La mattina c’erano dieci centimetri di neve e abbiamo riacceso il fuoco e bevuto il tè e poi siamo andate a controllare le trappole e avevamo preso un altro coniglio. Nella neve c’erano delle impronte e ne ho trovate di coniglio, cervo reale, volpe e sotto una quercia ce n’erano che sembravano di scoiattolo, però mi sembra che gli scoiattoli vanno in letargo e quindi forse erano di uccello.
Abbiamo raccolto altra legna e poi ho dovuto occuparmi del riparo perché la neve aveva trascinato giù la cerata. Il riparo l’avevo fatto nel pomeriggio del giorno in cui eravamo arrivate dopo aver camminato per cinque miglia sotto il sole con tutto l’equipaggiamento. Era stata dura e dovevamo fermarci di continuo a bere. Avevo usato la mappa e la bussola per stabilire il percorso che poi avevamo seguito costeggiando il lago Trool su una strada forestale sul versante opposto di quella su cui vedevamo passare le macchine oltre gli alberi. Sulla strada forestale era stato facile ma quando siamo arrivate al fondo del lago abbiamo dovuto salire e fare un dislivello di 500 metri fino in cresta. Nel primo tratto c’era un sentiero per le pecore che si arrampicava su per i pendii erbosi disseminati di macigni ma poi è diventato sempre più ripido e a un certo punto Pepa ha dovuto fermarsi e anch’io. Abbiamo fatto un pezzo per volta e abbiamo camminato piano come sui siti web dicono di fare quando devi fare una salita.
Il riparo l’ho fatto tendendo una corda fra due betulle e poi fissandoci la cerata con le linguette di velcro e tirandola fino a terra con una pendenza di circa sessanta gradi, che è la pendenza migliore per non far ristagnare l’acqua. Poi l’ho fermata in fondo con delle pietre e ho usato altre pietre per fare tre plinti sotto il riparo e poi ho tagliato dei pali di betulla per fare il letto. Pepa ha preso delle frasche di abete e le abbiamo stese sopra i pali e ne abbiamo usate un sacco in modo da fare un letto spesso e ben coibentato. Pungono un po’ ma una volta schiacciate sono molto morbide e comode. La piattaforma su cui si dorme bisogna costruirla sollevata da terra per impedire che il calore si disperda. L’avevamo fatto dopo aver camminato per cinque miglia con tutto l’equipaggiamento fino ad arrivare in una zona della foresta che a quanto si vedeva sulla mappa era molto appartata ma aveva accesso all’acqua ed era in mezzo agli alberi.
Però col peso della neve la cerata era scesa e si era raggrinzita al fondo e la corda si era allentata e aveva ceduto e si stava formando una V che se pioveva si sarebbe riempita d’acqua. Quindi ho deciso che dovevamo fare una capanna di frasche.
Una capanna di frasche si fa inarcando tanti alberelli e incrociandoli l’uno con l’altro a formare una cupola. Nel manuale c’era un disegno che la faceva vedere e c’era scritto che andava bene come riparo per periodi lunghi, che era quello che volevamo noi. Bisognava coprirla con la cerata e poi con frasche di abete come isolante.
Quando ho detto a Pepa che volevo fare una capanna lei ha fatto una smorfia e ha detto: – Certo, facciamo una capanna di frasche perché sei una frocia che si infratta fra le frasche! – e si è messa a ridacchiare a più non posso.
Dice sempre che sono lesbica ma non è vero e lei scherza ma è una cosa un po’ omofoba anche se tanto io non sono lesbica. Però è vero che coi capelli tirati indietro o nascosti sotto un berretto sembro un maschio.
