesso all’Idhec, l’Institut des Hautes Études Cinématographiques, dove due miei professori, lo storico Georges Sadoul e il teorico Jean Mitry, parlavano e scrivevano con grande passione ed eloquenza dei suoi film.


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L’attenzione di Rossellini era attratta dagli spettacoli visivi e sonori offerti dalla città: i corvi appollaiati in ogni spazio disponibile che gracchiavano abbastanza forte da farsi udire nel frastuono del traffico, gli avvocati parsi e gli uomini d’affari gujarati che camminavano su e giú per Marine Drive avvolti nei loro dhoti, le donne che facevano seccare il pesce sulla sabbia della spiaggia di Varsova. Osservò i lavandai che lavoravano frenetici al Dhobi Talao, vide i chawls (caseggiati di cinque o sei piani) di Girgaum con i loro residenti maharashtriani e si mescolò alla folla davanti alle sale cinematografiche: l’Excelsior, il Metro, il Liberty e il Regal. Studiò con attenzione l’andirivieni dei treni locali, dei tram e degli autobus rossi a due piani della Best, meravigliandosi per la varietà dei passeggeri. Sbirciò negli innumerevoli posti in cui si poteva mangiare – ristorantini iraniani, chioschi dell’India meridionale, sporadici locali occidentali – e ammirò i pesci all’acquario di Taraporewala.

Le scene a cui assistette sotto i portici di Dadabhai Naoroji Road (ancora chiamata Hornby Road dai residenti di lunga data), sulla spiaggia di Chowpatty, nel Crawford Market e lungo il viadotto di Colaba gli ricordavano l’Italia d’anteguerra. C’erano uomini e donne che esercitavano ogni sorta di mestieri – commercianti di libri usati, cambiavalute (o erano usurai?), venditori di medicine tradizionali, arrotini, pulitori di orecchie – mentre monelli di strada, accattoni menomati e malviventi di ogni sorta si dedicavano con disinvoltura ai propri traffici. Il regista passeggiò per il quartiere a luci rosse osservando le prostitute con i loro abiti sgargianti e il trucco pesante che adescavano i clienti sotto lo sguardo indifferente di panciuti poliziotti. Ad amici e collaboratori disse di sentirsi di casa a Bombay.


 

Layout 1Brano tratto da: Dileep Padgaonkar, Stregato dal suo fascino, Einaudi 2011. Traduzione di Norman Gobetti e Anna Nadotti.