Muovendosi tra numerose suggestioni intellettuali e artistiche, da Teju Cole a Suketu Mehta, Gianluca Didino, su Pixartprinting, fa il punto sul pensiero delle città e la loro «vita segreta».

La New York degli anni ’70 costituisce ancora il modello di success story di riferimento per le città di tutto il mondo, che hanno imparato a vendersi sul mercato globale come veri e propri brand: un processo di cui fanno parte allo stesso modo i mega-eventi come le Olimpiadi, la costruzione di grattacieli sempre più alti o di intere isole artificiali e la gentrificazione manipolata dalle agenzie immobiliari. Lo scopo è sempre lo stesso, attirare capitali.

«Può il successo di una città essere controproducente? Una città dove il tasso di criminalità è basso, la metropolitana puntuale, la cultura cosmopolita e i ristoranti stellati? Sì, perché questo significa che non te la puoi permettere. E una cosa è essere escluso se sei un nuovo arrivato, un’altra è quando gente appena scesa da un aereo ti esclude da un luogo dove la tua famiglia vive da quattro generazioni».

Il punto sollevato qui è meno scontato di quello che potrebbe sembrare a prima vista, perché ci costringe a ripensare a quello che consideriamo desiderabile nel posto in cui viviamo. Per ottenere una città più vivibile ed economicamente sostenibile dobbiamo accettare di perdere parte del nostro controllo: accettare che le nostre città siano luoghi di tensioni e conflitti, le cui narrative si sottraggono alle proiezioni del nostro desiderio; e dunque – e questo è il punto del discorso di Metha più difficile da accettare per una sensibilità occidentale – dobbiamo essere pronti ad accettare nelle nostre città anche un margine di illegalità.

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Tra pochi giorni negli Stati Uniti (e a fine anno in Italia) esce il nuovo romanzo di Paul Auster. Si intitola 4 3 2 1 ed è già uno dei più attesi della nuova stagione letteraria. Il «New York Times» lo intervista per la rubrica By the Book: si scopre così quali scrittori del passato inviterebbe a un party (Dickens, Dostoyevsky e Hawthorne), i suoi personaggi preferiti e i libri che ha sul comodino.

Sul comodino ho i due volumi delle Opere di James Baldwin. Non lo leggevo dai tempi del liceo e, dato che il romanzo che stavo scrivendo è ambientato negli anni Cinquanta e Sessanta, mi sembrava giusto ridarci un’occhiata. Una lettura iniziata per dovere che si è subito trasformata in stupore, ammirazione, piacere. Per me Baldwin è senz’altro uno dei Grandi della letteratura americana del XX secolo.

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Matthew Weiner ha donato gli archivi di Mad Men all’Harry Ransom Center di Austin (dove già sono conservati quelli di Carver, Foster Wallace, DeLillo, McCarthy, McEwan e tanti altri).


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Alla Shakespeare & Co. di Parigi si è tenuto un incontro tra Aleksandar Hemon, Nathan Englander, ZZ Packer e John Freeman. Argomento: Donald Trump e la reazione alla sua elezione. Si può ascoltare qui.


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A proposito di Presidenti: “dove è andato” il romanzo americano durante l’epoca di Obama? Christian Lorentzen racconta le tendenze più interessanti sviluppatesi negli ultimi otto anni: si può leggere su Vulture.