Matar si paragona a Telemaco che aspetta il ritorno di Ulisse, ma il suo Ulisse è un nome scomparso, un volto sbiadito, un ricordo scheggiato che balza fuori nei momenti più impensati.

Su «Internazionale», l’arabista Chiara Comito racconta Il ritorno, il nuovo libro di Hisham Matar appena uscito in Inghilterra e che Einaudi pubblicherà nei prossimi mesi.

Ma c’è un altro motivo per cui bisogna leggere The return: protagonista di molte pagine è anche la violenza del colonialismo italiano, che arrivò in Libia nel 1911, sfiancò la resistenza, separò famiglie, deportò un’intera generazione di intellettuali, creò giganteschi campi profughi e torturò gli oppositori. C’è un capitolo importante della storia recente del nostro paese che conosciamo poco e male e che è contenuto in questo libro. Ma Matar non chiede vendetta, non invoca giustizia, non porta rancore. Ed ecco anche perché dovremmo leggerlo tutti.


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Di Matar si parla anche sul «Corriere della Sera», dove Livia Manera dedica una lunga recensione al Ritorno.

C’è un momento, in The Return, in cui il lettore si chiede se sarà mai più possibile scrivere un altro libro dopo questo: tanto immensa è la tragedia personale e collettiva che lo ispira, tanto alta la qualità della scrittura che la interpreta. Ma ci sono anche pagine che sfiorano la gioia. Il ritorno a Bengasi che fa da cornice a questo racconto che oscilla tra passato e presente, tra dialogo e soliloqui, tra azioni urgenti e sentimenti contrastanti, è uno di questi momenti. Nella Libia del 2012 si è aperta «una finestra di speranza». E scendere dall’aereo significa per Matar «ritrovare profumi familiari, come una coperta di cui non sapevi di avere bisogno, ma che ti viene messa sulle spalle e di cui sei grato». Significa anche riabbracciare gli zii sopravvissuti alla prigionia e alle torture, e dormire nel letto di un cugino ucciso da un cecchino di Gheddafi.


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Quello di Matar però non è l’unico libro molto atteso di cui si sta già iniziando a parlare: il «Post» ha fatto il punto su quello che si sa del nuovo romanzo di Ian McEwan, appena uscito in Inghilterra e negli Stati Uniti. Mentre su «pagina 99» c’è una rassegna delle polemiche e i dibattiti che il libro ha innescato.


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Sempre sul «Post» si può leggere un interessante articolo su come funziona la Book Review del «New York Times»: un bel modo per conoscere il «dietro le quinte» di una grande istituzione culturale americana.


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Si sta per concludere la settima edizione del Gran Premio delle lettrici di Elle per eleggere il libro più amato dalle lettrici della rivista. Nella terzina dei finalisti di quest’anno anche Antoine Laurain con la sua Donna dal taccuino rosso. Il vincitore sarà premiato durante Bookcity (Milano 17-20 novembre).


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A Radio 3, nel programma Ad alta voce, Fausto Paravidino, Fabrizio Falco e altri attori leggono i racconti di Carver, da Cattedrale a Vitamine. Loro sono bravissimi e i racconti, be’, quelli sono di Carver: insomma, meritano un ascolto.


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È uscito il trailer di Pastorale americana, il film di Ewan McGregor tratto dal capolavoro di Roth. La pellicola sarà nelle sale dal 20 ottobre.

Pastorale americana non è l’unico film tratto da Roth a uscire nelle sale di questi tempi. Negli Usa, in estate, è uscito anche Indignation (tratto ovviamente da Indignazione). Ma portare i romanzi di Roth al cinema non è una cosa facile. Ne scrive il «New Yorker»: ne viene fuori un interessante disegno del difficile rapporto tra Roth e il cinema. Mentre l’«Atlantic» pubblica un pezzo dall’eloquente titolo «Stop Making Film Adaptations of Philip Roth Novels».


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Lunedì scorso è iniziato il nuovo programma quotidiano di Corrado Augias, Quante storie, dedicato ai libri, alle storie e al racconto del mondo contemporaneo (dal lunedì al venerdì alle 12.45 su Rai 3). All’interno della trasmissione «una pillola» di Michela Murgia che ogni giorno commenta un libro. Auguri!