Telescopio è la rubrica settimanale in cui segnaliamo le notizie e gli articoli più interessanti, a giudizio della redazione di Biancamano 2, usciti in rete in Italia e all’estero.

I suoi cinque romanzi partono «sempre, sempre» da una persona reale: gli occhi e le orecchie di Elizabeth Strout sono costantemente ricettivi verso quei piccoli ma fondamentali gesti di una persona, per poi metterli da parte per un uso futuro. «I personaggi, mi interessano solo i personaggi,» dice.

Sul «Guardian», Hermione Hoby intervista Elizabeth Strout tracciando un bel profilo dell’autrice di Olive Kitteridge e Mi chiamo Lucy Barton.


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Che effetto fa presenziare a una conferenza accademica su di te? Imbarazza. È capitato in questi giorni a Don DeLillo, a Parigi. Su «Vice» la raccontano così:

Tutti gli sguardi sono su di lui mentre si siede stoicamente sul palco e il presentatore elenca i libri e i premi vinti. Rumore bianco. Libra. Mao II. Underworld. Due volte finalista al Pulitzer. Il PEN/Faulkner Award nel 1992. Il PEN/Saul Bellow Award for Achievement in American Fiction nel 2010. Il Library of Congress Prize for American Fiction nel 2013. È imbarazzato. Quando l’introduzione è finita, DeLillo chiede se se ne può andare. Non sono sicuro stesse del tutto scherzando.


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Complimenti a C. E. Morgan che ha vinto il Windham Campbell Prize. Sul sito della fondazione tutti i premiati di quest’anno. La Morgan è l’autrice di Tutti i viventi mentre il 3 maggio esce, negli Stati Uniti, il suo nuovo romanzo: The Sport of Kings (che Einaudi pubblicherà nel 2017).


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Due letture che, da spunti e punti di vista differenti, riflettono sulla costruzione dell’individualità. Jane Eyre e l’invenzione del Sé sull’«Atlantic»; mentre Zadie Smith sulla «New York Review» mette insieme Anomalisa, l’ultimo film di Charlie Kaufman, e Schopenhauer.