Laura Miller: Mi pare che Purity rappresenti uno scarto, almeno rispetto agli ultimi due libri, perché è un po’ meno il ritratto di una tipica famiglia americana mentre il gioco è un po’ più manifesto. Mi spiego: la protagonista è una ragazza dai natali incerti di nome Purity ma che si fa chiamare Pip, come un certo famoso personaggio della letteratura inglese… Poi c’è un altro personaggio che si paragona diffusamente ad Amleto… Non fare finta di niente, hai capito cosa intendo!

Jonathan Franzen: Sto cercando la critica nascosta nelle tue parole (ride).

MILLER: Sono solo curiosa di capire se è una cosa che è capitata da sé mentre scrivevi il libro, o se hai deciso consciamente di spingerti verso l’avventuroso, o il ludico o, perché no, perfino il postmoderno, se mi passi il termine.

FRANZEN: Sono appena tornato da un viaggio che mi sono concesso come premio per la fine del libro. Sono andato in Africa per la prima volta, ho fatto bird watching in Africa orientale. Fa uno strano effetto essere a Nairobi e di punto in bianco pensare di dover trovare qualcosa di intelligente da dire sul mio libro. Per cui vi chiedo innanzitutto di essere indulgenti perché, no, non ci sono riuscito a trovare qualcosa di intelligente da dire sul libro. In generale non aspiro ad essere particolarmente loquace, ma in questo frangente mi sento ad anni luce dalla loquacità…

Se rivado con la memoria ai giorni in cui il libro stava prendendo forma, non so dire da dove arrivi la storia. Sono convinto che per uno scrittore, col passare del tempo, diventi più difficile, non più facile, scrivere un romanzo. Credo abbia a che fare col fatto che all’inizio fai le cose facili, quelle più vicine alla superficie, poi passi a quelle di livello medio, e così, col passare del tempo, ti ritrovi a disposizione solo le cose che stanno giù in fondo. A quel punto capisci anche che c’era una buona ragione se non ne hai scritto fino a quel momento: perché non sai come farlo o comunque non vuoi davvero parlarne.

Non sto dicendo di averlo fatto coscientemente, ma credo che quando maneggi le cose più profonde, un certo tipo di realismo relativamente piano non è in grado di generare abbastanza energia per tirarle fuori. Credo venga da lì una certa preferenza per queste formule narrative più forti: usare situazioni più estreme per provare a infondere energia, per far saltare il coperchio.

Sai, avevo un paio di idee che mi ronzavano in testa da anni. Ho vissuto in Germania per un po’ di tempo quando ero studente, e continuava a tornarmi l’idea di un giovane dissidente della Germania Est. Riuscivo a vederlo, mi sembrava di conoscerlo, ma non c’ho mai fatto nulla. Poi c’erano alcune pagine su una giovane donna che lascia la Germania Est negli anni Cinquanta e diventa americana. Insomma, era questo il punto di partenza ma sinceramente non ricordo da dove sbuchi fuori la ragazza…

MILLER: La tua protagonista?

FRANZEN: Sì. Be’, una dei quattro: la vedo come uno tra quattro o cinque personaggi principali. È uno dei quattro punti di vista. Il suo nome è sulla copertina ma sarebbe stato un po’ inquietante se avessi scritto tutto un libro su una ragazzina, per cui ci tengo a sottolineare che metà del romanzo è raccontata da un punto di vista maschile e che per la maggior parte sono punti di vista adulti.

MILLER: Ecco, era proprio una cosa che volevo chiederti perché, come sai, tradizionalmente ci si chiede quanto sia facile o plausibile o convincente scrivere dal punto di vista di qualcuno di genere diverso. Adesso però mi sembra che, come mai in passato, sia diffusa l’idea che i giovani hanno una sensibilità completamente diversa da chi ha superato i cinquanta, che è l’età della maggior parte degli altri tuoi personaggi… gli altri tre personaggi, due uomini e l’altra donna, sono grandi abbastanza da essere i genitori di Pip. In cosa è particolarmente difficile scrivere dal punto di vista di un ventenne, ammesso che lo sia adesso più di quando eravamo noi ad avere vent’anni?

FRANZEN: Sai, un altro problema per il romanziere è che dopo un po’ tutti i tuoi amici sono scrittori o artisti, e tu vivi immerso in un mondo di scrittori e lettori, ma io non ho nessuna voglia di scrivere un libro su uno scrittore! A prendere uno scrittore così sul serio mi sembra di escludere tutti quelli che non lo sono. Così ho trovato un modo laterale per scrivere sugli scrittori: in un certo senso tutti i personaggi principali nel romanzo sono degli scrittori, ma solo uno viene chiamato così – ed è un personaggio minore.

