Aveva ragione il bibliotecario interrogato dal generale Stumm: le biblioteche sono governate da una scienza in sé e per sé; non c’è nulla da fare! Al che il generale Stumm restò perplesso. Ma poi, dopo aver un po’ discettato con il bibliotecario stesso, non poté far altro che constatare che sì, era vero: i soli uomini che possedevano un ordine spirituale erano loro, i depositari dell’ordine dei libri.

È un libro raro, di quelli che fanno parlare a ragione di «piacere della lettura». Ma c’è un aspetto in particolare quale val la pena soffermarsi: l’ordine dei libri Il personaggio che compare nell’Uomo senza qualità può essere una buona esemplificazione di un altro personaggio, questo però non uscito dalla fantasia di Robert Musil, bensì uno in carne e ossa: Alberto Manguel. Lo scrittore argentino – insieme a Borges, Umberto Eco e qualche altro ancora – appartiene di diritto a un rango esistenziale elevatissimo, ancorché pericoloso: è infatti un «cavaliere dell’Ordine degli scaffali». Lo dimostra il suo Vivere con i libri, «un’elegia e dieci digressioni» come recita il sottotitolo, nel quale l’autore ragiona sul rapporto con i libri e con la propria biblioteca. È un libro raro, di quelli che fanno parlare a ragione di «piacere della lettura». Ma c’è un aspetto in particolare che l’autore affronta qua e là e sul quale val la pena soffermarsi: ovvero l’ordine dei libri. Come si sistemano i volumi in una biblioteca? Per Manguel non c’è una regola generale, o perlomeno ciò che muove la mano ordinatrice sugli scaffali è la relazione esclusiva che lega il proprietario a un determinato titolo. «Avevo organizzato la mia biblioteca sulla base di esigenze e pregiudizi personali. A differenza di una biblioteca pubblica, la mia non aveva bisogno di codici comuni, comprensibili e condivisibili da altri lettori. La sua geografia era governata da una logica un po’ sui generis».

Ma al di là del criterio di Manguel, che in quanto personale può essere universale, esiste anche una ragione storiografica per interessarsi alla disposizione di una biblioteca (e anche alla sua catalogazione, ma questa è una storia a parte), e deriva dal fatto che nella forma che ha assunto in Occidente dai primordi dell’era cristiana il libro è stato una delle più potenti metafore utilizzate per pensare il mondo, il cosmo, l’esistenza stessa. È stato e continua a essere lo strumento che ci permette la leggibilità del mondo. E questa metafora del libro del mondo, del libro della natura – una metafora così forte nell’era moderna – si trova in un certo senso ancorata alle rappresentazioni immediate del libro stesso.

In un passaggio del suo libro Manguel cita le parole lette il giorno della cerimonia funebre di Borges, morto a Ginevra il 14 giugno 1986: «il compito dello scrittore è trovare le parole giuste per nominare il mondo, sapendo per tutto il tempo che queste parole sono, in quanto tali, irraggiungibili». Lo stesso si può dire dell’ordine dei libri. Lo afferma anche un altro “cavaliere dell’ordine degli scaffali”, Roberto Calasso: «Come ordinare la propria biblioteca è un tema altamente metafisico. Mi ha sempre meravigliato che Kant non gli abbia dedicato un trattatello» (così in un libello, abbagliante, appena pubblicato da Adelphi in edizione fuori commercio dal titolo Come ordinare una biblioteca). Il tema non è peregrino in tempi di grande disordine – spirituale, politico, persino “metafisico”. Perché è infatti l’occasione per riflettere su una questione capitale: che cos’è l’ordine.

Anche Walter Benjamin, altro “cavaliere” che nel 1931 scrisse un (oggi) celebre saggio sul rapporto che i lettori hanno con i libri – lo intitolò Tolgo la mia biblioteca dalle casse. Discorso sul collezionismo – scriveva: «così l’esistenza del collezionista è tesa dialetticamente tra i poli dell’ordine e del disordine».

Manguel per esempio racconta della lettura dei romanzi di Jules Verne, di cosa rappresentarono per lui durante la sua adolescenza: l’avventura, un’estate della sua giovinezza tormentata dall’ansia e così via. Ovvero la memoria del libro. Ebbene, una volta sistemati sullo scaffale l’aura di questi volumi (ovvero ciò che ricordano, il contesto fatto di sensazioni e reminiscenza) si trasforma in categoria secondaria, alla quale si sovrappone la categoria sotto la quale quel libro viene sistemato – la categoria dell’ordine degli scaffali. Scrive Manguel: «Nell’atto di allestire una biblioteca, i libri, tolti dagli scatoloni e sul punto di essere sistemati su una scaffale, smarriscono l’identità originale e ne acquisiscono di nuove tramite associazione casuali, assegnazioni preconcette o etichette autoritariamente imposte. Molte volte ho scoperto che un libro tenuto un tempo fra le mani diventa un’altra cosa dopo aver ricevuto una posizione nella mia biblioteca», e postilla dicendo che questa è anarchia sotto sembianze di ordine.

