Marilynne Robinson è una delle più grandi scrittrici viventi, nonché una degna erede della prodigiosa tradizione statunitense che va da William Faulkner a Flannery O’Connor, trovando in lei e in Cormac McCarthy i suoi migliori interpreti contemporanei. (…) Robinson è bravissima a raccontare il modo in cui, lentissimamente, cambia la percezione che Lila ha del mondo e come si riaccende la sua vita interiore. Addentrandosi nella storia di un personaggio molto lontano dalla nostra esperienza quotidiana, dà l’impressione di saper portare alla luce, perfettamente, quei meccanismi interiori che rappresentano la nostra vera biografia. Il miracolo della letteratura è in fondo proprio questo.

Nicola Lagioia, sul Libraio, racconta Marilynne Robinson: autrice che, lo stesso Lagioia, ha avuto occasione di intervistare per la puntata di Memo dedicata al Salone del Libro di Torino.
La puntata di Memo con l’intervista è visibile su Rai Replay mentre su Rai Letteratura c’è un’altra intervista video all’autrice di Lila.


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Sul «Corriere della Sera» Paolo Giordano traccia un profilo molto interessante di Elizabeth Strout mettendo in luce un elemento fondamentale della poetica dell’autrice di Lucy Barton, quello dell’estrema, tragica, difficoltà dell’incontro con l’altro.

È così, racconta Strout, che si crea una distanza di anni e chilometri fra persone vicine, fra i famigliari, succede e basta, per indolenza e per l’incapacità di superare certi imbarazzi, e perché è sempre più facile non affrontare il passato irrisolto. I rapporti umani inciampano sull’invisibile, s’incastrano, e molte volte ciò accade a dispetto delle migliori intenzioni. I personaggi di Strout, anche quelli delle opere precedenti, sbagliano quasi sempre nel tentativo di perseguire il bene, ma in Mi chiamo Lucy Barton il bisogno dell’autrice di indulgenza, di accantonare una volta per tutte la rabbia troppo feroce dei figli contro i genitori raggiunge il suo apice.

Continua sul «Corriere della sera».

Su «D di Repubblica», invece, si può leggere un’intervista in cui la Strout svela alcuni dettagli della sua vita e del suo rapporto con la scrittura.

Esistono libri che l’hanno migliorata?
«Quelli scritti bene: non bisogna mai cedere alla tentazione di valutare un libro per il suo tema. E non c’è nulla di più rischioso di partire dalla volontà di realizzare qualcosa di nobile. Per raggiungere armonia e compiutezza è necessaria anche la forma».

Sempre rimanendo in tema Strout, su Biancamano c’è la recensione di Annalena Benini a Mi chiamo Lucy Barton.

Quando la vecchia vita torna e chiama, torna per chiederti chi sei diventata e anche chi ti credi di essere, torna e porta con sé un’angoscia, un’idea di buio (stai facendo una passeggiata in una giornata di sole, stai tornando a casa, e tutte le altre persone ti sembrano libere dal terrore, ma non tu), quando arrivano i ricordi, spezzettati o come un’onda troppo alta, o come una mano fredda sulla fronte, in quel momento non si può più scappare. 

La settimana prossima Elizabeth Strout sarà in Italia. La si potrà ascoltare in queste occasioni:

Lunedì 23 maggio, ore 17.45: Genova, Palazzo Ducale – Sala del Maggior Consiglio, con Andrea Canobbio
Mercoledì 25 maggio, ore 18.30: Torino, Il Circolo dei lettori – Sala Grande, via Bogino 9, con Susanna Basso
Giovedì 26 maggio, ore 18.30: Milano, La Feltrinelli piazza Duomo, con Paolo Cognetti
Venerdì 27 maggio, ore 20.45: Mantova Capitale Italiana della Cultura 2016 – Palazzo Ducale, Galleria dei fiumi, con Camilla Baresani


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Cose che ha fatto Jonathan Franzen questa settimana.
Sul «New Yorker» racconta di come un’eredità inaspettata di un vecchio zio l’ha portato in Antartide. Ne viene fuori la storia della Fine della fine del mondo. Si può leggere anche online.
E poi ha partecipato a una puntata di Jeopardy. Spoiler: ha risposto bene alle domande sugli uccelli ma non ha vinto.

