La scrittura, i rifiuti, il desiderio e il terrore di esordire, una lettera di Philip Larkin che consiglia di rileggere Grandi speranze («ma non gli confessai che molto difficilmente avrei riletto Grandi speranze dal momento che non l’avevo mai letto neanche una prima volta»), e un’autostroncatura preventiva: Julian Barnes, sul «Guardian», ricorda i giorni che precedettero l’uscita del suo primo romanzo, Metroland.


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Vergogna di J.M. Coetzee è senz’altro uno dei grandi libri degli ultimi vent’anni. David Attwell, su LitHub, ne ripercorre la genesi in un estratto dalla biografia che ha dedicato al Nobel sudafricano, J.M. Coetzee and the Life of Writing.


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Sul Tascabile, Tim Small pubblica una lunga e interessantissima intervista a Jeff Vandermeer: si parla di Area X, del film che stanno girando dalla trilogia, ma anche di riscaldamento globale, nuova ecologia, iper-oggetti.

Da artista o scrittore o altro devi affrontare le cose in modo indiretto, per poter catturare le sfumature. È un effetto diverso rispetto all’affrontare le cose direttamente, nel modo in cui altre persone devono affrontare questi problemi, che è anche un modo in cui si devono affrontare collettivamente. Ma questo significa che ricevi queste specie di… echi. Quindi, sai, i dipartimenti scientifici, e gli scienziati in generale, stanno tutti cercando dei modi per raccontare il loro lavoro in modo migliore, che è una parte enorme di quello di cui stiamo parlando. Il riscaldamento globale è una specie di iper-oggetto sfida. Gli scienziati indagano una marea di dati e devono ricavarne un senso, e raccontarlo a diversi gruppi di persone; al pubblico, o anche a persone delle loro stesse istituzioni che lavorano in ambiti della scienza diversi. Ed è per questo che vedi sempre più conferenze dove ci sono filosofi, scienziati, musicisti, romanzieri e altri in uno spazio comune, dove normalmente non si troverebbero insieme. Ricevo un sacco di inviti dalle università dove il dipartimento di scienza mi chiama per parlare di Annientamento.


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Sabato 1 ottobre, Philip Hoare ha tenuto un’intensa conferenza a Torino, nell’ambito del festival Torino Spiritualità. Su «pagina 99» in edicola si può leggere un estratto dell’intervento. Inizia così.

Un tempo guardando dalle coste del New England o della California, o nel Canale della Manica come nel Mar Ligure, si scorgevano acque popolate di animali, che raccontavano oceani pieni di vita. Dalla balenottera azzurra dello Sri Lanka alla mitica orca delle popolazioni delle isole Haida, sulla costa nord occidentale dell’America, dai misteriosi narvali dell’Artico alle stenelle striate del Mediterraneo che affiorano dai fregi fenici: il mare era tutto un ribollire di vita. Non sorprende che Plinio considerasse il delfino una creatura sacra, la cui uccisione doveva essere punita con la morte. 

Purtroppo ci siamo allontanati molto da quel mondo. Io sono nato nel 1958 e sono un figlio dell’Antropocene, l’età del carbone. Nella mia esistenza sono stato testimone di ciò che gli stessi scienziati chiamano la Grande Accelerazione dell’estinzione, iniziata dopo la seconda guerra mondiale.

L’attuale tasso di acidificazione dell’oceano, causato dall’utilizzo di combustibili fossili, aumenta oggi più velocemente di quanto abbia fatto gli ultimi trecento milioni di anni. Solo il 12% dei fiumi confluisce liberamente nei mari: il 92% di tutta l’acqua dolce è usato in agricoltura. Ogni anno muoiono intrappolati nelle reti da pesca trecentomila uccelli marini e cento milioni di squali vengono uccisi, senza contare con ogni chilometro quadrato di mare contiene 18.500 frammenti di plastica in sospensione.


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