Nella prima metà del libro, quando Michael è piccolo, il suo legame con la zia è totalizzante e la sua figura è molto presente. Dopo la frattura con gli zii, quando il rapporto con loro è compromesso, narrativamente si fa da parte, diventa quasi una voce d’appoggio per continuare a raccontare l’evoluzione di Hankie e Irv.

L’ho fatto apposta. Il filo rosso del libro, l’oggetto della mia letteratura, è zia Hankie. Come lei cercava di dominare la mia vita e quella della mia famiglia, ha dominato anche il libro. Ogni volta che provavo a parlare di me, finivo per tornare a lei. Dirò una cosa strana, soprattutto dalla mia posizione: nonostante sia uno scrittore e abbia scritto un memoir, non mi piace parlare di me stesso. Avrei voluto non far parte di questa storia, ma non era possibile. Io sono necessario al mio libro nella misura della mia testimonianza privilegiata sui miei zii, nulla di più.

È proprio per questo, per la centralità così spiccata della zia sulla pagina, che il titolo del libro, I formidabili Frank, da un certo punto di vista potrebbe quasi essere fuorviante.

In inglese il titolo del libro è The Mighty Franks. È difficile, in italiano, trovare un corrispettivo efficace dell’inglese “mighty”. La storia della mia famiglia, in realtà, è una piccola epopea: a inizio Novecento mia nonna paterna si trasferisce a Los Angeles, si reinventa. Lascia il marito, cambia il suo nome di battesimo e prende quello della figlia, dopotutto gliel’aveva dato lei e le piaceva. Costruisce a tavolino il mito della famiglia in grado di fare qualsiasi cosa. L’aggettivo del titolo ha un’evidente chiave ironica: per me i mighty Franks non sono affatto formidabili. Feroci, magari, spietati. Ma formidabili proprio no.

Sull’«Indice» c’è una bella intervista di Matteo Fontanone a Michael Frank. L’autore de I formidabili Frank si lascia andare a qualche rivelazione: anche se, dice, nonostante abbia scritto un lacerante memoir sulla sua famiglia, in realtà non ama parlare di se stesso.
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In Inghilterra è stato da poco ripubblicato un curioso libro di Martin Amis: scritto nel 1982, Invasion of the Space Invaders: An Addict’s Guide to Battle Tactics, Big Scores and the Best Machines è parte esplorazione della scena arcade dell’epoca, e parte una proto-analisi videoludica di alcuni seminali titoli dell’epoca (Frogger, Pac-Man, Centipede). C’è anche la postfazione di Steven Spielberg. Sul «Guardian», Simon Parkin sottolinea come questo libro di culto sia in qualche modo legato alla nascita della critica videoludica successiva.

La copertina originale del libro di Amis sui videogiochi

La copertina originale del libro di Amis sui videogiochi

 

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Di certo tra le cose più difficili in letteratura – non che ce ne siano molte altre di facili, se le si vuole fare bene, insomma – c’è scrivere di amore e storie d’amore, appunto, bene.

L’unica storia di Julian Barnes è tra le letture del mese di Rivista Studio. E a pochi giorni dall’uscita ci è finito anche Jesus’son di Denis Johnson, ripubblicato in una nuova traduzione di Silvia Pareschi.

 

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È come se, attraverso la scrittura, fosse riuscita a realizzare una sorta di trasfigurazione della condizione umana e di tutta la scontentezza che ne deriva.

Il 26 novembre è stato il compleanno di Marilynne Robinson. Per festeggiare l’autrice americana, Bookmarks ha raccolto tutte le prime recensioni ai suoi quattro romanzi: Le cure domestiche, Gilead, Casa e Lila. «Nel corso dei suoi vent’anni di carriera, – scrive Bookmarks, – la Robinson ha scritto solo quattro romanzi: ma la pubblicazione di ognuno di essi è stato un terremoto nel panorama letterario americano».

 

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LA CITAZIONE

«Che cosa preferireste, amare di più e soffrire di più; o amare di meno e soffrire di meno? Credo che, alla fine, l’unica vera domanda sia questa. Potreste sottolineare – con ragione – che non si tratta di una domanda vera. Perché non abbiamo scelta. Se avessimo scelta, la domanda potrebbe sussistere. Ma non ce l’abbiamo, perciò non sussiste. Chi è in grado di control- lare l’amore che prova? Se è controllabile, non è amore. Non saprei come altro chiamarlo, ma amore non è. Abbiamo quasi tutti un’unica storia da raccontare. Non voglio dire che nella vita ci capiti una cosa sola; al contra- rio, gli avvenimenti sono tantissimi, e noi li trasformiamo in altrettante storie. Ma ce n’è una sola che conta, una so- la da raccontare, alla fine. E questa è la mia».

Julian Barnes, L’unica storiaTraduzione di Susanna Basso

 

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LA COPERTINA

978880623456HIG

Abrham B. Yehoshua, Il tunnel. Traduzione di Alessandra Shomroni. Dal 4 dicembre in libreria