State cercando casa e non scartate nessuna opzione? Allora forse potrà interessarvi l’appartamento in cui ha vissuto Philip Roth negli ultimi anni. Due stanze e tre balconi con affaccio sull’Upper West Side. Se avete intenzione di fare un’offerta e magari scoprire il prezzo!! potete trovare maggiori dettagli su «The real deal».

stelle

Provate con l’olio d’oliva.

L’olio d’oliva è davvero efficace sull’acciaio, ma un amico mi ha detto che dopo averlo usato per pulire la cucina, il suo cane ha passato i giorni successivi a leccare il frigo e il forno. E forse l’olio d’oliva fa anche bene ai cani. Come prendere due piccioni con una fava.

E per chi, invece, ha una casa e un certo malessere ogni volta che si tratta di faccende domestiche, c’è Jen Beagin. L’autrice di Facciamo che ero morta che ha per protagonista Mona, una donna delle pulizie, ha dieci consigli da dispensare, «per rendere la casa brillante tanto quanto i suoi libri». Le altre nove preziosissime dritte su «The Oprah Magazine».

stelle

«Non bisogna guardare troppa TV a meno che non sia letteraria!» si raccomanda Emily Temple, che su LitHub segnala le cinquanta migliori serie TV tratte da romanzi. Tra le altre, anche Olive Kitteridge, basata sull’omonimo romanzo di Elizabeth Strout, e la miniserie di CBS ispirata a Lonesome Dove, di Larry McMurtry. Uscita alla fine degli anni Ottanta, la serie ebbe un grande successo: oltre a vincere ben 7 Emmy Award, ha fatto rivivere il western riportandolo sul piccolo schermo.

stelle

Se il sentiero si biforca, le strade alla fine si ricongiungono rendendo problematica qualunque sorte: quella di chi trova asilo in Francia e di chi rimane nella terra d’origine. Se di destino si tratta, è arduo addomesticarlo, può essere favorevole o sfavorevole. È comunque e sempre maktùb: «la vita è fatta di fatalità irreversibili e non di atti storici revocabili».

Lo scrive Davide Dotto a proposito de L’arte di perdere di Alice Zeniter, la storia di tre generazioni di una famiglia algerina, costretta a emigrare in Francia subito dopo la guerra d’Algeria. La recensione completa si può leggere sul web magazine Gli scrittori della porta accanto.

stelle

Mi ricordo una volta, a Chicago. Nei dintorni di Jefferson Street, qualche strada più giù del Loop. Adesso non ricordo neanche quante, ventuno, ventidue, o ventitré anni dopo. Alle quattro del mattino diventava un quartiere di sbandati e ubriaconi. Gente senz’anima o spirito che dormiva appoggiata ai muri o nei canali di scolo, come li avevano avvisati che sarebbe successo se avessero continuato a bere… e loro avevano continuato.

È un estratto da Agente segreto, di Denis Johnson, pubblicato nel volume In punta di penna – Riflessioni sull’arte della narrativa, appena uscito per Minimum Fax. Continua su minima&moralia.

stelle

E dopo la laurea?

Sono andata in Inghliterra, perché parlavo solo inglese, e volevo scappare da genitori esigenti. Ho vissuto a Oxford per un anno e ho lavorato in un pub di sera, scrivevo durante il giorno. Scrivevo e scrivevo ancora. E poi mi è venuta la nostalgia di casa, così sono tornata nel Maine, a Lewiston. Ho lavorato – e non sto esagerando – in ogni singolo ristorante della città: colazione, pranzo e cena. Suonavo anche il piano in un bar. Era orribile.

Facevi quei lavori perché ti lasciavano tempo per scrivere?

Sì, in un certo senso. Preferivo lavorare di sera, perché il turno di mattina è molto faticoso, mance scarsissime, e poi la giornata è rovinata. Ma facendo la cameriera di sera mi permetteva di guadagnare di più e avere la giornata libera per scrivere.

Prima di esordire con il suo romanzo Amy e Isabelle, Elizabeth Strout è stata una cameriera, una musicista da pianobar, un’avvocatessa, un’insegnante: ma tra un lavoro e l’altro non ha mai smesso di scrivere. E anzi, sceglieva solo i lavori che le avrebbero lasciato più tempo per farlo. Lo racconta a Mike Gardner in un’intervista per «Medium».

stelle

IL LIBRO

«Le bruciature sono un’arte. Mi tolgo la camicia e vado verso il tavolo dove ho disposto tutti gli attrezzi che mi serviranno. Mi passo un tampone intriso di alcol sintetico sul petto e sulle spalle. Il mio corpo è bianco contro il nero dello spazio in cui ci libriamo dentro questo nostro agglomerato suborbitale: CIEL. Oltre la finestra grande quanto tutta la parete vedo una nebulosa lontana; i suoi gas e i suoi colori ipnotici mi tolgono il fiato. «Bello», che parola gracile! Avremmo bisogno di una nuova lingua adatta ai nostri nuovi corpi. Vedo anche una morente palla di fango. Cosí è ridotta, nel 2049 circa, la nostra ex casa: la Terra».

978880624002GRALidia Yuknavitch, Il libro di Joan. Traduzione di Laura Noulian. In libreria dal 5 marzo.