E poi il fatto è questo: io non credo proprio che un qualunque scrittore, neanche Stephen King o James Patterson, scriva per tutti gli americani. Ciascuno scrive per quella porzione di americani che legge libri. E poi, dentro a questa porzione, ampia ma non totale, ce n’è una più piccola che legge tascabili, ma non quelli d’aeroporto. Mi rendo conto che non è chiarissimo, ma hai capito cosa intendo (ride). E loro, quei lettori, in un certo si ritrovano ipso facto estraniati dalla cultura americana perché leggere richiede tempo e concentrazione, e ti impone di staccare da tutte le notifiche e le distrazioni elettroniche mentre sei impegnato a leggere. E lo stesso capita per i personaggi. Si possono scrivere – e c’è chi lo fa – cose interessanti riguardo a gente che è del tutto connessa, immersa nel digitale, massimamente distratta, ma penso che ci sia un intero mondo di possibilità emotive che ti precludi se ti concentri solo su personaggi così.

E allora si può ricorrere a un altro sistema, magari un po’ artificioso, che è quello che ho adottato con la giovane Pip. L’ho fatta crescere in un prefabbricato della California del Nord con una madre che non approva la televisione. Così lei diventa atipica da questo punto di vista, ma a mio avviso per il pubblico di lettori che hanno accesso al libro, lei non è poi così atipica, risulta più riconoscibile. Ce ne sono di trovate come questa, e uno spera di farla franca. Non so se lei rappresenti i giovani di oggi, ma d’altra parte non è come se non avesse un cellulare. Nella vita reale poi di solito le persone non sono divertenti o espressive come sulla pagina.

Miller: Però a un certo punto la tua Pip si rende conto che la generazione dei suoi genitori, come dire, aveva idee molto diverse riguardo al sesso.

Franzen: Esatto.

MILLER: Ci sono modi in cui agisce, in cui si muove nel mondo, che sono specifici di chi si avvicina all’età adulta.

FRANZEN: Mi stai chiedendo se conosco dei giovani? (ride)

MILLER: Ti sto chiedendo se tu l’hai vista come una sfida.

FRANZEN: In generale penso che un autore non debba conoscere tutta una generazione, basta che conosca delle persone che ne fanno parte. E quel giovane in particolare può non essere rappresentativo, ma per me è plausibile… perché io ne conosco di ragazzi così. Conosco dei ventenni straordinariamente intelligenti, dalle ottime letture, emotivamente consapevoli, e li adoro, ed è tutto quello che mi serve.

MILLER: C’è stato qualcosa di particolarmente difficile, una sfida, nella scrittura di questo libro? Voglio dire, ci sono alcune cose di Purity che mi hanno ricordato il tuo secondo romanzo: il complotto che aleggia nella trama…

FRANZEN: E anche La ventisettesima città.

MILLER: Sì, è vero. E c’è una trama… non voglio dire più convenzionale, ma certo dal peso specifico maggiore. Qual è la difficoltà di un cambiamento simile?

FRANZEN: Non voglio assolutamente ripudiare i miei primi due romanzi. Ci sono cose che mi piacciono e sono fiero di averli scritti, soprattutto considerando l’età che avevo. Però non avevo il pieno controllo di ciò che stavo facendo. Mi stavo solo sforzando di fare tutto quel che sapevo e speravo che fosse abbastanza. Più o meno dev’essere quel che faccio anche adesso (ride), ma, insomma, hai capito cosa intendo.

Scrivendo Le correzioni mi sono ribellato all’idea di trama. Scrivere una trama è facile. Sono cresciuto leggendo roba di fantascienza o fantasy tutta basata sulla trama: quello è il mio modo di scrivere naturale ed è un modo evidente nei miei primi due romanzi. A un certo punto delle Correzioni, mentre ero tutto preso a rimpolpare la trama, ho deciso che concentrarmi sul plot era un errore, che ciò di cui avevo bisogno era una storia, che è una cosa diversa. La storia è molto semplice, la storia dipende dalla situazione e dai personaggi, e a quel punto il plot ha cominciato a sembrarmi un artificio e un impedimento. Ma non volendo ripetermi, neppure per far meglio, ho pensato di tornare alle origini e mi sono detto, riproviamoci con la trama cospirazionista.