Invece Luca Illetterati su Minima et moralia scrive una raffinata analisi di Purity e dell’ossessione per la purezza che muove (quasi) tutti i suoi personaggi.

E tuttavia c’è un senso in cui Pip è effettivamente più pura di tutti gli altri personaggi con cui entra in relazione. Pip è in qualche modo pura perché accetta la colpa, perché non pretende di ripulirla del tutto, perché costringe le persone che ama a fare i conti con essa. E ad accettarla.

Franzen svela dunque, dentro l’intreccio di queste esistenze, una nevrosi che ci descrive, un’ossessione che non è solo delle vite che vengono qui narrate, ma che è un segno profondo di questo tempo, di questo tempo che noi stessi siamo.

Continua su Minima et moralia.


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Su Internazionale, qualche giorno fa, c’era un pezzo da leggere di Christian Raimo, che a partire dal libro di Atul Gawande ragiona sul modo in cui la contemporaneità pensa e scrive la morte.

Per questo Essere mortale è un testo fondamentale anche per chi non è alle prese con un caso estremo: perché troverà nella relazione paziente-medico il paradigma di molte altre relazioni umane. In antitesi a quello paternalista e a quello informativo Gawande propone quello interpretativo (“noi vogliamo sì avere informazione e potere decisionale, ma vogliamo anche essere guidati”). È il modello maiuetico, socratico, dialogico. L’idea che sia possibile anche nei contesti più laceranti riuscire a chiedere e dare un senso alla nostra esistenza (“la gente non cerca tanto i dati e i fatti quanto il significato che si cela dietro a questi dati”), e soprattutto preservare lo spazio di una relazione autentica.

Continua su «Internazionale».


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Martedì prossimo, 24 maggio, esce Vento & Flipper, il volume che raccoglie i due primi romanzi di Murakami Haruki, mai tradotti in Occidente. In anteprima alcuni brani nella traduzione di Antonietta Pastore.

 

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«Non esiste la scrittura perfetta, cosí come non esiste una perfetta disperazione».
Ecco quel che mi ha detto uno scrittore che ho conosciuto per caso quando frequentavo l’università. Solo molto tempo dopo ho compreso il vero significato di quelle parole, ma all’epoca sono riuscito perlomeno a trovarvi qualche consolazione. La scrittura perfetta non esiste.
Cionondimeno, ogni volta che mi sono messo d’impegno a scrivere, sono sempre sprofondato nello sconforto.

(…)

Forse perché avevo sete, mi svegliai prima delle sei. Sempre, quando mi sveglio in casa d’altri, mi sento come se mi trovassi in un corpo sconosciuto. Con uno sforzo di volontà mi alzai dal letto a una piazza, andai fino al lavello accanto alla porta, bevvi come un cavallo un bicchiere d’acqua dopo l’altro e tornai a coricarmi. Dalla finestra aperta intravedevo una striscia di mare. Piccole onde riflettevano i raggi del sole che stava sorgendo, al largo si distinguevano appena grigi mercantili. Un’altra giornata di caldo soffocante. Nelle case intorno la gente dormiva ancora, gli unici rumori che si sentivano erano lo stridere occasionale del treno sulle rotaie e, lontano, una melodia che accompagnava un programma di esercizi di ginnastica alla radio.
Nudo com’ero, mi appoggiai alla spalliera del letto, mi accesi una sigaretta e guardai la ragazza che dormiva accanto a me. La luce dell’alba che entrava dalla finestra aperta illuminava il suo corpo. Nel sonno aveva spinto via la coperta. Ogni tanto il suo respiro si faceva piú profondo e i suoi bei seni si sollevavano. Era abbronzata, ma la tintarella stava cominciando a sbiadire. Le parti dov’era rimasto il segno del costume erano bianchissime.