Le camere separate nascosero l’imbarazzo della situazione. Irene, quando tornava dai suoi incontri con Jairo, non era costretta a dormire con Álvaro; al mattino le bastava tenere sotto controllo lo scroscio della doccia e il rumore della porta che si chiudeva, per evitare di incontrarlo. Si vedevano di rado. Suo marito, schiacciato dai problemi familiari, si sentiva rincuorato dall’inaspettato buonumore della moglie. Se andava bene a lei, andava bene anche a lui.
Da due anni non condividevano il letto. Era accaduto per caso, dopo una lite, l’ennesima, causata dai commenti divertiti di Sílvio durante un pranzo domenicale a casa di Ciro. Sílvio aveva bevuto e deciso di mettere Álvaro in croce. In un distillato di acidità, pontificava che Irene avesse scelto il peggiore di loro. Accennava alle manie di Álvaro, al russare, alla mancanza di ambizioni. – Contro di noi, Álvaro non vince nemmeno al gioco delle tre carte, – se ne uscì, per poi scoppiare a ridere a più non posso. Ciro gli aveva detto di stare zitto, il che gli aveva sciolto ancora di più la parlantina. Quello Iago dei poveri elencò tutte le donne da cui Álvaro era stato rifiutato. Bete, Cláudia, Sandra, Paula, Maureen… Perfino quella psicopatica di Dora gli aveva detto di no.
– Sono stupito che tu abbia ceduto, Irene. Meritavi di più.Il discorso sarebbe morto insieme alla sbronza, senonché rispecchiava in modo troppo preciso le frustrazioni segrete di Irene. Quella sera, lei indossò la camicia da notte e si infilò nel letto fuori di sé. Álvaro uscì dal bagno, si mise in pigiama ed entrò sotto le coperte come se non fosse successo niente. Irene scoppiò. Voleva sapere perché aveva sopportato quelle umiliazioni senza ribattere. Chissà se gli era anche solo passato per la testa come si sentiva lei. La vergogna che provava per lui. La mancanza di qualsiasi cosa. Álvaro si scusò di esistere, disse che avrebbe fatto come voleva, quando voleva. Quella risposta la fece infuriare ancora di più. Strappò dall’armadio un lenzuolo e un cuscino, fece il letto nella camera degli ospiti e gli disse di andare a dormire lì, quella notte. Álvaro ubbidì e non tornò mai più in camera da letto. Se non si erano lasciati, era solo perché Irene temeva la solitudine più delle carenze affettive. Le piaceva sentire il rumore della chiave nella porta quando Álvaro tornava a casa la sera, la presenza di un uomo, dividere le spese a metà. E non alimentava illusioni quanto alle chance di rimediare di meglio, in futuro. Al contrario di Ruth, Irene non sapeva cosa fosse la femminilità. I ragazzi morivano da sempre dietro a Ruth, alle medie, al ginnasio e soprattutto all’università. Ruth e Irene avevano studiato lettere insieme. Ruth aveva sposato il migliore dei cinque, lei il peggiore, nonostante fosse una donna appetibile. Non aveva mai capito perché.

Álvaro era un amico di Ciro. Ruth ne aveva decantato lodi spropositate, facendo a Irene una testa così. Lei era stanca di stare sola, da più di un anno non si vedeva con nessuno. Il suo ultimo fidanzato si era trasferito in Spagna. Aveva meditato di seguirlo, ma avrebbe dovuto rinunciare alle lezioni che cominciava a tenere, alla sua vita in Brasile. Si erano promessi di restare in contatto. La corrispondenza era durata qualche mese, poi si era diradata. L’estate dopo, lui aveva sposato un’andalusa e non si era più fatto sentire. Álvaro era rozzo, sbilenco, ma possedeva un umorismo amaro e autodistruttivo da cui Irene si lasciò irretire. Perché no? Non lo amò mai, andava avanti come se aspettasse il prossimo treno che la rimettesse in carreggiata; non passò. Erano legati dagli amici in comune, dal tempo, dal caso. Álvaro scelse l’anello, Ciro lo aiutò e una domenica di sole, con Ruth e Ciro a fare da testimoni, lui le chiese di sposarlo. Il vino era buono, il pomeriggio autunnale, che importava il fidanzato? «Dirò di sì, – decise, – poi casomai mi separo, vediamo come va». Erano passati tredici anni e Irene aspettava ancora che qualcuno la portasse via. Jairo, Jairo l’avrebbe liberata da Álvaro.

Che stupida, pensò, mentre ammirava il jet alzarsi in volo sulla baia di Guanabara. Sarebbe stato bello starci sopra.

