Quando la vecchia vita torna e chiama, torna per chiederti chi sei diventata e anche chi ti credi di essere, torna e porta con sé un’angoscia, un’idea di buio (stai facendo una passeggiata in una giornata di sole, stai tornando a casa, e tutte le altre persone ti sembrano libere dal terrore, ma non tu), quando arrivano i ricordi, spezzettati o come un’onda troppo alta, o come una mano fredda sulla fronte, in quel momento non si può più scappare. Bisogna mettersi in macchina e fare molti chilometri e tornare nella vecchia vita, bisogna chiamare «mamma», come da piccole, quando era quello il modo, il tentativo fiducioso di mettersi al riparo. Il nuovo romanzo di Elizabeth Strout, scrittrice americana premio Pulitzer per Olive Kitteridge, racconta questo momento fondamentale, e non ha nemmeno importanza accorgersi che accade: il momento del riconoscimento, dell’incontro fra la vecchia vita e la nuova. Tra madre e figlia. Che tornano vicine, dopo molti anni di nulla, senza nemmeno dirselo. Ad avvicinarle è il dolore, e dolore e gioia e reticenza e lessico famigliare ritornano impetuosamente, per cinque giorni, nella vita di una scrittrice, la protagonista di questo romanzo non ancora uscito in Italia (lo pubblicherà Einaudi a maggio), My name is Lucy Barton. Una giovane scrittrice, fuggita presto dall’Illinois, vive a New York con il marito e le due figlie piccole, non torna mai a casa dai genitori e dai fratelli, perché deve scrivere, deve crescere le bambine, deve vivere la vita che ha scelto, deve scappare dalla povertà in cui è cresciuta, dalla paura e dal dolore che ha provato. Ma un giorno di primavera entra in ospedale per un’appendicite, un ospedale di New York (dalla finestra della camera si vede il Chrisler Building), e ci resta nove settimane per qualcosa di inspiegabile, un’infezione, un batterio, una debolezza insormontabile, la febbre alta, e le bambine a casa con il padre, l’impossibilità di fare nient’altro che stare a letto ad aspettare, ogni giorno, la visita del medico.

Quando la vecchia vita torna e chiama, torna per chiederti chi sei diventata e anche chi ti credi di essere, torna e porta con sé un’angoscia, un’idea di buio, in quel momento non si può più scappare

È la metà degli anni Ottanta, questa storia è già accaduta, e nel romanzo Lucy Barton la ricorda, e forse solo adesso la comprende, come un momento indimenticabile, decisivo della sua vita. Il giorno in cui ha spostato gli occhi dalla finestra alla porta, dopo tre settimane di ricovero, e ha visto sua madre in piedi accanto al letto, che le diceva: «Ciao, Lucy», e le stringeva il piede da sopra le lenzuola. Come se non si fosse mai mossa di lì, come se non fossero passati anni, come se fossero ancora e sempre madre e figlia, e Lucy una bambina, non una donna ormai estranea, appartenente a un altro mondo, a un nuvo tempo e a una diversa classe sociale. «La storia di una madre e di una figlia», ha detto semplicemente Elizabeth Strout, capace di raccontare l’imperfezione dei rapporti umani con parole scarne e vive, in grado di spezzare e sciogliere il cuore senza essere mai sentimentale ma senza paura dei sentimenti. «Mamma, come sei arrivata qui?», «Oh, ho preso un aereo» Come se fosse una cosa normale, una madre che va da sua figlia. Era invece il primo aereo della sua vita, l’unico taxi dall’aeroporto all’ospedale, l’unica volta a New York, con le luci del Chrisler Building. Arrivata lì dai sobborghi di Amgash, una città rurale dell’Illinois, da una casa fredda che per molti anni era stata semplicemente un garage, senza libri, senza giornali, senza televisione, dove si mangiava melassa sopra il pane e ci si lavava poco perché non c’era acqua calda, o perché nessuno insisteva perché ci si lavasse. Dove si sentiva, Lucy Barton la sentiva fin da bambina, la differenza con le altre persone, anche la vergogna di sentirsi dire dai bambini a scuola: «La tua famiglia puzza», l’impossibilità di parlare di qualcosa di allegro e di lieve, di pensare alle vacanze o a un film o a una torta di compleanno.

Ma Lucy Barton non è più, da molto tempo, quella bambina spaventata, è andata al college, ha imparato a stare in mezzo alle persone colte e abituate al benessere e attente perfino allo stile, ha imparato che a volte lo stile è sostanza e quindi va studiato, ha imparato a ridere e a non masticare la gomma americana con la bocca aperta, ma ogni volta che le parlano di un film, di un telefilm, di qualcosa appartenente alla cultura popolare dei suoi anni, lei arrossisce, perché non ne sa nulla, non ha visto nulla, bambina senza televisione che le notti d’inverno dormiva nel letto a castello con fra le braccia una bottiglia d’acqua calda, scaldata sul fornello dalla madre. Lucy Barton è diventata madre, a sua volta, dice continuamente alle sue bambine che le ama, ma non sa ancora chi è.

Ma Lucy Barton non è più, da molto tempo, quella bambina spaventata

Non può saperlo perché ha rimosso la vecchia vita e la paura degli schiaffi del padre e non sa se le cose brutte e il dolore che i genitori hanno procurato hanno cancellato l’amore, non sa nemmeno se lei è diversa da sua madre, che anche adesso, ai piedi del letto d’ospedale, seduta su una sedia, rifiutando la brandina che le offre l’infermiera, non è capace di dirle, non le dirà mai: ti voglio bene. Però è lì, invecchiata, diventata più soffice, si torce le mani, finge che quello sia un momento qualunque, come quando scaldava l’acqua sul fornello d’inverno, le dice: «Penso che starai meglio. Non ho fatto nessun brutto sogno». E in quel momento a Lucy Barton si scioglie quella cosa solida che aveva nel petto, si sente calda e piena di liquido che scorre, e per la prima volta quella notte dorme senza mai svegliarsi, senza guardare le luci della città fuori dalla finestra, e la mattina si sveglia e sua madre è lì, seduta sulla sedia, se si è mossa sua figlia non può saperlo, non sa nemmeno se ha mangiato qualcosa al bar dell’ospedale, se ha chiamato il padre da un telefono a gettoni, se è andata in bagno, se ha pianto, se è stanca, che cosa ha pensato quando le hanno telefonato da New York per dirle: devi venire, tua figlia sta male.

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Annalena Benini è giornalista e scrittrice. Scrive su «Il Foglio», «IL» e altre riviste. Su twitter è @annalenabenini.


978880622968GRAIl libro: Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi 2016. Traduzione di Susanna Basso.