Tra i primi in Italia a parlare di Sally Rooney fu Clara Mazzoleni che su «Studio» la scorsa estate scrisse che:

Uno dei tanti motivi per cui una persona inizia a scrivere è il desiderio di esprimersi correttamente. Per me, almeno, è stato così: quando ho scoperto di non saper comunicare in modo soddisfacente, con la voce, nella vita di tutti i giorni, ho provato a farlo scrivendo. Avevo sette, otto anni, e la necessità di rielaborare le frustrazioni dovute a una timidezza cronica: le parole scritte sul foglio erano il luogo silenzioso, solo mio, dove il linguaggio diventava un materiale benevolo, da maneggiare con calma, fino a ottenere frasi ferme, impresse sulla pagina, che dicevano esattamente quello che ero. Il contrario di quello che succedeva (e succede ancora oggi) quando mi esprimevo “in diretta”, con le persone: il cervello e la voce misteriosamente scollegati, le parole spinte fuori dalla fretta e dalla paura, maldestre, inadeguate.

Il motivo di Sally Rooney, giovane scrittrice irlandese che in questi giorni popola le pagine culturali di testate come New YorkerGuardian e Vogue – ma soprattutto ex campionessa europea in quella pratica da noi poco conosciuta che è il dibattito studentesco – deve essere stato senz’altro diverso dal mio. O forse no. In un pezzo che scrisse per la Dublin Review un paio di anni fa, Rooney si racconta e si interroga sull’esperienza di number one competitive debater. A rendere la sua riflessione un gioiello non è soltanto la descrizione accurata di una realtà così particolare, che riunisce i migliori ragazzini-oratori di tutto il mondo in hotel di lusso, in India come in Serbia, per discutere di argomenti tipo criminalità organizzata, femminismo, guerre, riscaldamento globale, avendo pochi minuti per organizzare la difesa della propria posizione, pro o contro che sia (non scelgono loro) e sostenendola con tutta la propria energia e intelligenza in vista di un premio finale.

Non è nemmeno la lucidità dura e adulta con cui Rooney analizza la sé stessa di vent’anni (mentre scrive ne ha soltanto qualcuno in più). È lo stile, la voce: asettica e analitica, assolutamente ostile all’autocommiserazione, come caricata da una strana violenza che la percorre, mantenendola così tesa che i piccoli colpi di tenerezza che emergono qui e là non riescono mai ad allentare la corda. Insomma, se ne saranno accorti tutti, nel 2015: quello non era il racconto di una studentessa che condivideva un aneddoto della sua vita. Quello era il racconto di una scrittrice. (Continua a leggere su «Studio»).

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Paolo Giordano sulla «Lettura» del «Corriere della sera» scrive che Rooney «dice di aver scritto Parlarne tra amici in tre mesi, ma io mi rifiuto di crederci».

La consapevolezza del talento e la sua precocità. In realtà, che siano stati tre oppure trenta, non ha davvero importanza. Sally Rooney ha un dono naturale, e dirlo, per una volta, non è inutile affettazione. La consapevolezza del talento e la sua precocità, infatti, sono elementi fondanti del libro. La protagonista e voce narrante, Frances, è così in gamba da disprezzare sottilmente le proprie qualità.

E prosegue (la recensione completa si può leggere qui su Biancamano) soffermandosi su un aspetto poco approfondito dalle altre recensioni, il rapporto tra la protagonista Frances e i genitori.

Lentamente comprendiamo che, sebbene il presente di Frances sia fra i suoi coetanei o quasi, il motore oscuro della sua esistenza è ancora nel rapporto con i genitori, com’era per quasi tutti noi a vent’anni, che fossimo disposti ad ammetterlo o no. Ogni volta che ricompaiono i genitori, Frances si sente evaporare, perde contatto con il mondo e con se stessa. Si tratta di una sensazione nota a molti, la proviamo entrando nella nostra casa d’infanzia, notando certi gesti minimi ai pranzi di famiglia: un’erosione delle fondamenta che toglie significato a tutto, e che un padre e una madre sono in grado di produrre con una sola parola. «Ho chiuso gli occhi e sentito che tutti i mobili della stanza cominciavano a scomparire, come una partita di Tetris al contrario, che scorre verso l’alto dello schermo e poi svanisce, e la prossima a svanire sarei stata io».

