Telescopio è la rubrica settimanale in cui segnaliamo le notizie e gli articoli più interessanti, a giudizio della redazione di Biancamano 2, usciti in rete in Italia e all’estero.

La morte in giacca di piume, si intitola così l’articolo che Emanuele Trevi ha scritto a partire da Io e Mabel su «Alias», l’inserto culturale del «Manifesto».

Nel punto di maggiore lucidità di tutto il libro, Helen comprende che Mabel, la splendida assassina, non è altro che l’enigma della morte che la sta corrodendo. Ma nel mondo interiore, popolato come l’Ade di ombre senza corpo, gli enigmi non sono che malattie mortali. Nel momento in cui proietto questo contenuto su un oggetto adeguato, avviene qualcosa di straordinario. Non è che l’enigma si sciolga, perché la morte è la morte. Ma Helen, prestando a Mabel un’attenzione così sfibrante ed esclusiva, comprende che, quando pensiamo a noi, in realtà non pensiamo a nulla che già non sapevamo. Raramente i cosiddetti atti di coscienza sono in grado di produrre un conforto, perché la coscienza è fondamentalmente una tautologia. Mabel, al contrario, è veramente ciò che dovrebbe essere la nostra anima: perché è imprevedibile, incapace di compromessi, e possiede l’unica purezza alla quale si possa onestamente aspirare, che è la purezza dei propri desideri. Non un angelo custode, certamente: semmai l’angelo che insegna a custodirsi da se stessi.

Si può leggere tutto su Minima et moralia.


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Sul «New Yorker» di questa settimana c’è un racconto di Don DeLillo, accompagnato da un’intervista in cui l’autore rivela qualcosa del suo prossimo, imminente romanzo:

Al di là di alcune inevitabili interruzioni, ho lavorato al libro per quasi quattro anni. Stento a crederci io stesso, anche perché tutto sommato è un romanzo di media lunghezza. Perché tanto tempo? La mia sola risposta è che questo è ciò che il romanzo chiedeva e di cui aveva bisogno.


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Una fantastica mappa interattiva di alcuni dei più famosi viaggi attraverso gli Usa della narrativa americana, da Sulla strada a Strade blu.


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L’educazione sentimentale di Flaubert. Il mio romanzo preferito e il più grande romanzo di formazione che sia mai stato scritto. È un libro sui limiti dell’esperienza quando si scontra con le fantasie dei nostri desideri — la realtà può anche solo competere con i sogni che facciamo a riguardo?

Su «T – The New York Times Style Magazine», Bret Easton Ellis racconta i suoi dieci romanzi preferiti. Sempre per gli appassionati di Ellis: sul numero di marzo di «Playboy» (il primo del nuovo corso della rivista che ha deciso di non pubblicare più foto di nudi) c’è un suo articolo dal titolo Modern Sexuality: A Case Study on Nudity.


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Daniel Craig avrebbe firmato per interpretare un ruolo di primo piano nella serie tratta dal nuovo romanzo di Jonathan Franzen, Purity. Scritta da Todd Field in collaborazione con lo stesso Franzen e prodotta da Scott Rudin, non è ancora pubblico su quale piattaforma uscirà Purity: pare però che il network Showtime sia tra i favoriti.


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Ancora adattamenti, ma questa volta al cinema: sarà Saoirse Ronan a interpretare la protagonista di Chesil Beach, il film tratto dal romanzo di Ian McEwan. Non è la prima volta che Ronan e McEwan si incrociano: qualche anno fa lei aveva interpretato la bambina che innesca le vicende di Espiazione.


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Su Doppiozero è possibile leggere un’interessante analisi di Americanah fatta da Daniela Brogi:
Americanah dialoga con i due temi a cui Ngozi Adichie ha dedicato due Ted Talks che hanno raggiunto una fama mondiale: la prima è I pericoli di una storia unica ( The dangers of a single story, 2009), e la seconda Dovremmo essere tutti femministi (We should all be feminists, 2013), pubblicata nell’aprile scorso da Einaudi – e ripresa pure in una canzone di Beyoncé. La critica del razzismo e il femminismo non sono infatti due questioni messe vicine per caso: in entrambe le situazioni il riscatto creativo nasce dalla possibilità di uno spostamento di sguardo, vale a dire dal passaggio dall’orizzonte di una storia unica a quello plurale di storie altre, differenti, occultate dalle finzioni egemoniche, oppure ammaestrate a identificarsi sempre, in senso tanto estetico quanto ideologico, in storie di affermazione che appartengono ad altri. La famosa questione tecnica della “sospensione dell’incredulità”, guardata attraverso un dispositivo di decostruzione, non è più soltanto una questione letteraria, perché la presenza di narrazioni che parlino di tutti, e di tutte, non riguarda solo l’ambito della credibilità romanzesca; ma rende plausibile l’esistenza di un mondo in cui a ogni vita sia riconosciuta la possibilità di reinventarsi. E magari di avere una storia che non parla di una cosa sola.