«Ora trascorro quattro mesi all’anno nella mia casa di campagna sperduta nel Connecticut, cento miglia a nord di New York. Fino a qualche tempo fa ci vivevo tutto l’anno, ma adesso che non scrivo più sto a New York da ottobre alla fine di aprile. In questo momento sono in città. Il mio appartamento è al dodicesimo piano, e un’intera parete è fatta di finestre da cui il mio sguardo spazia liberamente su Manhattan in direzione sud.Vedo quasi due chilometri di luci della città — è sera — e un grande cielo nero. Ogni pochi minuti compaiono le luci baluginanti degli aeroplani che volano silenziosi da sud a nord».
Comincia così questa conversazione a distanza con Philip Roth. Una conversazione scritta, nella quale l’uomo di Pastorale americana, La macchia umana, L’animale morente, l’uomo insomma del Grande romanzo americano, lascia intravedere ancora nelle risposte la grazia addestrata da una vita di lavoro sulle parole. Si può smettere di scrivere, non di essere scrittori, come dimostrano le risposte che seguono: letteratura, politica, solitudine di fronte all’«inferno della stupidità”. Si è scrittori anche se si è presa una decisione che molti con meno talento, meno forza morale, intelligenza, autocoscienza — ed evidentemente proprio per questo — non riuscirebbero neanche a immaginare.

Non c’era più niente da scrivere? Lo spirito dei tempi andava ormai in direzione contraria?

«La decisione di smettere di scrivere narrativa che ho preso nel 2010, quando avevo 77 anni, non è stata una conseguenza dello spirito dei tempi. Il motivo è stato un altro: avevo il forte sospetto di aver ormai prodotto le mie opere migliori, e che qualunque altra cosa avessi scritto non sarebbe stata altrettanto buona. Non mi sentivo più in possesso del vigore intellettuale, dell’energia verbale e della forma fisica necessarie per sferrare e portare a compimento un attacco creativo su larga scala a una struttura complessa ed esigente come quella del romanzo. Ogni talento ha i suoi termini contrattuali — una propria natura e portata e forza, e anche una fine, una durata, un decorso. Non tutti possono essere fecondi per sempre».

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Ma non si può smettere di leggere.

«Stranamente, o forse non così stranamente, ora leggo pochissima narrativa. Ho trascorso l’intera mia vita lavorativa a leggere narrativa, insegnare narrativa, studiare narrativa e scrivere narrativa. Fino a sette anni fa ho pensato a questo e poco altro. Da allora trascorro una buona parte di ogni giornata a leggere storia, soprattutto storia americana, ma anche storia europea moderna. Dopo tutti questi anni sono ridiventato uno studente, non in un istituto scolastico, ma nello studio dove prima scrivevo. Ovviamente non è altrettanto esaltante, ma è molto meno tormentoso».

Si dice che la narrativa sia un genere superato da altre forme artistiche come le serie tv e che il romanzo stia morendo per questo. Che cosa ne pensa?

«Non concordo sul fatto che la narrativa sia morta — in questo momento in America sono attivi molti romanzieri di prim’ordine.
Quello che sta diminuendo è il bacino di lettori seri, attenti e impegnati, e continuerà a diminuire a causa dell’incommensurabile popolarità dello Schermo. Prima lo schermo cinematografico, poi lo schermo televisivo, e ora lo schermo più invasivo di tutti, lo schermo elettronico in tutte le sue allettanti incarnazioni. Il fascino che un tempo la narrativa esercitava su bambini e adulti è stato distrutto dalle attrattive e dalle seduzioni della magia dello schermo. Gli scrittori continueranno a scrivere, ma il pubblico diminuirà sempre più, fino a quando un bel giorno la setta dei lettori di narrativa non sarà più numerosa di quella di chi oggi legge poesia latina per svago».

Il ruolo di un intellettuale è intercettare contraddizioni, violenze e illibertà dei propri tempi. E uno scrittore non può non sentire l’esigenza di raccontarle. È così?

«Credo che il ruolo dello scrittore sia scrivere meglio che può, e con un’immaginazione che non si lasci ingabbiare da intenti extraletterari. Non bisogna fare confusione fra la lotta del protagonista del romanzo per liberarsi da ciò che lo imprigiona e gli intenti dello scrittore nel descrivere quella lotta. La descrizione è tutto, e il mio ruolo è quello di descrivere. Riverso tutta la mia forza in questo, e lascio ad altri di decidere quale uso fare dei miei romanzi. Io mi considero un artista della letteratura, non sostengo nessun programma né trasmetto alcun messaggio».

Bellow ha detto, e lei ha dimostrato in 31 romanzi, che la lingua è una “dimora spirituale”. Pensa che questo discorso valga anche per le nuove generazioni di immigrati non solo in America? La lingua, la scrittura rivestono ancora questa importanza?