Parlarne tra amici è un romanzo di seconda formazione, se può esistere una categoria del genere. Racchiude in sé tutta l’inconsapevolezza luminosa dei vent’anni, la confusione, il tedio, l’indecisione e al tempo stesso l’arroganza che hanno caratterizzato ognuno di noi a quell’età. E coglie l’attimo in cui siamo passati, quasi all’improvviso, dalla teoria alla pratica dell’esistenza, quando eravamo ancora un blocco di esperienze monche e convinzioni, che le ragioni selvagge del corpo sono arrivate a scompigliare. (Leggi tutta la recensione di Paolo Giordano).

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Per Francesco Pacifico su «IL» del «Sole 24 ORE» Parlarne tra amici è «il più moderno romanzo all’antica».

Era da tanto che non leggevo un “caso letterario” di un “giovane scrittore”.[…] Negli ultimi vent’anni i casi letterari giovanili in lingua inglese sono stati per lo più libri esagerati, massimalisti e tendenti al virtuosismi. […] Parlarne tra amici è un romanzo semplice, privo di vezzi letterari e in particolare di quel “realismo isterico” che è stato per venticinque anni la tendenza più forte degli scrittori di lingua inglese che aspirassero alla gloria. Rooney sgrana un insieme di fatti e sentimenti e particolari sulla vita di una giovane donna senza mai prendere la tangente.

Aggiungendo: «L’ideologia ha un posto ambiguo nel libro: cruciale per la formazione di Frances, non sembra avere nessun impatto nelle sue scelte». (Sul sito di «IL» si può leggere l’articolo completo).

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Intervistando Sally Rooney per «Vanity Fair», Laura Pezzino scrive che:

Lo stile piano e controllato di Rooney è del tipo che «dice», più che «mostrare». Il tratteggio psicologico dei personaggi è acuto e sottile. L’uso della prima persona permette il racconto quasi diaristico delle reazioni soggettive minime, i pensieri contraddittori (agire come se si avesse il pieno controllo della situazione, ammettere dentro di sé che questo controllo è solo simulato), una sorta di discorso diretto interiore che ricorda quello di Cat Person, il racconto di Kristen Roupenian apparso sul New Yorker che è stato al centro del dibattito culturale a fine 2017.

Dialogando con l’autrice, Pezzino si sofferma su vari aspetti, dal nuovo femminismo alla centralità del corpo, dal ruolo dei social e delle chat nelle relazioni alla psicologia dei personaggi.

Parliamo di Frances: suo padre è un alcolista e un violento. Oggi si dice che la figura del padre sia in crisi: era questo che voleva mettere in luce?
«Non volevo scrivere un trattato sul modello di famiglia patriarcale, che peraltro in Irlanda sta cambiando, lasciando aperta la domanda su che cosa prenderà il suo posto. Il mio intento era cercare di capire perché Frances avesse tutta questa difficoltà nei rapporti e nell’esprimere le proprie emozioni, e mi sembrava coerente che avesse avuto un passato di quel tipo, con un padre il cui comportamento era imprevedibile. Così, ha dovuto imparare a controllarsi».

Controllarsi per proteggersi dal dolore?
«Anche. E inoltre c’è il fatto che mostrare le proprie emozioni è un modo di “fare richieste” agli altri, e Frances è riluttante a farlo. Per le giovani donne questo ha a che fare con l’essere indipendenti, considerato un ideale femminista in sé al quale si attengono non dimostrando il proprio bisogno di amore e rassicurazione».

In qualche modo, i millennial sembrano più «freddi» e «trattenuti» rispetto alle generazioni più vecchie. È d’accordo?
«No. Frances è distaccata per ragioni personali, e non per l’età».

(Sul sito di «Vanity Fair» si può leggere l’intervista completa).

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Parlarne tra amici di Sally Rooney «appare come uno dei racconti più lucidi fatti finora dei millennials» secondo Noemi Milani, che ha intervistato l’autrice per «Il Libraio».

