Ho passato la maggior parte della mia vita a camminare in luoghi in cui, in realtà, non ho un posto. Una ragazza nera che si muove, senza un posto preciso, per la bianchissima Brookline, in Massachussetts; una migrante dell’Africa occidentale che si muove, senza un posto preciso, per la Harlem afroamericana; una scrittrice di colore, senza un posto preciso, per Roma, Berlino, Lisbona; una cosiddetta “afropolitana” che si muove, senza un posto preciso, per Lagos, Accra. MI sono arresa al fatto di non avere un posto nel mondo. Sarà forse per questo motivo che sono molto infastidita quando mi accorgo che per gli altri non è così: le persone non esitano ad attribuirmi il posto che loro vogliono per me.

Lo facciamo tutti, chi più chi meno, eppure ci si interroga poco sulle implicazioni che comporta. Il nostro sguardo sul mondo, lo sguardo degli altri su di noi, come il luogo o il momento influenzino il nostro atteggiamento durante una semplcie passeggiata. Le scrittrici Aminatta Forni e Tayie Selasi, autrice della Bellezza delle cose fragili, ne parlano in Whose streets? A conversation about walkingIdentità, senso di appartenenza, città, strade, ma anche rapporto con ispirazione e scrittura: una piccola guida per camminare con un po’ più di consapevolezza.

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E per continuare la passeggiata letteraria  – che forse non sarà efficace per smaltire le calorie accumulate con i pranzi delle feste, ma sarà senza dubbio interessante – una bella visita nella New York di Città aperta. Lavelle Porter si è lasciato ispirare dal libro di Teju Cole per un tour tra storia, arte e curiosità nei luoghi citati da Julius, il narratore e protagonista del romanzo.

Qualsiasi tour di New York deve iniziare nel bel mezzo delle cose. Anche se l’istinto dello studioso di storia sarà quello di cercare il punto di partenza, in modo da cominciare una narrazione coerente, che possa collegarci a quello che vediamo e viviamo. Invece in questo tour, come nel libro, si sceglie un posto e si comincia a raccontare.

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Ancora una passeggiata per la città, una vera e propria flânerie di Lorenzo Alunni per le strade e i passages di Parigi in compagnia di Walter Benjamin (su cui è da poco uscito il volume Costellazioni. Le parole di Walter Benjamin). Tra graffiti e «immagini di città», si può leggere sul sito Il lavoro culturale.

Costellati di negozi, botteghe, caffè e ristoranti, i passages si trovano allo stesso tempo all’interno e all’esterno, sono spazi di soglia, luoghi che confondono le acque fra la strada e l’interno di un edificio, ma anche fra spazio pubblico e spazio privato. Inoltre, sono quasi bolle temporali, con negozi che paiono obsoleti, superati, come se ci fosse una sfasatura temporale fra l’interno e l’esterno del passage, e come se lì dentro gli anni e lo sviluppo della vita capitalista della città scorressero in ritardo, o al rallentatore.

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Un saggio coraggioso e demistificante, dove a uscire vincente è, in sostanza, il dubbio, e nel quale non si usano rispettose cortesie per nessuno.

Nella sua rubrica «Non basta la salute» del «Corriere della Sera», Luigi Ripamonti, medico e «lettore compulsivo», scrive del libro di Siri Hustvedt Le illusioni della certezza.

stelleCosa rende Roth uno scrittore tanto amato?

Molte cose: il coraggio di violare tanti tabù, soprattutto all’inizio; la spudoratezza in fatto di sesso, che ha fatto scandalo e l’ha reso ricco e famoso con “Lamento di Portnoy”; l’implacabile serietà sempre a braccetto con un formidabile senso dell’umorismo; il ricorrere degli stessi protagonisti, soprattutto Nathan Zuckerman, a cui il lettore si affeziona; la capacità di essere elegiaco senza risultare stucchevole; l’inventiva verbale; il funambolismo sintattico.

E sempre sul «Corriere della Sera», una bella intervista a Norman Gobetti. Il traduttore conversa con Francesca Angeleri a proposito di Philip Roth e delle «notti che ha trascorso dietro alle sue parole». E, ricordiamo, anche le sere: come quelle alla Libreria Trebisonda, che, se non l’avete ancora fatto, potete scoprire su questo blog o sulla pagina Facebook della casa editrice.
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LA CITAZIONE

L’ultima biblioteca che ho avuto si trovava in Francia, all’interno di un’antica canonica in pietra a sud della valle della Loira, in una borgata tranquilla di meno di dieci case. Io e il mio compagno avevamo scelto quel posto perché vicino alla casa c’era un granaio, crollato in parte secoli addietro, grande abbastanza per sistemarci la mia biblioteca, che a quel tempo aveva raggiunto i trentacinquemila volumi. Pensavo che una volta che i libri avessero trovato il loro posto, anch’io avrei trovato il mio.

I fattimi avrebbero smentito.

Alberto Manguel, Vivere con i libri. Traduzione di Duccio Sacchi

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Buone feste e buon anno nuovo

dalla Redazione della Narrativa straniera e delle Frontiere!