Su The Towner Sara Marzullo intervista Suketu Mehta sul suo ultimo libro, La vita segreta delle città: ne viene fuori un bel dialogo sulla città e i suoi abitanti, sulle narrazioni di una metropoli, quelle ufficiali e quelle sovversive.

Quello che voglio è che le persone leggano il mio libro, camminino per la città e creino le loro mappe personali dei luoghi: ci sono lettori che mi scrivono che le mie riflessioni sulla città hanno dato vita a riflessioni loro, a un modo nuovo di mappare le città. E il mio desiderio è che diano valore a quelle storie, che si inizi a dare valore al processo di storytelling. Noi siamo abituati a dare peso ai numeri e alle percentuali, a pensare che se questi sono dalla nostra parte allora saremo al sicuro; ma abbiamo visto che non è sempre così: Trump e la Brexit hanno raccontato storie che erano false, e che hanno mostrato quanto i racconti possano essere potenti. E noi abbiamo il dovere di sfidare queste narrazioni: le storie non ufficiali delle città hanno un potere immenso e devono essere raccontate ancora e ancora in modi diversi, in luoghi diversi. (…)

Ho vissuto per un anno a Parigi: abitavo all’Ile Saint Louis e lavoravo per una corporazione americana, in un’isola esclusiva e privilegiata. Quando però volevo mangiare del vero indiano, dovevo andare nelle strade attorno a Gare du Nord, attorno a Rue Saint Denis, dove si trovano i negozi dello Sri Lanka; oppure a volte capitava che mi addentrassi nelle banlieue: questi erano posti diversi da quello in cui vivevo, ma per nessuno di questi un turista sarebbe venuto a Parigi. La Parigi ufficiale sono Notre Dame, la Rive Gauche e gli esistenzialisti, ma questa città non risponde né alla città del presente né a quella del futuro. Parigi oggi è trasformata dagli africani, dagli arabi o dai cambogiani: sono loro l’energia reale della città, ma alle loro storie non viene data ufficialità, né sono presentate al mondo come “Parigi”.

Quando sono venuto per la prima volta a Parigi (era il 1991), tutto quello che sapevo di questa città lo dovevo a quello che avevano scritto Fitzgerald, Hemingway e gli scrittori americani; ma quello che i miei occhi vedevano erano immigrati, ovunque: le mie letture non mi avevano preparato affatto alla città reale, perché, mentre sappiamo che la narrativa di New York dice che chiunque proviene da qualche altro posto, questa non si applica a Parigi, né, per esempio, a Roma. Quando vado in queste città allora mi accorgo che le storie che più mi interessano, quelle che mi svelano qualcosa, sono quelle segrete, perché sono sovversive, capaci di ergersi contro la narrativa trionfale della storia ufficiale.  Spesso sono storie di privazione, squallore e disperazione, ma penso che quando le ignoriamo queste trovano il modo di arrivare al cuore della città, e quello che abbiamo sono scontri e terrore. Oggi, ad esempio, Parigi è modellata da un’altra storia, quella degli attacchi terroristici. Ma anche questa non è che la versione ufficiale di una storia non ufficiale.

L’intervista si può leggere integralmente su The Towner.

 

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Come raccontare l’Africa oggi? Se lo chiede Davide Coppo su «Studio» a partire dall’ultimo romanzo di Denis Johnson, Mostri che ridono, e di un viaggio…

La pazzia è uno dei filtri principali che Conrad utilizzò – non soltanto in Cuore di tenebra, ma pure in Un avamposto del progresso – per colorare la sua critica alla ferocia del colonialismo ottocentesco. Denis Johnson maneggia la stessa ricetta, adattando gli ingredienti al palato necessariamente diverso – globalizzato, capitalistico – della letteratura del Ventunesimo secolo: comunicazioni criptate, basi segrete di intelligence straniera, le cicatrici nella pelle sociale ed economica di processi di decolonizzazione e autogoverno mai, o quasi, democratici e liberali. L’Africa in cui si muovono Nair e Adriko è uno spazio naturale e politico la cui verginità non si è ancora esaurita, e le ricchezze da predare sono ancora vastissime. Nair e Adriko sono spie e avventurieri e bucanieri. In questo senso, il territorio in cui gli eventi si svolgono ricorda le lande da esplorare, silenziosamente e nascosti, del Grande gioco di Peter Hopkirk. L’espressione “grande gioco”, coniata da Kipling, descrive l’attività di spionaggio, controspionaggio e soft power che impegnò per un secolo, l’Ottocento, Inghilterra e Russia in Asia Centrale, nel tentativo di conquistare, poi politicamente e militarmente, enormi distese di steppe da annettere ai rispettivi imperi. Mostri che ridono si tiene in equilibrio su una domanda a cui è difficile rispondere: cos’è oggi l’Africa per i Paesi che un tempo se la divisero?

Continua su «Studio».

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L’inizio della presidenza Trump e la fine di quella di Obama dominano ancora la discussione pubblica statunitense. Ecco alcune delle letture più interessanti di questi giorni, tra quelle che incrociano o toccano il mondo letterario.

Cosa ha aiutato Barack Obama in questi otto anni alla Casa Bianca? I libri e la lettura. Michiko Kakutani scrive un ritratto/intervista di Obama lettore sul «New York Times».

Mentre qui c’è la lista degli 86 libri che ha consigliato nel corso della sua presidenza.

Philip Roth nel 2004 ha scritto Il complotto contro l’America, un romanzo controfattuale dove immagina degli Stati Uniti filonazisti a seguito dell’elezione di Charles Lindbergh come presidente: il «New Yorker» gli ha chiesto cosa pensa di Trump e degli anni che aspettano gli americani. Spoiler: niente di buono.

Tutto ciò per quanto riguarda la lettura. Ma cosa – e soprattutto: come – scrivere nell’epoca di Trump? Se lo chiede Aleksandar Hemon in questo articolo su «Village Voice».

Ha circolato molto la notizia che, nella prima settimana del presidente Trump, 1984 sia stato il libro più venduto su Amazon. Cosa ancora possa dirci il capolavoro di Orwell, se ancora qualcosa ci dice, lo racconta il «New Yorker» in questo articolo.

Ma non c’è solo Orwell: su LitHub un gruppo di scrittori compila una lista di settantacinque libri da leggere per resistere i prossimi quattro anni.

Anche Paul Auster, in un’intervista che si può ascoltare sempre su LitHub, propone qualche anticorpo per resistere al clima attuale – e spera che una nuova generazione di attivisti si formi e possa dire la propria.

 

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Con tutte queste liste e questi consigli di lettura, il pericolo è accumulare troppi libri. Sul «Guardian» Lorraine Berry scrive una storia della tendenza a comprare e accumulare libri che non si leggeranno.