MILLER: Come ti ha fatto sentire?

FRANZEN: È una cosa insidiosa, la trama. L’ho abbozzata, ma quando ho provato a svilupparla ovviamente non funzionava.

MILLER: Mi sembrava che avessi detto che era stato facile.

FRANZEN: Be’, vedi, è facile buttarla giù, ma poi scopri che non ha senso, e che a tutte le persone con cui ne parli – ho un paio di amici con cui ne parlo, Elizabeth Robinson in particolare – lì per lì pare sensata, ma poi scopri che no, non funziona. È una faccenda un po’ rischiosa, ma sapendo quel che ora so del libro, cioè che devono essere i personaggi a guidare lo sviluppo, è stato anche divertente. Mi è piaciuto. E ho pensato che magari i lettori non ne sarebbero stati infastiditi ma io lo ero e mi metteva ansia e per certi versi me ne vergognavo moltissimo, così mi dicevo che tutto ciò che volevo era fare in modo che il lettore continuasse a leggere fino in fondo, che desse una possibilità al libro e arrivasse fino alla fine, e a quel punto avrebbe avuto gli elementi per decidere. Non so che cosa ho letto e non sono sicuro che mi piaccia, ma almeno l’ho letto tutto e avevo voglia di vedere come andava avanti. Francamente ho preso dei soldi per quel libro (ride), e dato che ci sono dentro delle cose strane volevo che almeno gli editori non potessero imputarmi di non aver scritto un romanzo godibile e avvincente.

MILLER: Su questo puoi stare tranquillo.

FRANZEN: Grazie. Adesso sono in quella fase strana in cui un progetto soggettivo diventa improvvisamente oggettivo agli occhi del mondo, e la gente mi sta dicendo che ha voglia di continuare a leggere.

MILLER: Grandioso.

FRANZEN: Bene, sì.

MILLER: Ricapitolando, tu avevi un qualche piano in mente quando ti sei messo all’opera, ma appena hai iniziato a metterlo in pratica ti sei accorto che non funzionava. Sei il tipo di scrittore che scopre quello che vuole fare nel momento in cui lo fa, o devi avere tutto pianificato in precedenza?

FRANZEN: Penso che in generale aiuti partire con persone che si trovano in una posizione molto instabile, una posizione d’ansia o di stress, perché a quel punto sai che qualcosa dovrà sicuramente cambiare. Ecco il primo problema. E poi le persone stressate tendono a essere divertenti, io le trovo divertenti!, e così puoi fare affidamento sulla probabilità che si sviluppi qualcosa di buffo. Trovo che sia importante. Poi tiri giù un piano ma appena ti metti a scriverlo capisci che è un pessimo piano. Il primo capitolo mi è venuto fuori molto facilmente ma poi sono rimasto bloccato per quasi un anno.

MILLER: Però alla fine l’hai scritto abbastanza in fretta, per i tuoi standard.

FRANZEN: Dopo che ho capito dove andava a parare, è bastato un altro anno ed era finito. Ma questo perché nel frattempo avevo buttato giù una scaletta e, sulla base di quella, avevo venduto il libro. E, proprio come un qualunque attestato di vendita, quella scaletta aveva una sua intrinseca forza di persuasione, come a dire Oh, certo, sembra un libro interessantissimo. Perfino io ci credevo, finché non mi sono reso conto che il fatto di non avere la più pallida idea di che cosa facessero i due protagonisti, né di dove vivessero, o in quale situazione si trovassero, beh, poteva essere un bel problema. Perciò mi sono ancorato al materiale già pronto, come ho detto. Da un bel pezzo avevo il personaggio della Germania dell’Est, ma gli altri hanno avuto bisogno di parecchio lavoro. Vai dritta al cuore del processo, eh, Laura?

MILLER: Credo che i lettori siano interessati al tuo processo creativo.

FRANZEN: Non ero a disagio quando siamo saliti sul palco, ma adesso inizio a esserlo (ride).

MILLER: E non potrà che peggiorare.

FRANZEN: Okay, d’accordo. E se parlassimo dei Warriors?

MILLER: Dunque, sorprese. Sorprese nelle cose che finisci col fare pur non aspettandotelo, nei posti che finisci col frequentare, nei soggetti che finisci col vedere? C’è della violenza in questo libro.

FRANZEN: Sì, c’è un omicidio nel libro.

MILLER: Spoiler!

