Se morite di nostalgia quando partono le prime note di California Girls dei Beach Boys, ecco il libro per voi. Se vi fa ancora un po’ tremare quella zona della giovinezza inconcludente, quando bastano una sigaretta e una birra per sentirsi vivi. Se vi ricordate ogni tanto dei primi due o tre amori, con un tormento sensuale, un groppo in gola che non si scioglie. Se avete sognato di fare gli scrittori, soprattutto se avete sognato questo, ecco il romanzo giusto. Murakami Haruki trentenne cominciava la sua strada di romanziere con un libro «atmosferico», fatto di niente: giornate lunghe e pigre, rabbie e slanci, passioni urgenti quanto futili; la storia di uno che ha vent’anni negli anni Sessanta, beve, fuma, fa l’amore con ragazze che dimentica e lo dimenticano. E vuole, appunto, scrivere.  

Sulla «Stampa» Paolo Di Paolo scrive di Vento & Flipper, il volume che raccoglie i primi due romanzi di Murakami Haruki. Due romanzi, scrive Di Paolo, impregnati di quella malinconia che è «il presagio triste che niente andrà come deve, che tutto sarà terribilmente complicato, che il tempo non farà sconti a nessuno».


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Su «Vanity Fair» in edicola questa settimana, Alessandro Baricco parla così di Mi chiamo Lucy Barton:

Il libro della Stroud si intitola Mi chiamo Lucy Barton, è stato tradotto da Susanna Basso e pubblicato da Einaudi. Vorrei sinceramente averlo scritto io, ma non è così, l’ha scritto lei. Avrei almeno un’altra decina di pagine che mi hanno lasciato secco, ma me le tengo per me. Se vi va, leggetele da voi. Ah, non aspettatevi un libro allego. Più della metà è in un ospedale, per dire. Tuttavia c’è un sorriso latente in qualsiasi pagina, un sorriso che accompagna quasi ogni frase. Di stanchezza, di saggezza, non so. Un distacco, qualcosa del genere, una distanza. Un perdono. Ma insomma, un sorriso.


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Il «New York Times», per la sua rubrica By the Books, intervista Abraham Yehoshua sulle sue abitudini e gusti di lettura: ne viene fuori il ritratto di un lettore curioso e attento… e che da bambino amava Cuore.


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Le letture giovanili sono il tema anche di quest’articolo di Riva Galchen: una riflessione sulle proprie letture da bambina e quelle che adesso fa insieme alla figlia.

My daughter and I don’t read her books in quite the same way. “Where is ‘luckily’?” she asks. If I often experience her books as mock-epic, she sees language poetry. She doesn’t read for what happens next, I think, even as she has taken on her preschool teacher’s lilting “What’s going to happen?” before turning a page. What happens next is often just another random animal at the zoo. Some of the books have plots, but she reads them more like eternal landscapes. In that sense, nothing is happening, and she reads for that nothing, I think. I don’t really know my daughter’s heart; she doesn’t, either. Last night, in her sleep, she called out, “I don’t want a balloon!” What happens next?

Continua sul «New Yorker».


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Sul sito della «Paris Review» hanno ripubblicato online l’intervista di qualche anno fa, uscita sulla rivista, a Jonathan Franzen. Anche qui si parla delle letture fondamentali che si fanno da giovani (al college in questo caso) e si sedimentano nell’immaginazione del futuro scrittore…

Intervista PR

Buone letture.