Per festeggiare la splendida notizia proponiamo una piccola scelta delle reazioni della stampa e dal web italiani alla notizia.

Il Post fa una carrellata sulla produzione di Ishiguro, presentando brevemente i suoi sette romanzi e la raccolta di racconti.

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Su doppiozero Susanna Basso, la traduttrice degli ultimi due libri di Ishiguro, scrive cosa significa muoversi tra le parole precise e fluttuanti allo stesso tempo dell’autore di Quel che resta del giorno.

Il processo che Ishiguro compie di smantellamento dall’interno di personaggi e generi popolari della letteratura inglese impone al traduttore un lavoro delicato e asettico per restituire lo sgretolarsi lieve di un cliché (sia esso quello del maggiordomo, come in Quel che resta del giorno, del detective, come in Quando eravamo orfani, o del cavaliere in armi nel Gigante sepolto) e il costruirsi di formidabili situazioni narrative inedite.
I dialoghi di Ishiguro contengono il realismo stralunato di conversazioni gentili tra parlanti che non si capiscono, pur dicendosi cose ragionevoli e in una lingua senza intoppi. È la quieta sperimentazione di una scrittura che, senza abbassare mai lo sguardo, descrive l’enigma della vita, l’imbarazzo dell’amore, l’inestinguibile dolore della memoria come dell’oblio.

Continua su doppiozero. Mentre sul sito della trasmissione si può ascoltare la puntata di Farehneit dedicata a Ishiguro e al Nobel.

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Due lunghe interviste ora. La prima l’ha fatta Maria Teresa Carbone ai tempi dell’uscita di Non lasciarmi.

Ascoltando una mattina alla radio un programma sulla clonazione, mi sono reso conto che se avessi sostituito le armi nucleari con la biotecnologia avrei potuto far funzionare la storia. Ma quello che in realtà mi premeva era presentare un gruppo di persone con una aspettativa di vita ridotta, intorno ai trent’anni, una situazione cioè che potesse diventare una metafora – una sorta di specchio distorto – della condizione umana, del fatto che tutti noi invecchiamo e moriamo, ma tendiamo a eludere questo dato. Oltre tutto, mi sono reso conto che avere dei cloni come protagonisti del romanzo avrebbe portato altri vantaggi, che avrei potuto affrontare in un modo inusuale le vecchie questioni poste nel corso dei secoli in molti testi letterari: cosa è un essere umano? esiste l’anima? qual è lo scopo della nostra vita? Queste domande, che riempiono pagine e pagine di Tolstoj o di Dostoevskij, risultano molto difficili da tradurre per gli scrittori della mia generazione, sembra perfino mancarci il vocabolario adeguato. Se la narrativa e il cinema di oggi, da Houellebecq a Terminator, presentano spesso figure di cloni o di cyborg è proprio per discutere da una prospettiva diversa un tema antico.

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La seconda è di Francesca Borrelli, all’indomani della pubblicazione del Gigante sepolto.

Quindi lei è d’accordo con Susan Sontag quando diceva che la memoria è fatta di ciò che accettiamo di ricordare, e talvolta – per rendere possibile una riconciliazione – bisogna accordarsi sulla necessità di dimenticare?
Certo che sì. A volte dimenticare è la scelta migliore perché mette fine ai desideri di vendetta e alla violenza che ne consegue, e questo tanto nei rapporti personali che in quelli collettivi: basterebbe pensare alla questione palestinese o, più vicino a casa mia, alla situazione dell’Irlanda. È proprio vero che a volte non può esserci alcun reale progresso finché non si decide di abbandonare al passato qualcosa di doloroso; ma quanto si può andare avanti facendo finta che questo qualcosa non sia mai accaduto? Se il gigante è stato sepolto ma non ucciso, prima poi potrebbe risvegliarsi. Sono stato recentemente in America per discutere di questo mio ultimo romanzo e ho trovato una situazione molto critica per quanto riguarda i rigurgiti di violenza legati alle questioni razziali. C’è chi ha suggerito di estromettere dai testi scolastici molte delle parti che trattano la storia dello schiavismo e delle segregazioni razziali, perché generano troppa rabbia inutile nelle giovani generazioni, soprattutto dell’America latina; ma altri sostengono che, in realtà, tutti i problemi attuali derivano proprio dal fatto che non si sono mai fatti i conti fino in fondo con le questioni relative alla schiavitù. Ci vorrebbe qualcosa come la Commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica, fatto sta che torna sempre in ballo l’equilibrio tra ciò che bisogna ricordare e cio che deliberatamente si sceglie di dimenticare.

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Foto © Basso Cannarsa