FRANZEN: No, non è davvero uno spoiler. Era nell’estratto che hanno pubblicato sul New Yorker prima dell’uscita (ride). È un auto-spoiler. E comunque succede abbastanza all’inizio del libro. Sì, c’è un omicidio, penso che sia scritto anche nel risvolto che ci scappa il morto, quindi non sto rivelando nulla.

MILLER: E quindi c’è un assassino…

FRANZEN: Sì, in quarta di copertina dell’edizione per i giornalisti mi sembra che ci sia un riferimento a un assassino. Non ricordo quando l’ho deciso, non sapevo neanche chi avrebbe ammazzato. O comunque avevo un’idea sbagliata. Non sapevo per chi uccideva. E così nella seconda sezione c’è una persona borderline, una specie di narcisista, affascinante e divertente ma comunque, in un certo senso, turpe e se c’è una cosa che ho capito è che un lungo capitolo su un tipo turpe sarà un capitolo turpe (risate). Non importa quanto sia scritto bene, resta turpe. E questo mi ha bloccato un paio di mesi finché ho capito che se avesse davvero amato qualcuno, questa cosa l’avrebbe redento abbastanza da smarcarsi dalla zona turpe. Avevo questa ragazza senza origini nel primo capitolo, questo noioso tedesco nel secondo e lì ho capito, Ecco, mi sono detto, posso fare in modo che sia lei la persona a cui tiene. E a quel punto tutto ha iniziato a andare al posto giusto. Quindi, sì, si scoprono un sacco di cose scrivendo.

MILLER: A quel punto navigavi a vista.

FRANZEN: Devi per forza navigare a vista. Se non lo fai è come se seguissi un copione. E comunque l’idea è quella di prefissarti un luogo per te inaccessibile a cui approdare, allora sì che diventa un’avventura. È come se ci fosse una cima che nessuno ha mai scalato, e nessuno avesse mai usato un compressore per piantare i chiodi sulla parete, e allora tu devi trovare il tuo modo di arrivare in cima e il modo di divertirti facendolo. Per me è quasi un articolo di fede che se è divertente per lo scrittore, se è un avventura per lo scrittore, questo contagerà anche il lettore che proverà le stesse cose.

MILLER: Hai un modo fantastico di parlare dei tuoi personaggi, sembrano persone che conosci davvero. Sono curiosa di sapere come nascono: ti ispiri a qualcuno che conosci o viene tutto da dentro di te? Ti piacciono più delle persone reali?

FRANZEN: Be’, guarda, non posso dire che mi piacciano più delle persone reali, diciamo quasi altrettanto. Non funziona nulla finché non trovo dei personaggi da amare, e anche al personaggio minore devo trovare il modo di affezionarmi. Spesso si tratta di creare un collegamento con una o più persone che ho incontrato o conosco. Il caso migliore è quando si stabilisce un’immediata simpatia con qualcuno che però non conosco bene e che non vedrò mai più. Così l’immaginazione è libera di lasciarsi ispirare dalle piccole intuizioni. La mia forza di scrittore è avere personaggi che amo: è questo che definisce il mio lavoro.

La tensione è tra due imperativi: da una parte quello di fare un libro che veramente conti qualcosa per qualcuno. Allo stesso tempo il compito di uno scrittore è provare a dire la verità. Poiché viviamo in un mondo di ipocrisie, di opinioni comuni, di ideologie stracondivise, lo scrittore che non si accontenta di queste ideologie a volte semplicistiche finisce per apparire in opposizione alla vasta maggioranza di persone che invece condividono quelle idee. Così si dice, Dunque, vediamo, molta gente crede in certe cose, lui attacca quelle cose, evidentemente non gli piace la gente: il ragionamento, però, è un po’ monco così.

MILLER: Sai, quando parli della responsabilità dello scrittore di dire la verità, be’, questa è proprio una caratteristica di Pip – Pip è una di quelle persone che dicono sempre quello che pensano.

FRANZEN: Sì.

MILLER: Fin troppo. Parlo di quella che lei giudica una specie di malattia mentale, crisi di nervi, le chiama.

FRANZEN: Ha delle crisi di nervi e la gente pensa che sia una persona ostile.

MILLER: Sì, è così.

FRANZEN: Mi stanno molto simpatiche le persone ostili, e penso che spesso siano anche molto divertenti.

MILLER: E ovviamente c’è il tema della pulizia e della purezza. Insomma, è il titolo del romanzo! Queste due cose sono legate, queste due idee, per te?

