Domenica 15 maggio, Marilynne Robinson dialoga con Michela Murgia al Salone Internazionale del Libro in occasione del conferimento del Premio internazionale Mondello (sala azzurra, ore 15).

Qui su Biancamano 2 si può recuperare la recensione a Lila scritta da Paolo Giordano.

Tanto vale che mi costituisca subito: la passione che ho per i libri di Marilynne Robinson ha pochi precedenti nella mia vita di lettore, la mia ammirazione per lei è all’incirca smisurata. (…) Come Lila, anche Marilynne Robinson non rinuncia a fare le domande più difficili, le sue pagine ne sono addirittura intrise. Si può decidere di soffermarcisi o le si può trascurare per non interrompere il racconto, ma affioreranno comunque al momento opportuno. Sono domande che non hanno un tempo, non appartengono al passato né all’oggi, perché risiedono intatte nell’uomo dal momento in cui ha considerato la possibilità del divino. Continua…


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Sulle Parole e le cose si può leggere un lungo approfondimento sull’intera opera della grande autrice americana, dal suo primo Housekeeping (in uscita in autunno per Einaudi) a Lila.

Se per un gioco crudele fossi costretta a salvare non più di tre romanzi contemporanei, uno sarebbe l’inquietante opera d’esordio di Marilynne Summers Robinson, Housekeeping (1980), vicenda al femminile guidata da una poetica del plein air e tutta sapientemente giocata sull’alternanza biblica tra tenebre e luce che resiste ai marosi del tempo e non finisce di stupire.
Scrittrice magistrale, tanto fine e concreta da meritare l’appellativo di «George Eliot d’America», Robinson è una delle più interessanti figure letterarie del nostro tempo. 

Continua a leggere su Le parole e le cose.


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Invece sul solo Lila è da recuperare la recensione di Nadia Terranova uscita per «IL» del «Sole 24 ore»:

Nella scrittura della Robinson trovano posto la profondità grottesca di Faulkner, la crudezza di Flannery O’Connor e la grazia di entrambi. Nei suoi libri compare l’unico Dio di cui possa importare a chi crede e a chi non crede, quello alla cui porta deve aver picchiato Simone Weil quando constatava che «il Dio che dobbiamo amare è assente». Questa mancanza precipita sulle ingiustizie, sul dolore, sulla ribellione, sull’amore. Con vertici di splendore, e di puro malessere, Lila racconta il solo aspetto del divino che può interessare la letteratura: l’umano. È un romanzo sulla solitudine disperata e sulla diffidenza più cupa, sulla vergogna e sulla seduzione; è un romanzo che finge di parlare di Dio, e intanto racconta i precipizi di quelli che lo cercano.

Continua a leggere su «IL».


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Mentre sulla «Stampa», Gianni Riotta intervista la Robinson su politica, fede e speranza.

Nella vostra conversazione per la New York Review, documento senza precedenti con un presidente in carica faccia a faccia con una scrittrice, lei si dice più pessimista di Obama, il presidente vede speranze, lei meno.  

«Sì, è così e spero che il presidente abbia ragione! Lui è una persona migliore di me! È vero che le comunità di base, che i talk show e il web non sanno vedere, sono popolate da donne e uomini che si curano degli altri. Obama ammira le persone religiose, dedite al servizio, non all’idolo neoliberista. Io a volte dispero, il presidente dice – Guarda che meraviglia una grande metropoli, la mattina tutto funziona, milioni di persone fanno il loro dovere per gli altri con semplicità – ecco, magari non sarà il precetto evangelico che io considero super umano “Ama il prossimo tuo come te stesso”, ma conta. Spero torneremo a credere che il prossimo abbia diritto di essere amato come noi». 

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