Elizabeth Strout ha vinto lo Story Prize per il suo Tutto è possibileLa scrittrice ha ricevuto il premio lo scorso 28 febbraio presso The New School a Manhattan. Questo prestigioso riconoscimento le è stato attribuito per la sua «prosa semplice solo in apparenza, elegante nei dettagli e incantevole nel suo insieme». Elizabeth Strout è «unica nel tratteggiare la reticenza dei personaggi, che sono convincenti grazie alla complessità delle loro vite interiori e alla chiara e semplice descrizione di tale complessità». Leggere l’ultimo libro della Strout è «un sublime piacere», ha dichiarato la giuria.

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Nel 2002 Janet Steen, allora editor per la rivista americana «Details», ha intervistato Denis Johnson in occasione del decimo anniversario dell’uscita di Jesus’ Son. Più di quindici anni dopo, la Steen ha ritrovato la cassetta su cui era registrata l’intervista. Nelle risposte sincere e pacate dello scrittore sembra di ritrovare «quel ragazzo che pensa sia difficile essere tra gli umani, e che ci fa vergognare un po’ meno di pensare la stessa cosa»:

Penso che ci sia una certa dolcezza nel libro.

Sì. È spontaneo. Il narratore non dissimula la sua natura di essere umano completamente incasinato. Fa tenerezza. Ero davvero entusiasta del tono dei racconti quando li ho scritti per la prima volta. Non so davvero cosa avesse di particolare, ma ne ho scritti tre o quattro così in un giorno solo. Ero elettrizzato, pensavo che fosse proprio quello che avrei voluto leggere a sedici anni. Un po’ come Il giovane Holden, che era il mio libro preferito da ragazzino. Trovavo che i miei racconti avessero il suo stesso sapore. Ma allo stesso tempo non avrei mai voluto pubblicarli. Sono troppo strani, troppo schietti, troppo autobiografici. Forse in quel momento pensavo fosse importante nascondere che non ci sto con la testa. E poi sono cresciuto e cinque anni dopo ho pensato: che differenza fa? Le persone che incontro lo capiscono dopo pochi secondi. Non ci si può nascondere. E alle persone che non conosco non importa che qualcuno abbia scritto quelle storie. Insomma, un giorno mi sono reso conto che non sarebbe cambiato niente se avessi svelato o no qualcosa di me nei racconti.

Raggiungere questa consapevolezza è stato liberatorio?

Sì, forse sono diventato più umile; forse dopo aver affrontato le comuni umiliazioni di una vita, ho capito che non faceva nessuna differenza. Nessuno può nascondersi per sempre. Alla fine saremo sempre smascherati.

La trascrizione completa dell’intervista e la registrazione originale sono disponibili su Longreads.

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I critici del «New York Times» hanno selezionato 15 scrittrici che stanno cambiando «il modo in cui si legge e si scrive»: tra loro anche Rachel Cusk, Rachel Kushner e Chimamanda Ngozi Adichie.

Per Dwight Garner Americanah di Adichie «ci svela in che modo le nuove generazioni di immigrati si fanno strada nel mondo. Il libro è una lezione di vita per tutti».

L’articolo completo si può leggere sul «New York Times».

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E dopo le letture raccomandate, qualche consiglio per scrivere direttamente da Jeff Vandermeer:

1- Il tempo trascorso a scrivere non è per forza più importante del tempo che si impiega pensando a cosa scrivere.
2- Premia il tuo subconscio segnando tutte le idee incomplete o sconnesse che ti vengono in mente.

La lista completa e dettagliata è disponibile su «Chicago Review of Books».

Buone letture e buon weekend.