FRANZEN: A dire il vero, non credo. Non so perché ho scelto quel titolo, e vorrei averne trovato uno migliore perché c’è qualcosa di vagamente turpe nell’idea di purezza. E non dovrebbe essere così, dovrebbe essere: “Purezza, c’è niente di più desiderabile?”. Ma già nelle lettere P-U-R, c’è qualcosa che non lo è. È quasi un atto di coraggio dire che il titolo del mio romanzo è Purity. Non sarei riuscito a farlo un anno fa: lo chiamavo semplicemente “il libro”.

La parola ha significati diversi nel testo. Avevo in mente Purity in parte perché avevo appena finito il Progetto Kraus, sulla figura di Karl Kraus, lo scrittore satirico austriaco che teorizzava la purezza del linguaggio, del tedesco in particolare. E la parola «purezza» è così greve di significati in tedesco che non hanno potuto intitolarlo così in Germania, hanno dovuto chiamarlo in un altro modo. Ma mi ha molto colpito, occupandomi dei seguaci di Kraus, vedere l’attrazione di questi giovani verso l’idea di purezza che lui gli aveva promesso, e ho avvertito una connessione con chi aderisce a versioni radicali e militarizzate dell’Islam e con l’idea di purezza che muove i fanatici di tutti i tipi, anche in certe aree della politica americana. Purezza non è che una parola, e la purezza ideologica è una cosa di cui si sente spesso parlare ai giorni nostri – i Tea Party tengono sotto controllo la purezza dei candidati. Perciò era un concetto che mi impegnava la mente e, per come la vedo io, tutto questo ha poco a che fare con il dire la verità, perché la verità è più sfumata e decisamente meno conoscibile di quanto non sia propenso a credere chi dice “Non devo far altro che essere puro per essere nel giusto”. Be’, penso che la verità sia l’opposto di tutto questo.

MILLER: Ecco, una delle ragioni per cui ti ho chiesto questo è che uno dei tuoi personaggi è un giornalista e mi sembra che i giornalisti vengano trattati bene in questo libro. C’è un personaggio che ha un’agenzia non profit…

FRANZEN: Una Cir, una cosa tipo ProPublica…

MILLER: Sì. E tu sei stato anche giornalista. Come vedi la relazione tra giornalismo e narrativa?

FRANZEN: Sono complementari. È bello essere l’intervistatore piuttosto che l’intervistato, tanto per cominciare. È bello stare zitto e lasciare che sia qualcun altro a parlare. Ma è bello anche uscire da sé, andare nel mondo. Voglio dire che il problema con la scrittura narrativa è che ti chiude in te stesso, devi lasciar fuori quasi tutto per permettere al sogno di emergere. Quindi è bello uscire nel mondo, e d’altronde un certo tipo di argomentazione saggistica o polemica si esprime al meglio in forma di non-fiction, mentre la fiction è più solida quando lascia fuori tutto questo. Penso che l’errore che ha commesso un certo tipo di letteratura postmoderna americana del dopoguerra sia stato quello di inglobare tutti quei contenuti politici nella narrativa, invece di lasciare che fosse l’opera a respirare secondo i propri ritmi. Per questo è stato così liberatorio per me poter scrivere della non fiction.

Parlando della mia solidarietà con i giornalisti, sono consapevole di essere un privilegiato perché in effetti io vengo pagato e, per quanto su scala globale la si possa considerare una questione secondaria, di certo non lo è per quei giornalisti che incontrano sempre più difficoltà a venire pagati per il proprio lavoro. Si sta sviluppando un modello non profit, ma io ho un enorme rispetto per la professione giornalistica, mentre ho diverse ragioni di contrasto con internet: e una delle principali è appunto la fatica che fai a farti pagare se sei un freelance, anche se hai fatto un lavoro eccellente. È una cosa da avvoltoi: qualcuno da qualche parte ha raccolto un corpus di fatti ma questi fatti vengono immediatamente ripresi, linkati, ritwittati e la persona che si è presa la briga di raccoglierli non viene adeguatamente compensata per tutte le volte in cui questi fatti sono consumati da altri.

Per cui ho voluto ricordare alla gente che c’è qualcosa di emozionante nell’idea di giornalismo, e qualcosa di prezioso. Questo, forse, è il servizio pubblico del mio libro.

MILLER: E in opposizione a questa idea uno dei tuoi personaggi è un…

FRANZEN: Un leaker.

