Ricerca di tracce e letteratura

Nelle prime pagine di Io e Mabel la narratrice racconta di un’escursione nelle Brecklands, le «terre spaccate» nei pressi di Cambridge. Esce di primo mattino in cerca di falchi, assecondando un malessere e un bisogno urgente e incompreso.

Lentamente il mio cervello si riadattò a spazi che non frequentava da mesi. Era così tanto tempo che vivevo solo in biblioteche e aule universitarie, fissando schermi, correggendo compiti, spulciando bibliografie accademiche. Questa era una caccia diversa. Lì ero un animale diverso.

Comincia così, prima ancora della notizia della morte del padre e dell’improvvisa decisione di addestrare un falco, il processo che occuperà l’intera narrazione: una trasformazione, che è al tempo stesso il ritorno a uno stato primitivo della coscienza e una riflessione sul senso di questo processo, svolta da una studiosa di letteratura e ornitologa di grande esperienza.

Come ha mostrato Carlo Ginzburg in Spie. Radici di un paradigma indiziario, la storia e la caccia costituiscono – in remoti contesti culturali – indagini accomunate da un atto fondamentale, la lettura di segni, e questo atto sarebbe all’origine della narrazione in genere. Lo storico ripete a suo modo lo stesso gesto arcaico del cacciatore: accovacciarsi nel fango per leggere tracce e ricavarne congetture sul passato o sul futuro. Tutto questo, insieme al fatto che la psicanalisi freudiana sorge dallo stesso paradigma indiziario di indagine, sembra essere noto a Helen Macdonald, che è storica, falconiera, e cita più volte Freud in questo suo libro, che è anche la testimonianza di un processo di autoconoscenza e terapia. Una caratteristica fondamentale del libro sta proprio nel tenere insieme – quasi ostinatamente – il racconto autoptico di uno sprofondamento della coscienza, che assomiglia al viaggio di una sciamana che si fonde temporaneamente con il suo animale-guida per conseguire una nuova padronanza di sé e del mondo, e la riflessione critica su come questa esperienza arcaica sopravvive e muta nella pratica della letteratura.

Lo storico ripete a suo modo lo stesso gesto arcaico del cacciatore: accovacciarsi nel fango per leggere tracce e ricavarne congetture sul passato o sul futuro

Questo secondo punto è reso particolarmente evidente dalla scelta di inserire la narrazione parallela del tentativo di addestrare un falco particolarmente coriaceo, un astore (la stessa specie di falco scelta da Macdonald), da parte dello scrittore Terence H. White: un personaggio tormentato, il cui maldestro e a tratti sadico rapporto con un astore costituisce evidentemente una lotta interiore con il proprio passato, una ricerca di guarigione destinata a risolversi nella scrittura di un libro, L’astore (The Goshawk) – e poi, ancora, a riemergere addolcita nella storia di apprendistato del ragazzo Wart e del Mago Merlino in Re in eterno, la fonte del famoso cartone animato La spada nella roccia.

Come White, anch’io volevo tagliare con il mondo e anch’io desideravo ritornare alla natura primitiva e involata, desiderio che può strapparti di dosso ogni morbidezza e farti naufragare in un mondo di disperazione cortese e selvaggia.

In questo parallelo il bellissimo libro ha un luminoso precedente, ugualmente immerso nella cultura anglosassone con le sue reminiscenze pagane: Le antiche vie di Robert MacFarlane. Un libro che stavolta narra di camminate, come esperienze di ritorno in contatto con i fantasmi del passato che ancora aleggiano nei paesaggi naturali, e procede alternando il racconto del narratore sulle proprie esperienze con quello di un poeta e camminatore del passato, Edward Thomas. Qui il seguire tracce è assimilato subito (anche etimologicamente) alla capacità di leggere, di divinare il senso di un passato che si è perduto attraverso i segni, per ritrovare il cammino. Soltanto perdendosi nel paesaggio selvatico, con un gesto di isolamento dalla società che fonde quello dello studioso e quello dello sciamano, l’anima può trasformarsi e ritrovare se stessa.

