Telescopio è la rubrica settimanale in cui segnaliamo le notizie e gli articoli più interessanti, a giudizio della redazione di Biancamano 2, usciti in rete in Italia e all’estero.

Sul «New Yorker» Adelle Waldman parla del matrimonio ideale… almeno quello dei romanzi, tra Jane Austen, Elena Ferrante e Karl Ove Knausgård.

Questo tipo di attenzione all’intelligenza dell’amato – e a quegli aspetti della personalità che ricadono sotto l’egida dell’intelligenza e contribuiscono al rispetto, come la correttezza, l’integrità, la generosità e la sensibilità – è tipico di come le scrittrici hanno scritto dell’amore. Da che si pubblicano romanzi, le eroine dei libri scritti da donne hanno studiato la mente del loro oggetto d’amore con un occhio metodico e lucido. Il compagno ideale, per le protagoniste di Jane Austen, Charlotte Brontë o George Eliot, è qualcuno intelligente abbastanza da apprezzare e corrispondere alla loro intelligenza, un partner verso cui provano non solo desiderio ma anche un senso di affinità, di somiglianza morale e intellettuale.
La coesistenza di amore e rispetto può sembrare scontato – almeno finché non ci rendiamo conto di quanto diversamente hanno pensato all’amore tanti autori maschi.

Continua sul «New Yorker».

 


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Uma Thurman raggiunge Gemma Arterton e Laurent Lafitte nel prossimo film di Marjane Satrapi (Persepolis) L’incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio Ikea, tratto dal romanzo di Romain Puértolas. Le riprese inizieranno a giugno 2016 tra Parigi, Roma, Jodhpur, Casablanca.

 


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Helen Macdonald, l’autrice di Io e Mabel, risponde alle domande di By the Book, la rubrica del «New York Times» sui libri preferiti e più importanti nella formazione di uno scrittore.

 


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Io e Mabel è anche segnalato tra i libri del mese da «Rivista Studio»:

Io e Mabel è uno di quei libri che si insinuano nel lettore al punto da creare un’immedesimazione stranissima: viene voglia di mettersi a praticare la falconeria per quanto assurdo possa sembrare. Soprattutto è la conferma che la scrittura naturalistica sta vivendo una rinascita interessantissima e sta diventando un fertile campo di sperimentazioni letterarie.

Continua su «Rivista Studio».

 


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Il lavoro del simbolo nel racconto contemporaneo al tempo del «Nuovo Realismo» è al centro di un lungo e interessante saggio di Gianluca Didino su Minima et Moralia. Si parla, tra gli altri, di Hemingway, Carver e Phil Klay.

Dopo aver preso in esame uno scrittore reduce da entrambe le guerre mondiali e uno che ha raccontato l’America del post-Vietnam, sembra coerente chiudere questa carrellata di animali con il lavoro di Phil Klay, veterano dei marines nato proprio nell’anno in cui Carver pubblicava Cattedrale, il 1983, che nel 2014 ha pubblicato una sorprendente raccolta di racconti di guerra intitolata Fine missione. Il racconto omonimo, che apre la raccolta, comincia così: «Sparavamo ai cani. Non per sbaglio. Lo facevamo di proposito, e la chiamavamo Operazione Scooby. Io amo i cani, per questo ci ho pensato parecchio». Come scrittore di racconti, Klay si inserisce molto chiaramente in quella tradizione consacrata all’essenzialità della prosa di cui Hemingway e Carver sono i principali esponenti, e la riga di apertura fa immediatamente scattare nel lettore abituale di short stories il riconoscimento di uno di quei conglomerati di senso chereggono la struttura di un racconto breve. Tuttavia il racconto di Klay prosegue per un lungo momento seguendo altre strade: il narratore, conclusa la sua missione, viene mandato a casa negli U.S.A. e durante il viaggio lui e i suoi compagni fanno scalo da qualche parte in Irlanda dove si ubriacano per la prima volta dopo molti mesi.

 


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A pranzo con Julian Barnes. C’è andato il «Financial Times» e ne è nata questa bella intervista: si parla del nuovo romanzo di Barnes, Il rumore del tempo, uscito in questi giorni in Inghilterra (a fine agosto in Italia), e del Leicester, di cui è tifoso.