A Pepa alcune cose la fanno ridere così tanto che non ce la fa più e le vengono le convulsioni e a volte sembra epilettica. Una cosa che la fa ridere in quel modo è la parola «hummus». Quando eravamo piccole e io rubavo il cibo per lei una volta le ho portato dell’hummus in una vaschetta e lei lo ha mangiato intingendoci il pane e le è piaciuto e poi ha chiesto come si chiamava e io gliel’ho detto e lei per poco non si pisciava addosso. La fa anche un sacco ridere la parola «meconio» – che è il nome della prima popò dei neonati che è piena di batteri molto pericolosi. L’espressione «infrattarsi fra le frasche» la fa ridere e anche la parola «mestruazioni». Le piacciono anche le parolacce tipo «mezzasega» e «coglioni» e adora l’espressione «pezzo di merda» e soprattutto dire che qualcuno è un pezzo di merda. A scuola quando era in quinta si è messa nei guai per aver scritto su un foglio di carta da zucchero «La Gammon è un pezzo di merda» e averlo appeso in bacheca.
Se vede una persona grassa in centro o nella zona pedonale mi fa: «Svelta… nascondi le torte!» e questo fa ridere anche me. E a volte invece fa: «Oooh… qualcuno qui ha trovato la chiave della dispensa!» Le piace anche l’espressione «buco di culo» e a volte se qualcuno le dà fastidio o l’assilla con qualcosa lei dice: «Piantala di fare il buco di culo merdoso».
Le piacciono anche i modi di dire che usiamo dalle nostre parti, tipo «sbacalito» per dire che sei scemo e te ne stai lì a bocca aperta e senza una sola idea in testa. E le piace anche «un casino» per dire tanti e «uggioso» per dire quando è umido e piovigginoso e buio, e quando è così lei dice: «Oggi è un casino uggioso».
Nella sua classe c’era un ragazzino con la testa molto grossa che si chiamava Robert McCulloch e lei ha cominciato a chiamarlo «Capoccione». E allora anche tutti gli altri ragazzini lo chiamavano «Capoccione McCulloch» e a lui stava bene perché così aveva un soprannome ma la Gammon ha detto che era bullismo e Pepa ha detto: – Sí, però, signora Gammon, lui il capoccione ce l’ha davvero.
A scuola Pepa ha studiato Burns e ha imparato la poesia del topo e a volte la dice e il pezzo più bello è «… e pure sei beato a mio paragone! A te tange solo il presente: invece oh! Io mi volgo all’indietro a fosche visioni! E in avanti, laddove pure non vedo, azzardo e temo!» che è quello che dice lui al topo perché mentre arava gli ha dissepolto la tana ed è vero ed è come mi sentivo io a casa e come mi sento da tutta la vita e invece vorrei essere più come il topo. Pepa chiama «gallinacce» certe donne tipo le signore nei negozi e se Maw era ubriaca lei diceva che era «sbronza forte».

 

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Un’altra cosa buona della capanna di frasche era che potevamo scaldarla con un fuoco a piramide invece di un fuoco lungo e così avremmo usato meno legna e questa era un’altra buona ragione per costruirla, e così ho staccato la cerata e l’ho scossa e poi sono andata a cercare degli alberelli e dei rami più sottili e Pepa è andata a prendere altra legna per tenere acceso il fuoco.
Ho legato insieme alcuni degli alberelli accostando le estremità più sottili e li ho tagliati a una lunghezza di circa quattro metri e ho appuntito le estremità e poi li ho conficcati nel terreno coperto di foglie e non era affatto facile perché nel terreno c’erano un sacco di sassi e rocce e allora per sicurezza alla base dei pali ho ammonticchiato delle pietre. I pali li ho messi a due metri l’uno dall’altro e poi li ho incurvati in modo da formare una cupola. Anche questo non è stato così facile come sembra sul manuale.
Adesso il sole era spuntato e la neve cominciava ad ammorbidirsi e a sgocciolare dagli alberi e io stavo scalciando via neve e foglie e melma da intorno al letto sotto la nuova struttura a cupola quando ho sentito l’elicottero.