 

Infanzia e idolo

Uno degli aspetti più interessanti della narrazione di Macdonald sta nel suo restituire l’incertezza sull’esito positivo di questa esperienza di naufragio e ritorno alla natura. Il rapporto con l’astore – reazione immediata alla notizia sconvolgente della morte del padre – rimanda l’autrice alla sua infanzia, e alla passione per i falchi che costituisce uno dei ricordi più vividi della sua prima identificazione di fronte ai genitori. Ma l’immersione nell’immaginario che risale dall’infanzia costituisce allo stesso tempo l’emergere di sintomi patologici, lo smarrimento di ogni punto di riferimento presente, il rischio di perdersi definitivamente. Il sogno di una trasformazione in falco, fatto dalla bambina, appare un gioco innocente ma anche, retrospettivamente, un movimento di alienazione, che segue il registro di una sorta di religione naturale – un animismo aurorale che molti appassionati di letteratura fantastica, come me, non hanno dimenticato:

A sei anni cercavo di dormire con le braccia ripiegate come ali dietro la schiena […] In seguito, quando mi imbattei in alcune immagini di Horus, il dio egizio dalla testa di falco, ingioiellato di ceramica e turchesi e con un nitido baffo sotto l’occhio sgranato e maliardo, fui colta da uno strano senso di soggezione religiosa. Quello era il mio dio, non il vecchio con barba e vesti bianche di cui ci parlavano a scuola. Per settimane, recitando l’omonima preghiera, anziché Padre nostro io continuai a sussurrare, in preda alla mia segreta eresia, Caro Horus.

Nel suo apprendistato con il falco Helen si sforza di rendersi «invisibile» a penetrare nello sguardo dell’animale, estraneo alle passioni umane. In questo procedimento di distacco da sé trova nel falco una guida capace di condurla in un mondo diverso: in ciò la sua esperienza, che lei stessa definisce un’«iniziazione», ha i tratti della ricerca di un animale-guida, capace di condurre in un mondo inferiore, per trovarvi il segreto della guarigione. La Macdonald lettrice di fantasy ritrova questa immagine dell’animale guida proiettandosi nel mondo della trilogia Queste oscure materie di Philip Pullman, dove ogni personaggio ha «un daimon, un animale che è la manifestazione visibile della sua anima». Si tratta del resto di un tema classico della letteratura antica e fiabesca sulla metamorfosi. Ma dei risvolti psicologici di tutto questo Macdonald – che da lettrice di Freud non può senz’altro credersi sciamana  – è perfettamente consapevole.

Io ero distrutta. Una parte profonda di me stava cercando di ricostruirsi e il modello a cui guardava era proprio lì, seduto sul mio pugno. Non desideravo altro che essere come lei: solitaria, padrona di sé, libera dal lutto e insensibile alle sofferenze dell’esistenza umana.

Mi stavo trasformando in astore.

Dopo queste righe Macdonald evoca la scena de La spada nella roccia in cui Wart si trasforma in astore, rievocando ancora come da bambina adorasse quella scena. Segue gli sviluppi di questa passione nella se stessa adulta, nell’amore per la poesia come «capacità di sopportare una perdita […] confidando nella capacità di ricrearsi in un soggetto e in un ambiente diverso». Ma proprio per questo Macdonald, che non sta semplicemente poetando ma sta vivendo una trasformazione che coinvolge ogni aspetto della sua vita – perde il lavoro, non sente gli amici –, sa rilevare anche un rischio. Il rischio è, naturalmente, quello di smarrirsi in una identificazione impossibile, e perciò non fare più ritorno alla vita. Esattamente quello che accade a molti personaggi mitologici delle metamorfosi di Ovidio. La metamorfosi assume i tratti di un processo di smarrimento irreversibile. Mentre Mabel, l’astore, cresce e sviluppa le proprie capacità di rapace, Helen torna bambina, perdendo ogni capacità in sua assenza, disorientata nel mondo quotidiano:

Non riuscivo più a prendere le misure. Di niente. Combinavo un pasticcio dietro l’altro. Scheggiavo tazze, rompevo piatti, inciampavo. Mi fratturai persino il dito di un piede contro lo stipite di una porta. Ero tornata goffa come quand’ero piccola. Con Mabel, invece, non mi capitava mai […] e con lei non mi arrabbiavo mai, anche se tutte le volte che cercava di volarsene via mi veniva voglia di lasciarmi cadere in ginocchio e mettermi a piangere.

