Telescopio è la rubrica settimanale in cui segnaliamo le notizie e gli articoli più interessanti, a giudizio della redazione di Biancamano 2, usciti in rete in Italia e all’estero.

Ha ancora un senso la distinzione tra fiction e non-fiction che organizza il mercato editoriale? Sul «Guardian» c’è una lunga inchiesta su questa distinzione da più parti sentita come superata – o quantomeno radicalmente in crisi. In serbo, dice Aleksandar Hemon, mancano addirittura le parole per distinguere i due termini: «Questo non vuol dire che non ci sia differenza tra ciò che vero e ciò che non è vero – o è falso. Vuol dire che un testo letterario non è definito dal suo rapporto con la verità o l’immaginazione».


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Restiamo con l’autore dell’Arte della guerra zombi. Sul «Corriere della Sera» Hemon commenta l’arresto di Radovan Karadzic e il peso, terribile, della sua figura sulla storia serba recente.

Ecco le conseguenze del genocidio: esso crea nuove realtà, eliminando le persone considerate scomode o indesiderate. Quello che Karadzic si era proposto di fare, con il pieno sostegno dello stato serbo, controllato da Slobodan Milosevic, era di creare un territorio esclusivamente serbo che un giorno sarebbe entrato a far parte della Grande Serbia. I suoi crimini non sono stati gli incresciosi effetti collaterali di una guerra selvaggia nei Balcani (quel luogo immaginario, assetato di sangue, dove varie tribù si massacrano con una certa regolarità), bensì lo strumento primario di un progetto militare e politico per restituire grandezza alla Serbia.


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Marilynne Robinson ha ricevuto il Premio alla carriera della Biblioteca del Congresso, una prestigiosa onorificenza (vinta negli anni passati da autori con DeLillo, Doctorow, Roth) che si aggiunge alle tante già attribuite all’autrice di Lila, tra cui l’Hemingway Foundation/PEN Award (1982), il PEN/Diamonstein-Spielvogel Award (1999), il Pulitzer (2005), l’Orange Prize for Fiction (2009) e il National Book Critics Circle Award (2014), senza dimenticare la National Humanities Medal consegnatole dal presidente Obama nel 2012.


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Sempre su Marilynne Robinson: sulla rivista Quattrocentoquattro si può leggere un bel profilo dell’autrice e una non banale analisi dei suoi romanzi scritta da Giovanni Bitetto:

Due cose abbiamo capito di questo inizio del millennio: l’impossibilità di immaginare un quadro unitario della complessità in cui viviamo ha portato la letteratura a trincerarsi nel privato; d’altra parte si è moltiplicato il caravanserraglio di voci, opinioni, riflessioni, il rumore bianco mediatico cui tutti partecipiamo. Marilynne Robinson asseconda il primo vettore per ribaltarlo dall’interno: arrivare – attraverso una narrazione privata – il più vicino possibile all’utopia del Grande Romanzo Americano, le vicende dell’Iowa rurale divengono fatto sociale. Forse l’autorevolezza delle sue parole deriva dalle parche modalità con cui le distribuisce.


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Su «El Pais», Chimamanda Ngozi Adichie in un’intervista a tutto campo: dalla sua scrittura, alla ricerca di un’identità tra Nigeria e Europa, al femminismo.

C’è un problema con la parola, è vero, ma anche con l’idea di femminismo. Credo davvero che la mia generazione di donne, in molti casi, sia più conservatrice di quella precedente. Ci sono ventenni in Nigeria con buoni posti di lavoro la cui ossessione principale è sposarsi e che pensano che saranno definite dal tipo di uomo che troveranno. Io sono molto romantica e credo che l’amore sia una cosa meravigliosa, ma non penso che questo possa definire una donna.


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La scrittura di Murakami, come i suoi lettori sanno bene, è piena di musica: dalla Sinfonietta di Janáček in 1Q84 agli Anni di pellegrinaggio di Liszt in Tazaki Tsukuru, passando per i Beatles, i Rolling Stone e tanto, tanto jazz. C’è chi ha messo insieme una playlist dei 56 brani musicali più importanti nei romanzi di Murakami. Si può ascoltare su Open Culture.