«Io direi che, se scrivi in inglese americano, sei uno scrittore americano, qualunque sia il tema che affronti e qualunque sia la tua biografia. Ecco perché, ad esempio, penso che in America la categoria “scrittore ebraico” sia fuorviante.
Quando scrivi narrativa, lo sforzo principale è rivolto a trovare la forma verbale che esprima nel modo più perfetto ciò che immagini. La mia principale responsabilità estetica è nei confronti della lingua inglese così come si è evoluta in America, la madrelingua per mezzo della quale cerco di trasmettere al mondo le mie fantasie di realtà — le mie sbrigliate allucinazioni camuffate da romanzi realistici».

I suoi personaggi Zuckerman e Sabbath si sono a un certo punto ritirati dal mondo divenendo osservatori delle vite degli altri. Lei è ancora curioso di storie?

«Io non mi sono ritirato dal mondo, o meglio, non mi sono isolato dal trambusto del mondo più di quanto abbia sempre fatto allo scopo di concentrarmi sul mio lavoro. La solitudine della scrittura che un tempo occupava le mie giornate, e non di rado anche le mie nottate, è stata sostituita dalla solitudine della lettura. Ho trascorso molte ore della mia vita da solo e non ho mai desiderato vivere in altro modo. Tuttavia, l’inferno della stupidità — l’espressione è di Saul Bellow — ci ingabbia tutti, in quanto cittadini del momento storico presente. Che tu sia solo o meno, in America non puoi sfuggire a quel che si è abbattuto su di noi».

Lei è sempre stato critico nei confronti della politica dai tempi delle sue satire contro Nixon fino a Trump.

«Il mio paese ha ingurgitato un mostro orrendo. Vedremo se riuscirà a rigurgitarlo prima che il suo veleno contamini tutto».

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Lei si è impegnato molto in passato per gli scrittori dell’Europa orientale che vivevano sotto la dittatura. Oggi in quelle regioni nascono movimenti xenofobi e di estrema destra che penetrano nel cuore dell’Occidente. È una nuova Weimar?

«Negli anni Settanta ho curato una collana per la Penguin chiamata “Writers from the Other Europe” in cui ho pubblicato narrativa scritta sotto il regime totalitario comunista in Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria e Jugoslavia.
Ora, quando sul giornale leggo dei regimi autoritari xenofobi saliti al potere in alcuni di quei paesi, penso con grande tristezza agli scrittori che ho pubblicato. In quegli anni terribili molti di loro li sono andati a trovare, e ho avuto modo di conoscerli bene. È una grottesca ironia della storia che la loro forza d’animo e le loro sofferenze nel resistere al comunismo siano sfociate, meno di vent’anni dopo, in questa profanazione della democrazia».

Come possiamo immaginare la sua vita ora? Magari in questo preciso momento.

«Sono seduto su una logora poltrona Eames che è diventata la mia casa da quando ho abbandonato il computer alla scrivania. Il pavimento tutt’attorno è disseminato di libri e riviste che sto leggendo, e accanto a me, a portata di mano, c’è un tavolino quadrato di vetro su cui sono impilati i libri che ho finito di recente e quelli che intendo leggere dopo. È straordinariamente silenzioso, per essere un appartamento newyorkese. Ho i doppi vetri per tenere lontano il rumore della strada, e dagli appartamenti accanto non sento nulla, sia perché i vicini sono tranquilli sia perché le pareti sono acusticamente isolate. La televisione è spenta, quindi niente Trump. Appena finirò di scrivere questa risposta, mi rimetterò a leggere il penultimo capitolo di Impressioni personali di Isaiah Berlin, una straordinaria galleria di ritratti di alcune delle più grandi figure del Novecento, da Winston Churchill e Virginia Woolf ad Albert Einstein e Edmund Wilson. Ora sto leggendo dei suoi incontri con gli scrittori russi nel 1946.
C’è anche quella che è forse la più grande di tutti, la poetessa Anna Achmatova, che Berlin incontra una notte nel suo appartamento di Leningrado, dove vive come una paria, perseguitata da Stalin e dal suo regime. “Mi parlò della sua solitudine e del suo isolamento, sia personale sia culturale. Per lei la Leningrado del dopoguerra non era altro che un enorme cimitero — i pochi alberi carbonizzati rendevano la desolazione ancor più desolata”. Ora vi lascio e torno alla mia serata con Isaiah Berlin e Anna Achmatova. Cosa potrebbe esserci di meglio?».

Precedentemente apparso su «la Repubblica» del 1 dicembre 2017. Ringraziamo l’autore e il giornale. Traduzione di Norman Gobetti.


Dario Olivero è caporedattore della Cultura de «la Repubblica».