Salute, amico. Ti garantisco che nelle 1048 pagine della Trilogia della frontiera, che racconta le peripezie di cowboy esistenzialisti, nessuno usa quest’espressione. Nel complesso, i vaqueros di McCarthy non dicono molto, ma soprattutto non parlano per cliché da western. E neanche si esprimono come fanno di solito i personaggi dei romanzi, perlomeno di quelli diffusi nel XIX secolo e che, per qualche misteriosa ragione, continuano ad andare forte ancora oggi. Ma mentre in altri libri la gente parla e sovrainterpreta, in queste storie parzialmente collegate i personaggi sono troppo impegnati nella lotta contro forze esterne ed elementari: territorio, clima, nemici. Devono vestirsi, mangiare, bere, trovare riparo e salvezza, tanto dalla malvagità umana quanto da forme più naturali e impersonali di pericolo. Hanno bisogno di stivali. Hanno bisogno di fucili, coperte da sella e bisacce.

Per anni non ho apprezzato i film western: non essendoci donne, li trovavo noiosi. Sbadigliavo guardando Sam Peckinpah nell’attesa di avvistare qualche signorina dentro un saloon o al binario del treno. Ce n’erano pochissime. Nicholas Ray era un’eccezione. Johnny Guitar era un’eccezione. Essendo però la gelida virago di quel film, interpretata da Joan Crawford, essa stessa un’eccezione l’effetto, in un certo senso, si annullava da solo. È strano, ma non mi sono mai posta come un problema la relativa mancanza di personaggi femminili mentre divoravo i tre romanzi della Trilogia della frontiera man mano che uscivano negli anni Novanta: Cavalli selvaggi (1992), Oltre il confine (1994) e Città della pianura (1998). In effetti qualche donna c’è: Dueña Alfonsa, per esempio, la quale offre a John Grady una visione pessimistica del mondo che è la dichiarazione forse più forte di Cavalli selvaggi. In linea generale, però, le donne parlano persino meno dei cowboy e ai loro pensieri non abbiamo mai accesso. Rileggendo la trilogia ho realizzato che la prima volta mi era venuto spontaneo assumere il punto di vista maschile perché è lì che giace la soggettività. Per quanto poco emerga della psiche degli uomini, è il punto di vista della loro lotta che adottiamo; e la lotta è, in questi libri, condizione di vita essenziale.

Per quanto poco emerga della psiche degli uomini, è il punto di vista della loro lotta che adottiamo; e la lotta è, in questi libri, condizione di vita essenziale Il desiderio di John Grady è delineare un mondo da riconoscere come storicamente ininterrotto. In Oltre il confine ciò che Billy Parham desidera è invece restituire alle montagne del Messico una lupa che ha catturato e reso inoffensiva. Forse anche lui vorrebbe entrare in una dimensione mitologica, rapportarsi con qualcosa di simile a une serie di leggi eterne. Il fatto che di queste ambizioni non si dia conto in sequenze riflessive tradizionali è parte del fascino dell’impronta artistica unica di Cormac McCarthy. Nessuna intenzione viene mai dichiarata.

Ci è dato di conoscere solo i fatti, ma i fatti sono carichi di conseguenze. John Grady e Billy vivono una condizione simile a quella dei mercenari dell’Anabasi di Senofonte, che, una volta perso il comandante e in un certo senso anche la guerra, si ritrovano a vagare in terra straniera. Ma anche quando sono perduti, i cowboy di McCarthy non dubitano, non sperano, non sospettano, non si stupiscono. A definirli è piuttosto l’esperienza, volendo metterla in termini heideggeriani. Si rollano sigarette che accendono ovunque, ma soprattutto sull’unghia del pollice. Catturano e domano cavalli selvaggi. Nel frattempo anche il lettore acquisisce nuove competenze: impara cioè a destreggiarsi con una prosa perfettamente calibrata e del tutto priva di virgole. Loro fanno a meno dei letti. Noi facciamo a meno delle virgole, e ci sentiamo emancipati.

Il lettore, soprattutto, al pari dei cowboy, finisce per acclimatarsi al paesaggio come a una realtà totalizzante di cui meditazione e sopravvivenza sono le due componenti, un destino di vagabondaggio lungo il confine tra Stati Uniti e Messico nel secondo dopoguerra.

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All’inizio di Cavalli selvaggi i genitori di John Grady decidono di vendere il ranch di famiglia, ponendo così fine a una tradizione plurigenerazionale. John ha sedici anni e insieme all’amico Lacey Rawlins parte per il Messico in cerca di qualcosa che assomigli all’autenticità, o comunque, all’avventura. Nessuna signora delle praterie li rifornisce di vettovaglie prima del grande viaggio. Si fermano a comprare provviste e se le portano via in normali buste della spesa di carta. Ma i livelli di ironia di McCarthy non si riducono a grezze dicotomie, per quanto riguarda la trasformazione storica. La frontiera del secondo dopoguerra, dove i cowboy fanno approvvigionamento, non è il simbolo della contaminazione di chissà quale pura origine. Anzi, è l’origine stessa a riconoscersi come contaminata. Un quadro a olio appeso nella sala da pranzo del ranch ritrae dei cavalli che escono di corsa da un recinto. Quando John Grady chiede a suo nonno di che razza sono, lui risponde “sono copiati da un libro” e continua a mangiare.