D’altra parte Mabel «diventa una bambina. Mabel è una bambina, una piccola rapace che ha appena capito chi è e qual è il suo scopo».

La metamorfosi assume i tratti di un processo di smarrimento irreversibile

Con questo doppio passaggio – ritorno all’infanzia e proiezione di questa nel falco – Helen abdica al proprio controllo di sé, sforzandosi di partecipare all’istinto di morte della sua astore, e aiutando quest’ultima nelle sue battute di caccia al coniglio, le mani grondanti di sangue, come se la bambina che è stata potesse rinascere nel falco.

Questo offuscamento dei sensi rimanda a un accecamento psicotico della coscienza che, indotta dalla finzione letteraria, vede un altro mondo con altri occhi: un accecamento che tanta letteratura realistica moderna ha tematizzato, da Don Chisciotte a Madame Bovary. Che Macdonald si inserisca in questa tradizione, esponendo l’esperienza dell’immaginario attraverso la torsione dell’autofiction – dandone la cronaca diretta, senza la mediazione del personaggio – è ricavabile proprio da un accostamento con un racconto di Flaubert, Un cuore semplice (il primo degli ultimi Tre racconti del 1877). Qui il lutto induce la protagonista Felicita a affezionarsi a un pappagallo. Quando l’animale muore, questa lo fa impagliare e ne fa una reliquia, inginocchiandosi a pregarlo chiusa nella sua stanza da cui non esce più. Alla sua morte vede il pappagallo che vola via: «Le sue labbra sorridevano. I battiti del suo cuore rallentarono a uno a uno, ogni volta più incerti, più tenui, come si esaurisce una sorgente, come si disperde un’eco; e, quando esalò l’ultimo respiro, le sembrò di vedere, nei cieli dischiusi, un pappagallo gigantesco che aleggiava sulla sua testa». È il racconto compassionevole di un feticismo religioso, qui espresso sotto forma di superstizione di una anziana donna di campagna, di cui Flaubert non ha mai smesso di diagnosticare la presenza anche nella società borghese.

Il pappagallo compare anche in Io e Mabel. In una installazione d’arte Helen si imbatte in un pappagallo imbalsamato, di una specie estinta. Incontra qui il presagio di morte, che la vitalità dell’astore le fa scambiare per promessa di vita. E finalmente compare il vero oggetto della sua ossessione, la doppia realtà che si sta sforzando di negare: il corpo morto del padre e una fanciulla caduta in uno stato di non-vita.

Mentre mi chino sul cadavere ben illuminato nella bara di vetro, non penso affatto all’estinzione delle specie animali: penso a Biancaneve. A Lenin nella penombra del suo mausoleo. E penso a quando entrai nella stanza d’ospedale dove giaceva mio padre, morto da un giorno.

 

Alice sottoterra

L’immedesimazione nel falco, quindi, è al tempo stesso un passaggio necessario – che condurrà Macdonald a riprendersi – e un transito in un’esperienza che lei stessa descrive paragonandola alla dipendenza da una droga. Immergendosi nell’esperienza della morte causata dal rapace, quasi delirando di prendere il controllo sulla natura, che quella morte impartisce, Macdonald riconosce di essersi avviata verso una «dipendenza disastrosa quanto prendere una siringa e farsi di eroina. Il mio viaggio era verso un luogo da cui non volevo più tornare».

Un passaggio necessario, tuttavia, per la guarigione poetica. La Macdonald ricorda che il falco, nel poema medievale Sir Orfeo, è un tramite per un altro mondo, in cui si passa entrando nella foresta. Questo sconfinamento è il modo in cui Helen affronta la morte del padre, e muove i primi passi di una trasformazione interiore che dovrà completarsi con il distacco dal falco, con il ritorno in sé. Il modello di questo percorso è esplicito: non una terapia con l’analista, ma il viaggio di Alice nel paese delle meraviglie. Anche il libro di Lewis Carroll sovrapponeva il gioco di una bambina con lo schema del viaggio nell’oltretomba: di nuovo la fantasy oxoniense si ripercuote sull’esperienza della ricercatrice di Cambridge. Ma non si tratta della stanca rievocazione di un modello ormai onnipresente. Tutt’altro: nel capitolo “Alice nella tana del coniglio” Macdonald evoca questo prototipo in due modi originalissimi.