È come se gli scaffali possedessero un loro genius loci, fossero un luogo nel quale vige una regione a carica positiva o negativaÈ come se gli scaffali possedessero un loro genius loci, fossero cioè un luogo nel quale vige una “regione a carica positiva o negativa”, come dicono i fisici. Naturalmente il nume tutelare qui è Aby Warburg, giustamente richiamato da Manguel. Warburg in quel monumento al genere umano che era la sua biblioteca non si stancava mai di spostare libri, e poi una volta spostati, li spostava di nuovo. Un perenne balletto. «Ogni passo avanti nel suo sistema di pensiero, ogni nuova idea sulla interrelazione dei fatti lo induceva a raggruppare in altro modo i libri che vi erano coinvolti», scriverà Fritz Saxl dopo aver messo piede nella biblioteca Warburg – e la sua impressione fu di singolare sconcerto. Questo significa una cosa sola – ovvero che bisogna rassegnarsi una volta per tutte, come nota Calasso: «l’ordinamento di una biblioteca non troverà mai – anzi non dovrebbe trovare mai – una soluzione. Semplicemente perché una biblioteca è un organismo in perenne movimento. È terreno vulcanico. Dove sempre qualcosa sta succedendo, anche se non percepibile dall’esterno». E voler assoggettare, dominare questo terreno con un ordine significa in qualche modo entrare in «uno stato di sospensione sopra l’abisso» (ancora Walter Benjamin).

Ordinare una biblioteca allora significa avere un’idea di orientamento, tematica kantiana che in Warburg diventa prassi. Difatti sebbene la biblioteca warburghiana rimanga un unicum per forma, contenuto e idea, la sua lezione – mettere insieme libri, ordinarli, dar loro una forma negli scaffali sulla base della «regola del vicinato» (come se vi fosse un’alchimia segreta fra i titoli ordinati gli uni di fianco agli altri) – è che questo ordine (un desiderio realizzato) significa riassumere una prassi. Una prassi che è insieme orientamento e cultura: o ancora avere un’idea «di come si vorrebbe il mondo», per dirla con le parole di Italo Calvino. L’orientamento nel mondo può percorrere un cammino più lungo, mediato, se volete tortuoso. È il cammino della cultura, nella sua accezione soggettiva e oggettiva, quindi istituzionale, consegnata nel libro, strumento mediato e immediato di prassi e orientamento.

Ancora un esempio. Umberto Eco nel suo De Bibliotheca ha chiarito uno dei malintesi più persistenti, cioè quello che vuole che si vada in biblioteca a cercare un libro di cui si conosce già il titolo. «Ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi». Per Eco una biblioteca diventa un’avventura. Si va a cercare un libro, e poi accanto a quello ne troviamo un altro che non si era andati a cercare (e nemmeno si conosceva) eppure si rivela ben più fondamentale dell’altro. Eco richiamava il genio nascosto dei bouquinistes dell’altro secolo, quando frugando fra i tomi si facevano vere e proprie trouvailles. Le biblioteche devono esser così: «faccio delle scoperte, ero entrato lì per occuparmi poniamo di empirismo inglese e invece comincio a inseguire i commentatori di Aristotele, mi sbaglio di piano, entro in una zona, in cui non sospettavo di entrare, di medicina, ma poi improvvisamente trovo delle opere su Galeno, quindi con riferimenti filosofici…».

Ma non vi è soltanto la questione della scoperta, dell’inatteso piacere archeologico del ritrovamento. Perché come ha scritto lo storico Roger Chartier, c’è un aspetto essenziale che va colto mentre osserviamo gli scaffali di una biblioteca: «L’ordine dei libri ha un altro significato. Manoscritti o stampati, i libri sono oggetti le cui forme condizionano, se non l’imposizione del senso dei testi di cui costituiscono il supporto, almeno gli usi che possono investirli e le appropriazioni di cui sono suscettibili. Le opere, i discorsi, esistono soltanto a partire dal momento in cui diventano realtà fisiche, sono inscritti sulle pagine di un libro, trasmessi da una voce che legge o racconta, pronunciati sul palcoscenico. Comprendere i principi che regolano l’”ordine del discorso” porta a decifrare rigorosamente i principi che fondano i processi di produzione, comunicazione e ricezione dei libri».

Nessun ordine dei discorsi è separabile dall’ordine dei libri che gli è contemporaneoInsomma, quello che ci insegna il volume di Manguel (e i testi degli altri “cavalieri”) è che nessun ordine dei discorsi è separabile dall’ordine dei libri che gli è contemporaneo. Anche quando quest’ordine, apparentemente, non esiste, o non è comprensibile ai nostri occhi. È un paradosso, lo sappiamo. Eppure scrive Manguel ogni biblioteca lo è: «penso biblioteca, e immediatamente sono colpito dal paradosso di una biblioteca che con abbinamenti casuali e affiliazioni fortuite mini alla base qualsiasi ordine di cui possa essere dotata, e che se io, invece di aderire al percorso alfabetico, numerico e tematico proposto a mio beneficio dalle biblioteche, mi lasciassi tentare da affinità non elettive, il mio argomento non sarebbe più la biblioteca, ma il gioioso caos dell’universo che la biblioteca tenta di mettere in ordine».


Marco Filoni è dottore di ricerca in Storia della filosofia. Ha lavorato in varie università, in Italia e all’estero, e per le pagine culturali di diverse testate. Attualmente scrive per «Repubblica» e «Il Venerdì di Repubblica».
Fra i suoi libri: Kojève mon ami (2013); Il filosofo della domenica. La vita e l’opera di Alexandre Kojève (2008); Le erme nei trivi (2006); Filosofia e politica (2000). Nel 2014 ha firmato Lo spazio inquieto, un saggio filosofico sulla città intesa come specchio della natura umana e della sua paura.


 

Il libro: Alberto Manguel, Vivere con i libri. Un’elegia e dieci digressioni, Einaudi 2018. Traduzione di Duccio Sacchi.