Il romanzo è ben inserito in uno spazio temporale molto verosimile anche grazie a elementi come la presenza di Netflix e Facebook. Tuttavia i suoi personaggi preferiscono scriversi per email e non fanno uso dei social media, se non per scriversi in chat. Come mai?
In base all’età, cambia la percezione della presenza dei social media nel romanzo: persone più anziane di me ne notano la presenza, lettori più giovani, invece, ne sottolineano la mancanza. Probabilmente è una questione generazionale. Per quanto riguarda l’uso dei social nel libro, semplicemente non credo che i personaggi del romanzo siano tipi da esporsi online e postare la loro vita privata. Soprattutto per quanto riguarda Frances, che ha una personalità molto riservata. Me la immagino più come una ragazza che controlla il feed di Twitter, ma che non twitterebbe mai. Un po’ come faccio io stessa.

Frances ha un appuntamento con un ragazzo, conosciuto su Tinder, che prende una piega grottesca. Con Nick, invece, porta avanti una comunicazione fatta soprattutto di messaggi ed email. Aspetti che non possono che richiamare Cat Person, il racconto cult degli ultimi mesi. La tecnologia sta cambiando le relazioni?
La tecnologia sta influenzando soprattutto le relazioni tra i generi. Frances si sente diversa quando inizia la sua relazione con Nick e comunica con lui tramite email, sente di avere il controllo: può editare quello che scrive e trasmettere una versione di sé più sicura. Quando invece lo incontra di persona è più vulnerabile, arrossisce, non può controllare il suo modo di apparire. Quindi, sì, la tecnologia sta cambiando i rapporti e i giochi di potere, ma non è una soluzione efficace: non si può scappare dalla realtà, nascondendosi dietro la tecnologia. Prima o poi ci si deve incontrare di persona: e lì il problema del potere – e del suo abuso – resta.

Continua a leggere su «Il Libraio».

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Su «Forbes», Jennifer Guerra si concentra sui personaggi:

E se Frances, Millennial proveniente da una famiglia divorziata della middle class, dichiara di essere “anti-amore” – quando in realtà va a letto con un uomo sposato, di cui cerca disperatamente di attirare l’attenzione con un sesso sempre più esigente ma sempre più privo di complicità e comprensione, pur restando morbosamente attaccata alla sua ex – in realtà non dice niente di nuovo. Nell’universo di Parlarne tra amici, dove uno strano “ménage-à-quatre” è il trionfo delle relazioni disfunzionali, non è la sola ad essere così assorbita da se stessa, così occupata a dare e darsi etichette (poliamorista, lesbica, bisessuale, marxista, di destra, di sinistra, o effemminato, virile, ricco, povero) da non riuscire a guardare a un palmo dal proprio schermo. La ex fidanzata Bobbi, forse il personaggio più riuscito del romanzo, ne è la nemesi: tutti preferiscono Bobbi, che è semplicemente e ostinatamente lesbica, di una bellezza sorprendente e di una brillantezza acuta che si contrappone all’intelligenza di Frances, che tutti lodano ma che nessuno comprende.

Nick, che con Frances intrattiene una relazione extraconiugale, è nell’aspetto e nei modi il perfetto maschio funzionale: attore di discreto successo che ha recitato in commedie romantiche e pièce teatrali senza pretese, di buona famiglia, sempre ben vestito e soprattutto bello. Ma la sua inettitudine si rivela laddove Google non può arrivare: dorme in una camera separata rispetto alla moglie, ha performance sessuali mediocri e ripetitive, si dimostra passivo di fronte a ogni cosa lo tocchi, compresa Frances, a cui dice di essere “fondamentalmente marxista”, ma che non vuole essere giudicato perché ha una casa di proprietà. Non si salva nessuno, men che meno la moglie di Nick, Melissa, giornalista di fama che non fa nulla per nascondere le sue crisi isteriche per un mazzo di fiori reciso nel modo sbagliato e finge di non vedere l’adulterio che si consuma sotto ai suoi occhi. In tutto questo la “conversazione”, termine che dominava il bel mondo di fine Ottocento, si ripete in una giostra di apparenze. (Leggi l’articolo completo su «Forbes»)

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Jane Austen e Francis Scott Fitzgerald. Per Vincenzo Latronico le analogie con questi due autori non bastano comunque a descrivere la voce assolutamente nuova di Sally Rooney. Ci spiega perché nella brillante recensione di Parlarne tra amici pubblicata su «Esquire», dove si può leggere l’articolo completo.