Volava basso e le pale ronzavano e appena l’ho sentito ho capito subito cos’era. Forse me l’aspettavo. E ho gridato in un sussurro: – Pepa, sta’ giù –. Stava trascinando della legna verso di me e si è subito buttata a terra rotolando sotto un cespuglio di agrifoglio e io mi sono accovacciata. Stavo guardando in su attraverso la cupola e l’ho visto sopra di me mentre il rumore diventava sempre più forte ed era un ciop ciop ciop ciop ciop. Di sotto era bianco e c’era scritto a lettere nere e90 soccorso. Era così basso che avrei potuto colpirlo col fucile ad aria compressa, probabilmente meno di trenta metri. È passato dritto sopra di noi che stavamo accovacciate sotto gli alberi. Poi continuando a volare basso ha proseguito verso il lago.
Io sono rimasta immobile e ho gridato sussurrando a Pepa: – Resta lì –. Poi mi sono precipitata verso il ruscello e l’ho attraversato saltando da una pietra all’altra e ho risalito il primo pendio in mezzo agli alberi. Il rumore stava svanendo e quando sono sbucata fra le felci l’elicottero era a metà del lago, e volava ancora basso. Poi Pepa era lì accanto a me fra le felci e mi ha preso la mano e ha detto: – Cerca noi?
Io ho detto: – Non lo so. Credo sia del soccorso montano –. È scomparso dietro gli alberi sull’altro versante. Poi abbiamo cominciato a sentirlo di nuovo ed è sbucato in lontananza dall’altra parte del lago sfrecciando sullo sfondo della neve sopra gli alberi. Stava tornando verso di noi e io ho abbrancato Pepa e siamo rotolate fra le felci e le ho tirate per chiuderle sopra di noi e siamo rimaste lí. Il ciop ciop ciop ciop ciop diventava sempre più forte. E più forte. L’elicottero doveva essere ripassato dritto su di noi rasentando il nostro bosco e puntando a nord verso la Magna Bra e la brughiera. Il ronzio è svanito. Era freddo e umido lì tra le felci sulla neve e le foglie ma ho detto che dovevamo restare lì e ho contato fino a 180 dicendo elefante fra un numero e l’altro in modo da far passare tre minuti.
Poi ho detto: – Torniamo.
E Pepa: – Adesso ci dobbiamo spostare da un’altra parte?
E io: – No. Per ora no. Se è il soccorso montano significa che stanno cercando qualcuno su in alto. Nella neve.
Il che significava che c’era gente sulla Magna Bra o nella brughiera sopra il nostro bosco.
Ho detto: – Andiamo, – e siamo corse di nuovo verso il riparo e io ho preso la mappa e ci siamo sedute sotto la struttura a cupola e l’abbiamo guardata. La Magna Bra era in cima alla brughiera sopra di noi e il nostro bosco finiva a circa un miglio dall’inizio della brughiera.
– Vado a dare un’occhiata, – ho detto, e ho tirato fuori la bussola dallo zaino.
– Vengo anch’io, – ha detto Pepa.
– No. Pepa, tu resta qui ad aspettarmi. Pensano che siamo in due.
Lei ha detto: – No, – e si è alzata ed è partita a razzo verso nord attraverso il bosco. Io ho gridato ma lei andava troppo veloce e non potevo raggiungerla e allora mi sono avviata anch’io.
Il ruscello correva verso nord e risalendolo si arrivava fino in cima al nostro bosco. Passavo in mezzo ai ramoscelli e alle felci e agli alberi ma Pepa non riuscivo a vederla e neanche la sua schiena. C’era solo il terreno in salita e la neve diventava sempre più alta man mano che si andava su. Finché restavamo nel bosco non potevamo essere viste dall’elicottero né da qualcuno su nella brughiera, gli alberi impedivano la visuale e noi non spiccavamo sullo sfondo della neve anche perché la mia giacca era grigia e quella di Pepa nera e sono colori che vanno bene per mimetizzarsi. Ma questo non valeva una volta arrivate allo scoperto.
