Sul «New Yorker», Philip Gourevitch ne traccia un intenso profilo umano e artistico: per lui Johnson « is the American expression of what the Russians call a holy fool, a fleshing out of William Carlos Williams’s declamation, “The pure products of America go crazy.” He’s someone you have to respond to the way you respond to the deepest, weirdest, truest voices of rock and roll: you don’t want to be him, or even—if you’re at least halfway sane—to be with him; you just want to hear him tell it because when he does everything feels heightened».

Sempre sul «New Yorker» c’è una lista dei racconti e degli articoli che Johnson ha pubblicato sulla rivista nel corso degli anni e leggibili online.

Sul «New York Times» Michiko Kakutani ripercorre l’opera di Johnson e i giudizi critici che si sono succeduti su di lui.

Sul Fiction Podcast del «New Yorker» si può ascoltare Tobias Wolff leggere un racconto di Denis Johnson: si tratta di «Emergency» da Jesus’ Son. Nel 1999 la regista Alison Maclean trasse un film a episodi da Jesus’ Son: proprio nella sequenza ispirata a «Emergency» c’è un cameo dello stesso Johnson che interpreta il paziente con il coltello nell’occhio. 

L’ultimo libro pubblicato in Italia di Denis Johnson è Mostri che ridono. Ecco alcune letture in italiano per conoscerlo meglio.

Claudia Durastanti su Pixarthinking:

Forse la prima parte di Mostri che ridono di Denis Johnson sarebbe piaciuta molto a Umberto Eco o Italo Calvino: per quella fede pallida in un postmoderno di caricatura e reinvenzione, per la simulazione di una cinematografia del discorso che tutto plastifica e appiattisce, per un approccio libero e divertito al genere. Ma la realtà è che questo romanzo bellissimo da leggere è attraversato dall’amarezza e persino dalla paura, così vicino a una linea d’ombra che non solo certe spie dall’esistenza avventurosa hanno da attraversare: Denis Johnson non è il Conrad che ci meritiamo, ma il Conrad a cui involontariamente, ogni giorno, sopravviviamo.

Davide Coppo su «Studio»:

Nair e Adriko hanno, con l’Africa, un rapporto estetico e opportunistico. Sono tornati dopo anni in Africa perché in Africa ci sono opportunità. Le opportunità sono ricchezza, possibilità molto rischiose di ricchezza sterminata. Naturalmente, illegale. Quella che potrebbe sembrare una convenzionale storia di spie e intrighi internazionali prende quasi immediatamente, tuttavia, una deviazione oscura.

Nicola H. Cosentino su Minima et moralia:

Ecco, quindi, cosa racconta Johnson. Una libertà totale, febbrile, maledetta e insopprimibile. La sensazione di possedere già tutto e doverne fare razzia, per esercitare un briciolo di potere. Autodeterminazione, divertimento sfrenato, paura, scivoloni, e un ordine insospettabile da ricostruire a posteriori.

Edoardo Rialti sul «Foglio»:

Una volta Auden espresse il sentimento di molti lettori, affermando che ci sono personaggi che vorremmo invitare a cena. Non è certo una conquista da poco quella di riuscire a raccontare un pericoloso soldato doppiogiochista che pure è così maledettamente seducente da farti desiderare un viaggio in un autobus cadente, pur di restare insieme a lui.

Luca Briasco sul «Manifesto»:

Esiste però, dietro il velo della spy story, quella poetica profonda, quel tocco personale che ricorre sistematicamente in tutti i libri di Johnson, che si tratti di polizieschi, distopie, romanzi di guerra o racconti «tossici». Se nella narrativa bellica e di spionaggio le complessità dell’intreccio sono quasi sempre funzionali all’esplorazione del confine sempre più labile che separa il bene dal male, l’innocenza dalla corruzione, nei Mostri che ridono i due corni del dilemma coesistono inestricabili in ognuno dei personaggi: le loro azioni restano spesso inspiegabili, i loro volti e le loro disperazioni avvolti in un velo opaco che l’autore si limita a mostrare e descrivere con stile impareggiabile, senza mai distendere il racconto verso facili risposte.

Foto © Richard Mosse, particolare della copertina di Mostri che ridono.