Cominciai a scrivere quasi nello stesso momento in cui imparai a leggere: scrivevo delle storie nella mia testa, dei mini romanzi nei miei taccuini, dei racconti che inventavo e raccontavo quotidianamente al mio fratellino. A scuola fondai delle riviste soprattutto per poterci scrivere sopra. Poi pubblicai poesie e pezzi comici sui veri giornali per bambini. Ero sicurissima che entro i miei diciotto anni il mondo avrebbe visto il mio primo romanzo.

Ma tutti quei miei scritti aurorali erano in ceco. Stavo crescendo, molto felicemente, a Praga; i miei sogni di diventare una scrittrice s’infransero quando, in seguito all’invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968, la mia famigia emigrò in Germania. La morte dell’inebriante libertà della Primavera di Praga è, nella mia mente, sempre sinonimo della mia morte come scrittrice. Non puoi scrivere se perdi la tua lingua.

Il ceco poi non era nemmeno la mia prima lingua. Avevo vissuto a Praga da quando avevo tre anni, ma ero nata a Mosca e parlavo russo con i miei genitori. Da bambina questo lo trovavo profondamente imbarazzante. In Cecoslovacchia il russo era la lingua del nemico, e fuori casa fingevo di non saperlo. Affettavo l’accento ceco e badavo a che i miei genitori non mi si rivolgessero mai in russo davanti ai miei amici. La distinzione emotiva fra le mie due lingue era chiara: una era sgradita e tollerata solo per necessità, l’altra era amata e trattata come un tesoro. Avevo un legame originario con il ceco, e il fatto di essere una straniera me lo faceva apprezzare ancora di più.

Avevo quasi sedici anni quando emigrammo ad Amburgo. Adolescente, scivolai nel tedesco con relativa disinvoltura, amminandone la precisione e, quando fui in grado di leggere la letteratura tedesca, la bellezza sintattica. Ero affascinata dal modo in cui una frase o un paragrafo in tedesco erano capaci di catturarti: tenendoti per un bel pezzo sulla corda prima di svelare il verbo o la preposizione che ne erano la chiave, e dunque il loro significato. Tuttavia su me questa lingua non aveva alcuna presa emotiva; il tedesco mi sembrava pesante, duro, difficile da maneggiare, senza traccia del genere di giocosità che tanto amavo nel ceco. Il tedesco non avrebbe mai potuto diventare la mia lingua; e questo volle dire che dovevo scordarmi di diventare una scrittrice.

E fu a quel punto che venne in mio soccorso l’inglese. Possibile che fossi rinata, come scrittrice, in una nuova lingua? All’inizio fu solo il seme di una lingua che dovevo imparare – e alla svelta – per adeguare il mio curriculum scolastico ai programmi della scuola superiore tedesca che frequentavo adesso. Poi, con forza carsica, l’inglese a poco a poco penetrò in ogni angolo della mia vita, privata e professionale. Studiavo in inglese, insegnavo e lavoravo in inglese, parlavo inglese con mio marito, che è canadese, e con i nostri bambini, tutti nati in nazioni diverse mentre continuavamo a trasferirci da un paese all’altro: Canada, Israele, Stati Uniti. Un giorno mi accorsi di colpo che stavo scrivendo il mio diario privato in inglese. Possibile che fossi rinata, come scrittrice, in una nuova lingua?

Scrivere narrativa in una lingua che non è la tua è un processo affascinante. Sei sempre consapevole di essere un po’ un impostore, un po’ un ventriloquo, un po’ un traduttore interiore. La tua voce scaturisce da una nascosta mescolanza di voci interiori, di cui però solo tu avverti la presenza. I tuoi lettori devono potersi fidare della sua sicurezza esteriore. Vesti i panni dello scrittore all’apparenza con agio, ma in realtà non dimentichi mai che li hai ottenuti a caro prezzo.

Tutti gli scrittori espatriati hanno una storia da raccontare riguardo al modo in cui hanno trovato casa in una nuova lingua. Per quello che riguarda me, scoprii che l’inglese non era una presenza linguistica del tutto fortuita nella mia vita. Una decina di anni fa una sera il telefono squillò nel mezzo di una rumorosa cena famigliare a casa mia, a Londra. Andai a rispondere da un’altra camera. Un uomo che parlava inglese con forte accento russo e con grande emozione, mi informò, dopo una goffa presentazione, che mi telefonava per raccontarmi la vera storia della mia nascita. Ero, disse quell’uomo al telefono, la figlia di un americano che un tempo viveva in Russia. Il mio padre biologico era nato a Brooklyn ma era cresciuto a Mosca quando suo padre vi si era rifugiato, lasciando gli Stati Uniti dopo una carriera di secondo piano nel servizio segreto militare sovietico.

Ero nata stranieraL’uomo che mi aveva telefonato disse di essere un mio lontano parente e che erano decenni che cercava di rintracciarmi. Avrei avuto bisogno di molti anni per condurre le necessarie verifiche e le ricerche, oltre che per comprendere ed accettare il suo racconto. Fin dal primo momento tuttavia ne percepii la veridicità. In qualche modo questo segreto di famiglia così a lungo celato finì in realtà per semplificare la mia complicata biografia. Ero nata straniera.

Un po’ di tempo dopo quella scioccante telefonata conobbi Joseph, il mio padre biologico, che adesso viveva negli Stati Uniti. Parlammo in russo – la stessa lingua che parlo con mia madre e con l’unico vero padre che abbia mai conosciuto. Joseph lesse i miei libri – a quell’epoca avevo già pubblicato la mia prima raccolta di racconti e un romanzo – e pensai: Non è un’ironia del destino che la lingua madre del padre che non ho mai conosciuto sia quella in cui ho finito con lo scrivere, e che mi sembra la più agile, la più libera, la più viva? Nell’inglese trovai l’umorismo e la leggerezza di tocco che agognavo. Forse, quando scoprii l’inglese come scrittrice, mi innamorai di un ricordo lontano di ciò che era già mio.

© 2016 Elena Lappin

Traduzione di Laura Noulian


978880619739graIl libro: Elena Lappin, In che lingua sogno?, Einaudi 2016. Traduzione di Laura Noulian.