MILLER: Un leaker, sì. Non è Julian Assange ma c’è qualche somiglianza, e qualche differenza, certo. E questo fa emergere un mucchio di domande interessanti sulla segretezza e la privacy nel dibattito fra i personaggi. Il leaker afferma che il segreto è oppressione e potere, mentre la trasparenza è libertà, o un suo omologo. Insomma: qualcosa di molto orwelliano. Il personaggio del leaker è uno dei protagonisti, ma in lui c’è anche un tratto molto inquietante. È un tipo turpe.

FRANZEN: Sì, la vita gli ha servito delle brutte carte, credo, e lasciami schivare la domanda tornando alla purezza di poco fa e dicendo che una delle cose che ho provato a fare è scrivere dell’idealismo giovanile: praticamente tutti i personaggi li vediamo non solo come adulti ma anche come giovani idealisti. E, cosa interessante, il personaggio che rimane giovane nel corso di tutto il libro è quello meno incline a tensioni idealistiche. Il che è tipico di molti dei ventenni che frequento io: conoscono il mondo meglio di quanto lo conoscessi io a vent’anni, ma io ho la sensazione che quando sei giovane tendi a vedere le cose o bianche o nere e la purezza ti sembra una cosa giusta a cui aspirare – l’artista puro, o lo scrittore puro, o la pura missione di servire gli oppressi, o quello che è. E io volevo scrivere un libro che trovasse spazio per l’idealismo giovanile ma mostrasse anche le sue possibili derive positive o negative, più spesso negative. E sì, se metti su google questo personaggio e la parola «purezza», a quanto pare ti escono milioni di risultati. Questa è la…

MILLER: Intendi nell’universo del romanzo?

FRANZEN: Sì, sì, nell’universo del romanzo. E, be’, cos’è un romanzo senza un po’ di ironia…

MILLER: Ti disturba questa ossessione per la divulgazione di informazioni e per lo spiattellamento di segreti?

FRANZEN: Mi disturba chi porta tutto questo all’estremo affermando che non abbiamo bisogno di giornalisti perché ci sono i leaker, e il crowd sourcing e il giornalismo partecipativo e i citizen photographer. Penso che sia sbagliato. E che apra la strada a un elettorato uniforme e oppresso, perché se non c’è più nessuno che si prende la responsabilità di raccontare quello che succede a Washington, se è tutto un leak indistinto, con uno che dice una cosa e l’altro che dice il suo opposto, se chi grida più forte e ha più follower possiede in automatico la verità… ecco, penso che sia davvero una brutta situazione. Perciò prendere la fuga di notizie come modello per come deve funzionare l’informazione oggi, sì, penso che sia un problema. Se non altro perché è maledettamente ingiusto verso il giornalismo autentico.

MILLER: Una delle cose affascinanti di questo libro è l’occhio con cui guardi persone particolarmente carismatiche – ce ne sono diverse fra i tuoi personaggi– nel tentativo di scoprire che cosa le renda tali. Pensi che si tratti di una singola qualità o è un particolare tipo di personalità?

FRANZEN: Non so quanto sia riuscito a far luce sulla questione, alla fine, ma è di certo una categoria che tiro spesso in ballo. Strano a dirsi, ma in Africa ho seguito un percorso che è una specie di classico del birdwatching dell’Africa orientale, e ho incrociato un altro gruppo guidato da un giovane sudafricano di origini tedesco orientali. Per quanto fosse barbuto e vestisse cachi, ho avuto la netta impressione di parlare con l’Andreas Wolf del romanzo. Era un tipo molto divertente – parlava troppo, di bell’aspetto, e aveva una certa luce negli occhi. Non riuscivi a smettere di guardarlo. È bene ricordare che il carisma esiste sul serio. Ci sono davvero persone che per loro natura catturano l’attenzione e inducono ad aprire il proprio cuore anche quando non le si conosce affatto.

L’intervista si è svolta al Book Expo America 2015. Si ringrazia l’editore FSG e il sito Work in Progress da cui è tratta.


Jonathan Franzen è autore, oltre a Purity, di altri quattro romanzi – tra cui Le correzioni e Libertà – oltre che di numerosi volumi di reportage e saggi. Tutti i suoi libri sono pubblicati da Einaudi.
Laura Miller, critica letteraria, insieme a altri ha fondato Salon.com nel 1995. Oltre che su Salon collabora con la «New York Times Book Review», il «New Yorker», il «Los Angeles Times», e il «Wall Street Journal».


978880621660GRAIl libro: Jonathan Franzen, Purity, Einaudi 2016. Traduzione di Silvia Pareschi.