Oggi esce Tigre per sempre, la raccolta dei racconti di Horacio Quiroga, maestro della forma breve che ha influenzato più di una generazione di scrittori sudamericani, da Rulfo a Cortázar. Per l’occasione pubblichiamo la prefazione di Ernesto Franco.

I. Credi nel maestro – Poe, Maupassant, Kipling, Čechov – come in Dio stesso

Il 27 febbraio 1925, Horacio Quiroga pubblica su «El Hogar» un suo Decálogo del perfecto cuentista, cui faranno seguito un Manual del perfecto cuentista (10 aprile 1925) e Los trucos del perfecto cuentista (22 maggio 1925). Fin dal titolo, appare inequivocabile l’intenzione ironica di cui Quiroga investe i suoi precetti. Ma non c’è solo questo. Come in ogni cosa che scrive, anche nel Decálogo Quiroga racconta una parte di se stesso e della propria esperienza, mentre l’ironia è duplice. Da una parte è un’ironia tragica, come quella che intesse alcuni dei suoi migliori racconti; dall’altra è un’ironia polemica, orientata contro la nuova società letteraria che sta prendendo forma.
«El Hogar» era al tempo il settimanale illustrato che “faceva” l’opinione pubblica alta a Buenos Aires ed era anche molto seguito all’estero. La sua sezione culturale aveva affermato diversi scrittori, tra cui lo stesso Quiroga, e più tardi, sul finire degli anni Trenta, Jorge Luis Borges ne curerà la parte dedicata ai libri e agli autori stranieri. Nonostante le apparenze, che ci raccontano di un Quiroga all’apice del successo letterario e sociale a Buenos Aires, si sta affermando nella capitale, come si diceva, una nuova generazione di scrittori che ruota proprio intorno a Borges e alle riviste d’avanguardia come «Proa» o «Martín Fierro». È dalle pagine di queste riviste, tutte orientate a guardare fuori dai confini nazionali verso le avanguardie di Parigi, Londra e Madrid, che Quiroga viene o ignorato o preso satiricamente di mira come uno scrittore troppo orientato, al contrario, verso l’interno del territorio americano. Emir Rodríguez Monegal ricorda in un suo libro dedicato a Quiroga, e intitolato programmaticamente El desterrado, un giudizio lapidario di Borges raccolto da lui stesso nel 1945: «Ha scritto racconti che aveva scritto meglio Kipling».
Quiroga reagisce non tanto con il Decálogo, quanto con l’ironia del Decálogo. Come a dire, a credere di essere nuovi assoluti c’è più ingenuità che verità, più réclame, per usare una parola dell’epoca, che verità della scrittura. Tanto vale, allora, «credere» nei maestri, ovvero riconoscerli. Questo è un vero inizio. E Poe, Maupassant, Kipling, Čechov sono esplicitamente, il lettore lo vedrà sulla pagina, i maestri amatissimi («come Dio stesso») di Quiroga. Riconosciuti.

II. Credi che la tua arte sia una vetta inaccessibile. Non sognare di dominarla. Quando potrai farlo, ci riuscirai, senza neanche accorgertene

Ancora nascostamente polemico, anche con se stesso, Quiroga afferma che credere di possedere la letteratura, credere di sapere dove stia di casa, è una malattia infantile o un gioco di società.
Lo dice per esperienza personale, lui che nasce nel 1878 a Salto, in Uruguay, da una famiglia benestante, poi si trasferisce a Montevideo, dove fonda riviste e circoli letterari, si sente decadente e modernista, prova hascisch e cloroformio, è maledetto e “artificiale”, adora D’Annunzio e Leopoldo Lugones, e alla fine, il 24 aprile del 1900, arriva a Parigi, alla bohème, all’Esposizione universale, con ottantotto pesos in tasca. Ma l’esperienza è orribile, Quiroga non si ritrova in nessun café, in nessun circolo d’artisti, la città lo respinge e in breve lo riduce a chiedere l’elemosina per poter mangiare. Torna a Montevideo e da lì riannoda i fili che intrecceranno la sua esperienza e la sua scrittura. Ma sarà un percorso interminabile, come questo secondo precetto lascia intendere, in contrappunto con casi della vita in gran parte incontrollabili, che porteranno tuttavia Quiroga a trovare i volti e i luoghi che la sua «arte» dominerà, sì, talvolta senza sforzo, ma a costo di continue ferite.