Se da una parte viene spontaneo pensare al romanzo di Rooney nei termini di una versione aggiornata di Jane Austen, dall’altra penso che un termine di contrasto più rivelatorio possa essere il Fitzgerald di Tenera è la notte. Anche lì si parla del gioco di relazioni fra una coppia matura e una ragazza giovane che da ingenua si fa più adulta. Anche lì l’uomo è un fascinoso affabulatore che si rivela in crisi, aggrappato a donne di cui ammira, e vampirizza, la forza. Anche lì la trama si svolge in un mondo sociale minuscolo, stretto nella recinzione elettrificata del privilegio: gli expat miliardari nell’Europa fra le due guerre, per Fitzgerald; gli hipster della scena culturale di Dublino per Rooney.

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Natalia La Terza la recensisce sul «Tascabile», soffermandosi in particolare sullo studio della Rooney del linguaggio usato dai suoi personaggi – e della loro estrema consapevolezza e estenuato autocontrollo al limite della paralisi emotiva.

Non c’è niente di peggio per una maniaca del controllo e fanatica del linguaggio come Frances di non sapere quali parole usare. Quando conosce Nick a voce si scambiano poche parole, spesso banali. La loro comunicazione verbale si svolge per la maggior parte del tempo attraverso la rete protettiva di Internet, nella finestra di una chat, per e-mail. Sulla tastiera Frances può pensare e ripensare alle parole giuste da formare unendo le lettere come se stesse giocando a Scarabeo (“Scrivere a Nick era facile, ma anche competitivo ed eccitante, come una partita di ping pong”). Dalla sua camera, quando si sente in difficoltà, Frances può coprire il nome di lui sullo schermo con il polpastrello. Davanti allo schermo del portatile, quando vuole ricordarsi com’è fatta la faccia di Nick, può scrivere su Google il suo nome. “Adoravo quando era disponibile in quel modo, quando la nostra relazione era come un documento Word che stavamo scrivendo e editando insieme, o un lungo private joke che nessun altro poteva capire”. Quando i messaggi di Nick le sembrano senza alcun tono o significato, le reazioni di Frances dimostrano tutta l’insofferenza e sregolatezza emotiva dei suoi vent’anni. (Continua su «il Tascabile»).

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Cosa si nasconde tra le pagine di Parlarne tra amici? Gloria Ghioni ne scrive per «Critica Letteraria»:

L’esordio narrativo di Sally Rooney, scrittrice dublinese del 1991, passa rapidamente da un inizio erotico-sentimentale a ben altre implicazioni di carattere morale e sociale. Siamo davvero in un presente che accetta di buon grado i cosiddetti “poliamori”? La gelosia, l’invidia, il possesso: sono tutte pulsioni superabili in nome della libertà? (Continua su «Critica Letteraria»).

Mentre Casalettori su «Robinson» di «Repubblica» scrive che Parlarne tra amici è «un testo che può essere letto come una pièce teatrale, una scenografia essenziale ma incisiva».

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Eloisa Morra su «Nazione Indiana», invece, ne propone un’interessante lettura in parallelo con Lealtà di Letizia Pezzali. Entrambi «romanzi-gazzella», come li definisce la critica.

Il senso di svuotamento e claustrofobia che ci deriva dalla lettura delle pagine effetto-social è reale o voluto? Queste smagliature forse si spiegano pensando che Lealtà e Parlarne tra amici sono due romanzi sulla fine della giovinezza, e di quest’ultima racchiudono in sé il portato assolutizzante, cerebrale, claustrofobico. Scrivere mail chilometriche, discettare su tutto, amare in modo devoto e senza traccia di umorismo, essere molto self-absorbed; chi non ha vissuto tutto questo a vent’anni? Se arriviamo di filato alla fine però è perché i due libri hanno il pregio di fare un passo più in là, verso una ironica consapevolezza di sé e del mondoC’è un doppio sguardo che silenzioso si irradia tra le pagine di questi due libri, illuminandole: «Prima di capire certe cose» conclude Frances «le devi vivere. Non puoi sempre assumere una posizione analitica». (Continua su «Nazione Indiana»).

 

Insomma, perché tutti parlano di Parlarne tra amici? Per trovare la risposta non resta che leggerlo.


 

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Il libro: Sally Rooney, Parlarne tra amici, Einaudi 2018. Traduzione di Maurizia Balmelli.