Cavalli da libro illustrato in un west da libro illustrato si fanno dunque cronaca di un periodo storico che “perdura… anche nel terzo millennio”, come scrive Harold Bloom in riferimento agli eventi di Meridiano di sangue (1985). Se questo romanzo precede la Trilogia della frontiera sia dal punto di vista cronologico che per il suo contenuto storico, tutte e quattro le opere sono tuttavia pervase dalla tensione e dal raggiungimento della conquista coloniale; in tal senso Meridiano di sangue è la scena primaria della violenza estrema alla frontiera tra Texas e Messico nel 1849. Nella trilogia successiva si intrecciano indissolubilmente elementi storici – le forze paramilitari inviate a fare strage di indiani – e mistificazione degli stessi – cavalli da libro illustrato sellati da cowboy in stile John Wayne. Western di nome, di fatto questi libri sono troppo entropici e filosofici per rientrare in limiti di genere. Evocano i fantasmi della storia e abitano gli interstizi tra giustizia e realtà.

È quindi vero che la storia perdura Di recente, mentre ripercorrevo la trilogia, mi sono trovata in un ufficio ministeriale a pochi metri dal più grande bassorilievo a tema militare di tutti gli Stati Uniti, una celebrazione della vittoria di Los Angeles nella guerra messicano-americana del 1847. Questa immensa rappresentazione in pietra di uomini, uno dei quali a cavallo, che issano un’increspata bandiera americana si trova per caso sul marciapiede opposto all’imponente edificio del tribunale penale, nel pieno centro di Los Angeles. I messicano-americani sfilano davanti al monumento, sovrastati dai suoi 15 metri d’altezza, durante il cupo tragitto che li porta in tribunale, dove uno spropositato numero di ispanici viene citato in giudizio, processato, condannato e rinviato alle carceri statali.

È quindi vero che la storia perdura. Per trovare il modo autentico di vivere il proprio destino, cioè essere un uomo del west, John Grady decide di andare in Messico; una scelta di per sé colma di ironia. Finché non raggiungono il confine, lui e Lacey Rawling non fanno altro che passare da un recinto all’altro, in una terra delineata e definita dal criterio della proprietà privata. Nelle rare occasioni in cui hanno bisogno di denaro e lo usano, il loro modo di fare affari ha un che di primitivo, di riluttante, anche se a volte si concedono il lusso di un ristorante con spessi piatti di ceramica. Scene come queste paiono ritagliate dal tessuto cinematografico di Hud il selvaggio o L’ultimo spettacolo, entrambe pellicole ambientate, come la Trilogia della frontiera, al crepuscolo del mondo dei ranch.

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Quando John Grady raggiunge il Rio Grande, lo attraversa nudo (non vuole bagnarsi i vestiti), in un gesto che è chiaro rimando a un’adamica rinascita in terra messicana. McCarthy afferra il mito del primo uomo e dell’Eden americani. Adamo non nasce dal nulla. In questo caso viene dal Texas. E tornerà al nord, riapparendo nel terzo romanzo come testimone della trasformazione del west in una base di distruzione nucleare. Sia lui che Billy Parham percorrono avanti e indietro e in diversi modi la strada panoramica che si snoda attraverso i tre libri. Sono stanziali nei corpi, non nel territorio. Ma persino il mito americano dell’autosufficienza, persino quello dell’individualismo, vengono magistralmente annientati dal loro creatore. Un annientamento, però, che non riguarda i miti del nuovo mondo o dell’uomo nuovo, bensì quelli della verità narrativa.

McCarthy afferra il mito del primo uomo e dell’Eden americani. Adamo non nasce dal nulla. In questo caso viene dal Texas Se tanto la piaga ideologica quanto la missione centrale del romanzo come forma d’arte è stata lo svelamento delle verità interiori dell’individuo, McCarthy tra le altre cose libera i suoi personaggi da questo genere di concezione e vincolo formale. Perché il John Grady che, alla fine di Cavalli selvaggi, passa e impallidisce «sulla terra sempre più buia, sul mondo a venire» appartiene sia al mondo dei vivi che al paesaggio da cui viene inghiottito. Impallidisce. Scompare. E sebbene ritorni nel terzo libro, il lettore viene lasciato alla fine del primo con l’idea maestosa dell’assoluzione del sé: quando parte per il Messico John Grady è solo un adolescente, ma quando fa ritorno al nord è una figura che letteralmente si fonde con il vuoto.

Uno dei momenti migliori della letteratura, per me. Se la scelta del verbo «impallidire» da parte di uno scrittore con un lessico così ricco e una prosa così sorvegliata non può considerarsi casuale, allora dobbiamo prendere il cowboy di questa scena come il quarto cavaliere dell’Apocalisse, che cavalca un pallido destriero ed è noto col nome di Morte. Come un allucinogeno ad azione lenta, il romanzo è riuscito a trasformare un ragazzo texano di sedici anni in cerca d’avventura in un personaggio misterioso che profetizza la distruzione del mondo. John Grady non c’è più. Al suo posto c’è Morte, eppure il finale non ha nulla di sinistro. È, al contrario, un ingegnoso gioco di prestigio che ci prepara per il lungo e tortuoso viaggio nel futuro, nei vividi, intricati inferi e mondi a venire: il secondo e il terzo libro.

 


Traduzione di Benedetta Gallo. Pubblicato originariamente su «NewStatesman», 25 luglio 2018. Ringraziamo l’autrice e la rivista. 


Rachel Kushner è nata nel 1968 in Oregon, ma a undici anni si è trasferita a San Francisco con i genitori. Prima di Mars Room ha pubblicato i romanzi Braci nella notte e I lanciafiamme. Vive a Los Angeles. Mars Room, uscito quest’anno in Italia nei Supercoralli Einaudi, è stato uno dei romanzi meglio recensiti del 2018. Tra l’altro è stato selezionato come Miglior libro dell’anno da «Time Magazine», e inserito tra i Libri notevoli del «New York Times»; è stato finalista al Man Booker Prize, al National Book Critics Circle Award e candidato per la Andrew Carnegie Medal.