III. Resisti quanto puoi all’imitazione, ma imita, se l’influsso è troppo forte. Più di qualsiasi altra cosa, lo sviluppo della personalità è una scienza

L’orma di Maupassant è evidente almeno in Il cane rabbioso. Quella di Edgar Allan Poe è chiara, tanto da essere quasi evocata palesemente, in racconti come Le navi suicide, Il cuscino di piume o Il vampiro, le stesse atmosfere fra delirio e incubo, le stesse esperienze ai confini della scienza e del mistero, la stessa presenza di fondo del perturbante. Emir Rodríguez Monegal ricorda che rispondendo, nel 1918, a un critico a proposito di Poe, Quiroga diceva:

…non c’è nulla al di fuori dell’influenza – evidentissima – di Poe. Questo le serva per rendersi conto di certe leggende che circolano su di me… Credo di godere di una salute moralmente perfetta. Di più: sono un perfetto borghese, con famiglia normale e affetti normali. Ho vissuto per nove anni nel Chaco e a Misiones, lavorando abbastanza duro. E lei certamente non ignora che per quelle vite di lotta in paesi selvaggi, non sono certo indicati nervi troppo sensibili… Di decadente non ho che un libro (Los arrecifes de coral). Ho voluto sperimentare un certo numero di paradisi artificiali, lasciandomeli alle spalle una volta che sapevo cos’erano. Non tocco alcol e non l’ho mai fatto. Ciò che può esserci di allucinazione in alcuni miei racconti è una semplice questione interiore: un’attitudine più o meno manifesta a provare certe cose. Lei mi capisce e concludo. Le ho raccontato queste sciocchezze proprio perché lei non equivochi, amico. Ciò di cui sono più orgoglioso sono le mie scorribande nella foresta, dove ho dovuto vedermela da solo. E di conseguenza, sono le narrazioni della selva quelle che mi sono più care.

Inequivocabile pure l’influenza di Kipling nei racconti per ragazzi qui non raccolti e nei famosissimi come Anaconda o Il ritorno di Anaconda in cui, tra l’altro, gli animali parlano in prima persona come gli esseri umani. Di Kipling, che cita spesso a memoria, ha un’intera collezione di opere, che conserva nella sua biblioteca di Buenos Aires, carica di libri rifasciati a volte con pelle di serpente. Il «New York Times», in un articolo del 25 ottobre 1925, lo saluta come «il Kipling americano».
Certo, «l’influsso è troppo forte» e Quiroga «imita», ma per insistere nella ricerca di una propria personalità. Ed è proprio tale ricerca a segnare la differenza dal maestro. La selva, la giungla, è per Kipling un argomento letterario, mentre per Quiroga una scelta di vita. Non c’è in lui nessuna epica magniloquente, ma solo lo sguardo sul quotidiano come tragedia. Quella di Quiroga è una scelta della volontà, nella convinzione che l’esperienza di vivere a Misiones possa contenere un di più di verità che non si dà altrove.
Forse, tuttavia, la personalità di Quiroga è fatta ancora di qualcos’altro. È possibile sostenere che non esiste un Quiroga di Montevideo o di Buenos Aires e uno della Selva. Esiste un Quiroga fronterizo, uomo di frontiera, in ogni dimensione della sua vita. Nasce un 31 dicembre, fra un anno e l’altro, in Uruguay, da padre argentino e madre uruguayana, e quindi avrà doppia nazionalità. Nasce a Salto e vive le sue più importanti esperienze nel Chaco e a San Ignacio a Misiones, tutti luoghi di frontiera. È segnato da una vita disseminata di morti violente, il padre per un incidente con il fucile quando ha pochi mesi, l’amico del cuore che lui stesso uccide con un colpo di pistola partito accidentalmente, il patrigno e la moglie, lui stesso e la figlia morti suicidi, come se quella fosse una porta sempre socchiusa dal caso. È amante assoluto della solitudine ma rinomato dongiovanni sempre sedotto da donne giovani, spesso troppo giovani, e dalle loro scarpe di vernice. Solo, è però autore di bellissime lettere in cui invita gli amici più cari a raggiungerlo nella selva. Scrive, e intanto inventa imprese commerciali destinate sempre al fallimento. È innamorato della modernità, appassionato di cinema e di divi del cinema, fotografo dilettante e ciclista fotografo, sperimentatore di galvanoplastica, pazzo per la velocità su auto e motociclette tanto da rischiare la vita propria e quella altrui, ma colleziona pelli di anaconda recluso in fondo alla selva. Horacio Quiroga fugge dalla metropoli perché desidera la selva e lascia la selva perché è sedotto dalla metropoli. Quiroga è affascinato dalla razionalità della scienza e indaga l’irrazionale della sensibilità. Quiroga è questo territorio di frontiera che prende forma e sostanza nella scrittura. È per questo che ha spesso voluto comporre i suoi libri sia con i racconti della selva sia con quelli della follia e dell’incubo. Perfino il titolo progettato per una raccolta retrospettiva è a questo proposito significativo: Cuentos de todos colores. Quiroga cerca l’altro, tanto nel fantastico e nell’orrore quanto nella vita di frontiera e della selva, nell’uomo e nelle belve, nella natura e in città. Sempre sul margine. All’esterno nel mondo, all’interno nel sentire e nello scrivere.