***

Sílvio non riusciva a nascondere la gioia nel farsi latore della cattiva notizia.
– Mi ha detto un uccellino che la tua signora progetta di abbandonare il tetto coniugale con un tizio incontrato in piscina. Apri gli occhi, Alvaretto, quelli vanno a tutto gas. Willing and able!
L’uccellino era Paulo, quello del gruppo di analisi. Uno dei passatempi preferiti del Casanova era spifferare agli amici della spiaggia tutti i complessi dei pazienti del gruppo. A Vera piaceva commentare le sedute insieme a lui, nei loro ormai frequenti incontri carnali, che spesso si svolgevano nello studio. Adorava la schiettezza di Paulo, la sua grinta, l’amor proprio. Era alcolizzato, è vero, ma a parte quello era perfetto. Era innamorata, perse ogni contegno. Sparlavano del gruppo, ridevano della disperazione altrui, erano felici come non mai.
Bastava un bicchiere al baretto sotto il cocco grande di Ipanema, perché Paulo sciorinasse i drammi dell’ultima seduta. Le ore extra passate con la terapeuta arricchivano il repertorio di certezze del denigratore. Da quando era partita la storia con Jairo, le intimità di Irene divennero la sua telenovela preferita. Paulo fiutava il suo simile da lontano: – Jairo? È un cafone assoluto, – profetizzava, assaporando l’opportunità di godersi in prima fila la caduta di Irene nella rete dello stallone.
– Quella cretina si arrenderà entro la prossima settimana, segnatevi quello che dico. Nel giro di un mese, Jairo smetterà di risponderle al telefono; nel giro di due, lei pregherà di tornare insieme al marito cornuto e impotente –. Sputata la sentenza, scolò la sua birra e si diresse verso il campetto di beach volley.
Ribeiro conosceva Paulo di nome. Di solito frequentava il giro di rua Miguel Lemos, ma guarda caso quel giorno aveva accettato di sostituire uno nella partita sotto il cocco grande. Si ritrovò in squadra con Paulo. Prima della partita, si erano fatti il birrino che aveva sciolto la lingua al chiacchierone. Il nome di Irene aveva risvegliato l’attenzione di Ribeiro; gli accenni al marito impotente, alla figlia isterica e al cane moribondo gli diedero la certezza che si trattava della moglie di Álvaro, del suo Álvaro. Ribeiro odiò essere a conoscenza della tresca, adesso gli toccava prendere una decisione, ma quale? Doveva confidarsi con qualcuno. Ciro era il padrino della coppia, volle un parere imparziale e optò per Sílvio, scegliendolo in qualità di complice.
Sílvio cominciò a delirare, ipotizzò di entrare nel gruppo sotto copertura, di partecipare alla terapia e conoscere «quella Vera», l’analista tanto aperta a nuove esperienze. Ribeiro aveva il dilemma se rivelare il tradimento. Ricordava una volta in cui aveva incolpato l’ex fidanzata di un cugino, senza immaginare che i due si sarebbero rimessi insieme il week-end successivo. Finì che si sposarono e fecero tre figli. Chi ne uscì male fu lui, Ribeiro. Sílvio assunse il ruolo di consigliere, sostenne che sarebbe stato impossibile guardare in faccia Álvaro senza dirgli niente e quasi implorò di recitare la parte di Cassandra. Ribeiro gli affidò la missione, ben contento di togliersi quel peso.

***

Ad Álvaro il mare non piaceva, ci andava solo perché ci andavano tutti ma quasi non usciva da sotto il tendalino, seduto su una sedia pieghevole a leggere il giornale e bere mate. Raramente faceva il bagno, e teneva con sé un secchiello pieno d’acqua per sciacquarsi la sabbia dai piedi prima di andar via. Un mattino luminoso come un samba, eccolo lì a sfogliare l’inserto sportivo. Sílvio si avvicinò tutto compunto e si sedette all’ombra vicino a lui. Fintamente dispiaciuto, gli raccontò del tradimento di Irene e concluse con quel willing and able per esibire il suo «portinglese». Álvaro odiò Sílvio, che si divertiva a bagnare le sue disgrazie nel caos della spiaggia di Ipanema. Comprese il recente buonumore della moglie e il perché della sua leggerezza. Irene stava per lasciarlo. Paulo ci aveva preso in pieno. Nel giro di un mese, intontita, Irene lo avrebbe pregato di riprenderla con sé; entro un anno sarebbe entrata in menopausa e avrebbe affrontato una depressione devastante. Ne sarebbe uscita due anni dopo, ma senza mai più andare con un uomo. Era l’inizio della fine della sua vita sessuale. Se fossero rimasti sposati, le cose non sarebbero cambiate di molto.
Álvaro ripiegò serio il tendalino, la stuoia, la sedia, mise in borsa il giornale, raccattò infradito, cappello, secchiello d’acqua, e diede le spalle alla spiaggia. Prima di affrontare il torrido lungomare, guardò Sílvio con durezza e desiderò vederlo morto.

Ci sarebbero voluti altri venticinque anni.

 

 

Traduzione di Daniele Petruccioli

© Fernanda Torres 2013
First published in Brazil as FIM by Companhia das Letras, Sao Paulo


Fernanda Torres è nata nel 1965 a Rio de Janeiro. Secondogenita di due attori, ha intrapreso a sua volta la carriera attoriale prendendo parte a numerosi film brasiliani e internazionali. Fine è il suo primo romanzo.


978880622240GRAIl libro: Fernanda Torres, Fine, Einaudi 2016. Traduzione di Daniele Petruccioli.