Telescopio è la rubrica settimanale in cui segnaliamo le notizie e gli articoli più interessanti, a giudizio della redazione di Biancamano 2, usciti in rete in Italia e all’estero.

Elif Batuman, che dal 2010 al 2013 ha vissuto a Istanbul come writer-in-residence della Koç University, ha scritto per il «New Yorker» un articolo che, a partire dalle sue esperienze, riflette sulle trasformazioni della Turchia in questi anni. In particolare, la condizione femminile è sempre di più la linea di faglia di trasformazioni travolgenti che coinvolgono tutto il mondo musulmano.

Sono cresciuta sentendomi ripetere che se non fosse stato per Atatürk mia nonna sarebbe stata una «persona coperta» e che avrebbe dovuto fare affidamento su un uomo per il proprio sostentamento. Invece ha potuto studiare, ha scritto una tesi su Balzac ed è diventata un’insegnante. Devo essere grata a Atatürk se i miei parenti hanno fatto degli studi così buoni, che non siano stati limitati da superstizione o dalla religione, che siano diventati dei veri scienziati, che mi abbiano insegnato a leggere a tre anni e che mai abbiano dubitato che io potessi diventare una scrittrice.

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Rimaniamo in Turchia. «L’Indice» pubblica la recensione della Stranezza che ho nella testa e una bella intervista al suo autore, Orhan Pamuk.

Il tema del “doppio”, dell’altro, della “seconda persona”, è evocato anche nel Castello bianco e nel Libro nero: è un tema che amo molto e che compare nei miei precedenti romanzi. Ma voglio precisare: Mevlut non è il mio doppio. Quello che ho tentato di fare in questo libro è di rendere con il massimo possibile di energia e finezza, e per cinquecento pagine, l’umanità completa di questo personaggio. Perché, se c’è un dovere morale del romanziere, è quello di identificarsi con i suoi personaggi come con persone che non sono lui: quindi acquisire il punto di vista dell’altro. Se c’è un dovere politico o morale del romanziere, non è certo sul terreno della politica nel senso dei partiti o delle elezioni, quelle sono scelte che facciamo come cittadini, ma come scrittori siamo moralisti, e io penso di esserlo, lo rivendico, perché cerco di guardare il mondo con gli occhi di altre persone, di vederlo e rappresentarlo il più chiaramente possibile dal punto di vista di qualcuno che non sono io. E questo viene fatto sotto tante voci: “genere” (sono un uomo e mi metto nei panni di una donna), “classe” (appartengo alle classi medio-alte e mi metto nei panni delle classi inferiori), e così via per le differenze geografiche, culturali, religiose. Ecco, se c’è un dovere dello scrittore, è quello di trasgredire questi confini. Rispetto chi lo fa, e mi rispetto se riesco a farlo anch’io: è il dovere di cancellare, abbattere queste paratie stagne, le linee divisorie troppo nette. Nel momento in cui esercita la sua arte, il romanziere fa qualcosa che è intrinsecamente morale e politico, non perché vota o invita a votare per questo o per quello, ma proprio perché cerca di calarsi nella vita, nelle vite degli altri.

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Antonio Monda, su «Repubblica», intervista Marilynne Robinson.

Nel suo ultimo libro lei scrive che l’America di oggi è piena di paura.
Non mi riferisco solo alle minacce esterne, evidenti e tragiche. Ma anche alla negazione della tradizione autenticamente cristiana su cui è fondato questo paese. Non voglio essere equivocata, l’America nasce aprendosi alle minoranze di ogni tipo, ma non si può prescindere dai padri fondatori: la vera fede ci dice che un cristiano non può vivere nella paura. Invece oggi c’è tanta, troppa paura, e sentimento così drammaticamente diffuso genera rabbia, dipendenza. Con effetti anche economici: basta pensare al mercato delle armi. Oggi mi spaventa un arroccamento sui principi religiosi, che tendono ad essere sempre più auto-celebratori e isolazionisti: questa pseudo- identità cristiana ha in realtà elementi tribali e genera risentimento, bigotteria.

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«Allo State College di San Francisco vado a trovare James Schevill che con Evan Connell jr è il miglior poeta californiano d’oggi […]. Tipici poeti da “piccole riviste”: hanno pubblicato ora le raccolte che m’hanno emozionato di più dopo le “cotte” per Gunn e per Lowell»: così Alberto Arbasino scriveva di Evan Connell in In cerca di poeti (ora in America amore, Adelphi 2011).

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«Le parole e le cose» pubblica una poesia di Connell, in attesa che il 16 febbraio esca il suo capolavoro, Mrs Bridge.


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Ha ricevuto la luce verde la produzione della serie televisiva tratta da Il figlio di Philipp Meyer. La AMC, la rete di serie come Breaking Bad, Mad Man e The Walking Dead, ha ordinato una stagione da dieci puntate. Lo showrunner è Kevin Murphy e tra i produttori lo stesso Meyer.


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Su Internazione di questa settimana, Teju Cole affronta la questione di come la manipolazione delle immagini modifica il nostro approccio a ciò che in esse viene rappresentato. A cominciare dalle foto di guerra, troppo spesso inclini a un’inconsapevole estetizzazione della violenza.

La fotografia e le parole arrivano contemporaneamente. Si garantiscono a vicenda. Crediamo di più alle parole perché la fotografia le conferma, e ci fidiamo della fotografia perché ci fidiamo delle parole. Inoltre, ognuna orienta l’interpretazione: una fotografia di guerra, per esempio, può rendere accettabile una situazione disperata, come un articolo su uno scandalo può far apparire patetico il politico rappresentato nella foto. Ma a differenza delle parole, spesso le immagini sono ritenute neutrali. La fattualità di una fotografia può mascherare l’astuzia nella scelta dell’immagine e del suo contenuto.


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In questi giorni cadono i vent’anni dalla pubblicazione di Infinte Jest. Il «New York Times» pubblica la bella introduzione all’edizione speciale per il ventennale scritta da Tom Bissell.