Risalendo il ruscello ci si accorgeva che gli alberi si diradavano e si vedeva che più avanti c’era la brughiera e allora ho rallentato e ho cominciato ad arrampicarmi a quattro zampe e ansimavo a forza di correre e mi stava venendo il panico perché ancora non riuscivo a vedere Pepa. Il vento si stava di nuovo alzando ed era forte e mi soffiava addosso da nord e stavano arrivando delle nuvole basse e scure e io continuavo a controllare la bussola. Il vento mi fischiava nelle orecchie e correvo tutta curva cercando di stare giù.
Alla fine gli alberi sono finiti e il ruscello continuava in una gola con le pareti a strapiombo e sopra di me c’era una cengia e ho visto Pepa sdraiata là sopra che guardava giù. Avrei voluto che facesse buio in modo che non ci potessero vedere senza usare una luce. Adesso sentivo di nuovo il ciop ciop ciop in lontananza mentre correvo su verso Pepa, e lei stava osservando il panorama sporgendosi dalla cengia accanto a un masso.
L’ho raggiunta e sono saltata giù vicino a lei e ho scrutato anch’io. La brughiera era gigantesca e bianca e piena di cumuli di neve e saliva fino a una collina e sopra quella c’era un’altra collina. A circa 150 metri di distanza l’elicottero era atterrato ma le pale giravano ancora e si vedeva il lampeggiare giallo e arancione dei giubbotti di alcuni uomini e intanto ricominciava a nevicare.
Abbiamo osservato attraverso la neve e stavano caricando una barella e c’erano tre tizi, due coi giubbotti di sicurezza e uno in blu, e sulla barella sembrava esserci un altro tizio.
Pepa ha detto: – Escursionisti mezzeseghe.
E io: – Dobbiamo tornare nel bosco prima che decollino.
E siamo riscese lungo il pendio e abbiamo corso fin nel bosco addentrandoci abbastanza da essere al coperto. Si sentivano le pale dell’elicottero che prendevano velocità e l’abbiamo guardato mentre si alzava sopra il crinale. Loro non potevano vederci anche perché ora nevicava forte.
Pepa ha detto: – Lo sai di cosa ho voglia?
E io: – Di cosa? – e lei: – Salsicce.
Non ne avevamo però avevamo il coniglio e dovevamo finire la capanna di frasche e così siamo riscese lungo il ruscello dentro il bosco.
Abbiamo dovuto lavorare veloci per finire la capanna e sistemarci sopra la cerata, e io ho fatto un’entrata con un palo inarcato e l’ho legato con la corda e poi abbiamo coperto la capanna con uno strato di frasche molto spesso e abbiamo messo altre frasche sul letto perché quelle che c’erano si erano bagnate.
Cominciava a venire buio e continuava a nevicare ma non così forte come su nella brughiera e abbiamo acceso un fuoco a piramide davanti all’ingresso della capanna e abbiamo cotto il coniglio. Abbiamo bevuto il tè e Pepa ha mangiato l’ultimo pezzo di torta dundee. La capanna si stava coprendo di neve e dentro faceva caldo perché la neve fa da isolante.
Quei tizi erano le prime persone che vedevamo dopo il conducente dell’autobus il giorno che eravamo arrivate. E anche se non volevo ho cominciato a preoccuparmi del fatto che erano venuti lì e che c’erano degli escursionisti mezzeseghe in mantellina che salivano sulla Magna Bra, però loro non ci avevano viste e non stavano cercando noi.

 


Mick Kitson è nato in Galles ed è cresciuto a Londra. Dopo la laurea all’University of Newcastle Upon Tyne ha fondato insieme al fratello la band pop The Senators, per poi intraprendere la carriera giornalistica. Attualmente fa l’insegnante di inglese e vive a Fife, in Scozia. Sal è il suo primo romanzo.


978885842930GRAIl libro: Mick Kitson, Sal, Einaudi 2018. Traduzione di Norman Gobetti.