Il mio viaggio era verso un luogo da cui non volevo più tornare

Per prima cosa, mentre se ne va a addestrare il falco, portando con sé un sacco di pulcini cadavere per attirare il falco, Helen sa che sta perdendo il lavoro. Il suo contratto a Cambridge sta scadendo. Ha rifiutato un incarico in una università tedesca. Il mondo delle biblioteche e delle lezioni le appare come l’insieme di oggetti che Alice sfiora mentre cade nel buco. Le cose che rappresentano i tre anni della sua attività di ricerca a Cambridge «non erano mie. Non lo erano mai state veramente. Cadendo, Alice guardava verso il basso per vedere dov’era diretta, ma sotto di lei c’era il buio».

Il percorso di abbandono della vita precedente, il viaggio verso la foresta, è quindi necessario. Il desiderio di isolarsi con l’astore era iscritto nella storia di Helen fin dall’infanzia, e la morte del padre non ha fatto che sprigionarne l’urgenza, a lungo trattenuta. Con l’astore, come Alice, Helen va a caccia di conigli e sprofonda nell’oscurità.

Ma dovrà imparare a uscirne. Mentre Mabel lentamente impara a uccidere, rispondendo all’addestramento, i segni della malattia si manifestano nel corpo di Helen, e le lacrime scendono all’improvviso sul suo viso, come fenomeni privi di emozione:

Me le asciugo, e vado a prepararmi dell’altro tè, in cucina, dove un coniglio bianco morto sta scongelando come un peluche in una busta delle prove della polizia, e la luce al neon sfarfalla misteriosamente, incerta se continuare a illuminare la stanza o smettere del tutto di funzionare.

È una pagina di estrema densità semantica, come accade spesso nei punti nodali del romanzo di Macdonald. Il coniglio bianco non è il personaggio di un mondo di fantasia in cui si può indugiare e giocare, come nel libro di Alice; e non è il peluche con cui si baloccava la bambina; è una preda morta, uccisa in una battuta di caccia che è per Helen la ripetizione di un atto di protesta contro la natura, mentre le lacrime scendono senza avere ancora svelato il loro senso ultimo.

 

Congedo e narrazione

A un certo momento le strade si devono separare. Questa è la condizione per non smarrirsi definitivamente nel lutto. Il libro finisce con un congedo e un’incertezza: Mabel volta le spalle a Helen, isolandosi nel processo di muta delle penne da cui uscirà adulta; a Helen resta il dovere di compiere la sua propria trasformazione, senza il falco. Macdonald confida di aver letto letteratura antropologica sull’identificazione uomo-animale. A un certo punto cita gli studi di Willerslev sui cacciatori siberiani, che provengono da una delle culture in cui tradizionalmente è più attestato lo sciamanismo, e si rispecchia nella perdita di identità a cui vanno incontro alcuni di loro – «qualcosa di simile alla follia».

La narrazione non è un atto mancato, ma è il cammino che continuiamo a fare seguendo una traccia ormai invisibile

Se fossimo in un saggio antropologico, per esempio di Ernesto de Martino, si tratterebbe ora di ritrovare un senso vivo e mondano, capace di restituire a se stessa quella “presenza” di sé che si è temporaneamente assentata per elaborare il lutto ripercorrendo gesti arcaici di maghi e sciamani. Ma il testo che si sta concludendo, e che è iniziato dopo tutta questa esperienza – come nella storia parallela di White – è già una risposta alla domanda che resta in sospeso: è possibile, sapendo che non potremo letteralmente catturare quel che cerchiamo, smettere del tutto di cercare? La narrazione non è un atto mancato, ma è il cammino che continuiamo a fare seguendo una traccia ormai invisibile.


Paolo Pecere è ricercatore di Storia della filosofia. Ha pubblicato L’anello che non tiene. Tolkien tra letteratura e mistificazione (minimum fax 2003, con L. Del Corso) e Dalla parte di Alice. La coscienza e l’immaginario (Mimesis 2015). Suoi racconti sono comparsi su Nazione indiana e «Nuovi argomenti».


978880621338GRAIl libro: Helen Macdonald, Io e Mabel, Einaudi 2016. Traduzione di Anna Rusconi.