Telescopio è la rubrica settimanale in cui segnaliamo le notizie e gli articoli più interessanti, a giudizio della redazione di Biancamano 2, usciti in rete in Italia e all’estero.

Purity non smette di far discutere. Anzi, ora che le prime letture si sono concluse e le opinioni sedimentate, iniziano a uscire in rete e sui giornali analisi più puntuali e circostanziate. Ad esempio la recensione che ne scrive Matteo Fontanone sulla rivista 404: file not found:

Dopo l’enorme senso di colpa delle Correzioni e le dettagliate ma fin troppo pesanti inchieste sul peso delle lobby in Libertà, Franzen trova un nuovo filtro per parlare d’America: la spersonalizzazione tecnologica e l’alienazione dell’io nell’epoca dell’iper-connettività. È un’operazione ambiziosa, vista la fatica della letteratura a far rientrare il mondo digitale nell’orizzonte delle proprie narrazioni. Franzen ci prova e il risultato, per quanto si possa ancora migliorare in verosimiglianza, è convincente. Se a questo si aggiunge la sua naturale inclinazione a costruire romanzi che tengono letteralmente incollati, ecco che si ottiene la conferma, l’ennesima, di essere di fronte a una delle voci più ispirate degli ultimi anni.

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Su Minima et moralia, invece, Stefano Piri scioglie i nodi tra aspettative del pubblico e realtà del testo:

In Purity però Franzen gioca con intelligenza con le aspettative di pubblico e critica sul romanzo-di-Franzen-contro-internet, lasciando da parte il paternalismo (vedasi il  famoso speech del 2011 per la consegna dei diplomi al Kenyon College) per riuscire a compiere quel passaggio di astrazione che mancava ad esempio nel Cerchio di Dave Eggers (altro recente romanzo distopico su internet con giovane protagonista femminile e intenti di denuncia), e che fa la differenza tra un’opera letteraria e un pamphlet. Purity non è un romanzo su internet, è un romanzo sul desiderio di cambiare il passato. L’accusa alle nuove tecnologie, se c’è, è al massimo quella di aver reso pericolosamente accessibile questa antica fantasia narcisistica. Insomma, per dirla in modo più semplice: Purity non parla di internet o della società, parla di noi.

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Parole che sembrano riecheggiare le parole di Franzen stesso così come si possono leggere in un’intervista rilasciata all’«Indice dei Libri del Mese».

Purity è il nostro presente e molto spazio occupa la più invasiva delle sue strutture, la rete. Ma c’è anche un’appassionata centralità dei personaggi, un omaggio alla complessità delle storie reali, all’irriducibilità individuale. Andreas, la cui vita cattura ogni possibile ambiguità, e distruttività, della rete, pensa tra sé: “Gli sembrava che la rete fosse dominata dalla paura: la paura dell’impopolarità e della marginalità, la paura di mancare qualcosa di importante, la paura di essere attaccato, o dimenticato”.

Dove cominciare? Spero che in Italia non si parlerà di Purity come di un romanzo su internet perché non lo è. Sono rimasto esterrefatto, dopo la pubblicazione in Germania e in Spagna, dove si è detto non solo che era un libro su internet ma che io, notoriamente, odio la rete. Ora, è cosa un po’ insulsa. Uso la rete tutti i giorni, amo la rete, è molto utile e per molte cose. Sono però aspramente critico sui social media e ho serie preoccupazioni sul fatto che la rete, apparentemente libera e democratica, sia di fatto diventata proprietà di quattro grandi imprese. Non penso che, in quest’ambito, la concentrazione di potere sia una buona idea, e credo che i fondamenti economici della rete siano orrendi, soprattutto per i giornalisti e gli scrittori free-lance, e per molte altre persone. È capitalismo in overdrive, e il capitalismo, come sappiamo, non tende esattamente a un’equa distribuzione dei beni. Mi preoccupano – e provo qualcosa tra lo sdegno e l’ilarità – le promesse utopiche di Silicon Valley: possiamo invece, per favore, smettere tutti di fare finta che si stia lavorando per fare del mondo un posto migliore?

Queste sono le mie opinioni personali però, e come scrittore avverto l’obbligo di spingerle ai margini. Non userei mai un romanzo per formulare una critica sociale, promuovere un mio qualunque convincimento. Esattamente il contrario: il romanzo deve essere un caso convinto contro le proprie più radicate opinioni, ed emergerne del tutto indipendente. Il libro non è davvero ostile alla rete. È Andreas che si sente intrappolato dal suo stesso personaggio. Lo scrittore agisce per esagerazioni e concentrazioni di quello che si trova normalmente diluito nell’esperienza di ogni giorno. E Purity è stato scritto in un tempo in cui la gente si pone domande su quanto la rete influenzi la propria identità, nella misura in cui questa è riflessa da ciò che ognuno dice di sé e da cosa altri dicono di noi. C’è quest’ansia diffusa. E Andreas è esempio di qualcuno la cui identità è così dentro la rete da sentirsi svanire, strangolato dal proprio personaggio virtuale; una crisi che lo porta naturalmente a fare confronti tra la società autoritaria in cui è cresciuto, la Germania dell’Est degli anni settanta, e l’insidiosa pervasività della rete.

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Intanto, negli Stati Uniti, Franzen parteciperà con Louis C.K. e Matthew Weiner, il creatore di Mad Men, a una puntata del gioco a premi Jeopardy.


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Mentre su Prismo c’è un’interessantissima riflessione di Gianluca Didino che mette in luce i legami tra la trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer e alcune tra le tendenze più d’avanguardia della filosofia e del pensiero ecologista.

Da un lato quindi abbiamo l’Area X e Aurora, dall’altro le spore del fungo e il microorganismo alieno: entità troppo grandi o troppo piccole per essere percepite dall’intelletto umano, dunque di fatto invisibili. Morton scrive che gli iperoggetti sono sempre troppo vicini per essere visti, e infatti in Autorità, il secondo dei romanzi della trilogia di VanderMeer, l’unico filmato esistente dell’entità che agisce nell’Area X rappresenta un oggetto che riempie tutto lo spazio della telecamera, letteralmente troppo vicino per essere visto. Gli iperoggetti portano a una sorta di blocco epistemologico: ciò che capita all’interno dell’Area X forse capita solo nelle menti dei membri della spedizione, e il microrganismo che fa fallire la colonizzazione di Aurora è così piccolo che l’equipe medica che si occupa di studiarlo non può nemmeno affermarne con certezza l’esistenza.

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Come se la passa Shakespeare oggi, a quattrocento anni dalla morte? Bene. Ce lo racconta Stephen Greeblatt, autore di Vita, arte e passioni di William Shakespeare, capocomico, sulla «New York Review of Books».


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E per finire un po’ di musica. L’eredità di James G. Ballard si estende anche al campo sonoro, così come si può leggere in questa retrospettiva uscita su Dazed.