Aspettare: c’è stato un periodo in cui il verbo mi pareva fra i più odiosi della mia lingua.

Io e mia moglie ci siamo messi insieme tardi, intorno ai quarant’anni, poco meno (lei) e poco più (io). Ne sono passati sette tra il primo flirt, che avremmo poi denominato la «Fase uno» della nostra relazione, e la «Fase due», quella in cui abbiamo ricominciato a frequentarci rendendoci conto che in fondo avevamo trovato la persona giusta. Una sera, all’inizio della «Fase due», abbiamo capito che entrambi volevamo mettere su famiglia. E allora perché non provarci subito, magari quella notte stessa?

Sono passati sei mesi, e non è successo niente. Ci siamo sposati, ci abbiamo provato per altri sei mesi, e mia moglie è rimasta incinta. Ha perso il bambino alla sesta settimana. Ci abbiamo riprovato, e ci siamo riusciti un’altra volta. E un’altra volta ha perso il bambino.

Non era la prima volta che, ancor prima di intraprendere quel viaggio, venivamo ridotti a una statisticaDue settimane dopo, ipotizzando di rientrare in quel 12 % di coppie americane che ha bisogno di assistenza al concepimento, ci siamo rivolti a un rinomato centro per la fertilità di New York. La qualità del mio sperma era normale. Mia moglie non aveva cisti, fibromi o altri evidenti disturbi fisici, e i suoi livelli di FSH, un indice della riserva ovarica, erano in linea con i valori medi rilevati nelle sue coetanee. La causa dei reiterati aborti spontanei? Sconosciuta. O meglio, la diagnosi più plausibile: l’età (di mia moglie). Non era la prima volta che, ancor prima di intraprendere quel viaggio, venivamo ridotti a una statistica: la riserva ovarica di una donna cala drasticamente dopo i quarant’anni, una soglia che suonerebbe arbitraria. Se non fosse che, come avremmo scoperto di lì a poco, non lo è.

Ma continuavamo a rimandare il nostro ingresso nel mondo della fecondazione assistita. Eravamo testardi; eravamo stupidi (o spaventati); nella storia che ci raccontavamo riguardo alla nostra vita futura non c’era spazio per l’eventualità di doverci affidare a quel tipo di assistenza.

Ci siamo concessi allora altri sei mesi, e ci siamo riusciti di nuovo. Tre è il numero perfetto? Non per noi. Ancora un aborto spontaneo.

Varcare di nuovo la soglia del centro per la fertilità è stato come trasferirsi in un altro paese, e fu lì che finimmo per vivere i successivi quattro anni. Era un paese con la sua lingua, il suo calendario, il suo governo, il suo clima (il clima emotivo) e una concezione del tempo tutta sua. Spesso giungono testimonianze dalla terra dell’infertilità, ma io non ero comunque pronto per una vita scandita dai cicli di cure, in cui l’attesa viene scomposta in lenti, dolorosi intermezzi di altra attesa, ripetuti come frattali. Non è solo il corpo a finire nelle mani di perfetti sconosciuti, ma anche la mente.

La ricerca di un bambino porta a una sorta di miopia mentale e psicologicaLa terra dell’infertilità: io e mia moglie abbiamo imparato a conoscerla bene. Abbiamo capito che niente (a eccezione della malattia) si impadronisce della vita di una coppia come la ricerca di un bambino. L’attesa permea la sfera sessuale, le dinamiche psicologiche, i corpi, le speranze personali e condivise; isola dal resto della famiglia e dagli amici; e stravolge i progetti per il futuro, rimette in discussione l’opinione che si ha di se stessi e delle proprie capacità in quanto esseri umani. La ricerca di un bambino porta a una sorta di miopia mentale e psicologica, è come guardare la vita attraverso delle lenti che restringono il campo visivo.

La sala d’aspetto, la via d’accesso a tutte le questioni legate alla riproduzione, era il nostro temuto limbo personale che in alcuni momenti ci sembrava eterno.  Aspettavamo di essere chiamati per un prelievo di sangue o un’ecografia, trascorrendo ore e ore circondati da una tappezzeria di cattivo gusto, tra persone che non parlavano, non si guardavano mai negli occhi né cercavano di alleggerire quell’atmosfera così pesante. E a pensarci bene è strano, perché era la medesima ricerca che aveva condotto lì ciascuno di noi. Nelle rare occasioni in cui qualcuno si aggirava da quelle parti con un bambino, lo guardavano tutti (di sottecchi, nascosti da una rivista o uno schermo) come se fosse una creatura aliena, un personaggio in fuga da una fiaba. In un’occasione indimenticabile un bambino ha addirittura seminato una scia di briciole dietro di sé (a dire il vero di Cheerios) come per poter ritrovare la strada di casa in quella selva oscura.

Poi una volta una donna è entrata con aria confusa. Un uomo è scattato in piedi per precipitarsi verso di lei. La donna si è lasciata cadere tra le sue braccia e ha cominciato a piangere, non riusciva a smettere. «Ero sicura che sarebbe stata la volta buona, ero sicura che sarebbe stata la volta buona». Li osservavo mentre si stringevano l’uno all’altra e vivevano in pubblico quel momento così privato, ed era come avere un coltello conficcato tra le costole. Non diventeremo mai come loro, ho detto a mia moglie.

Naturalmente siamo diventati proprio come loro, con la differenza che piangevamo solo confinati in casa, quando ci tenevamo avvinghiati in bagno per scrutare la finestrella dei test di gravidanza, o aspettavamo una telefonata. O, peggio, quando rispondevamo al telefono e non ricevevamo le notizie sperate.

Aspettavamo i risultati degli esami. Aspettavamo gli effetti della stimolazione. Aspettavamo, svegli nel bel mezzo della notte, di escogitare qualcosa da poter fare. Non mi sono mai sentito così impotente. Non riuscivo a trovare risorse fisiche recondite da sfruttare, né escamotage che potessero influenzare il risultato degli esami, alleviare la sofferenza fisica e psicologica di mia moglie, o placare l’angoscia con cui vivevamo.

Vagavo alla disperata ricerca di conforto e – forse ancora più introvabile – di un’illuminazione: psicoterapia, fede, amici, famiglia. Ma non si può pretendere comprensione da parte di coloro che non hanno mai vissuto un’esperienza simile. È come il lutto. I nostri cari potranno essere le persone più sensibili di questo mondo, ma anche se hanno dei figli – specialmente se hanno dei figli – in definitiva non sapranno come ci si sente, a meno che non abbiano seguito lo stesso percorso, alla mercé di quel desiderio struggente.

Poi, una sera ho partecipato a una conferenza tenuta da Sharon Salzberg, una delle mie insegnanti di meditazione buddista preferite. Durante l’intervallo, quando Sharon ha invitato gli astanti a raggiungerla e rivolgerle le loro domande, mi sono messo in coda per parlarle. È arrivato il mio turno e le ho chiesto: «Ha qualche consiglio per gestire l’attesa?». Sharon si è fermata a riflettere un attimo e poi ha detto: «Le risponderò quando saremo di nuovo con il resto del gruppo». Mi faceva aspettare per spiegarmi come tollerare l’attesa! Nemmeno chi ha una formazione specifica sa da dove cominciare, è stata la prima cosa che ho pensato.

Ma quando sono tornato a sedermi tra il pubblico, irrequieto, contando i minuti che mancavano alla fine dell’intervallo, ho capito le intenzioni di Sharon. La sua cura per l’attesa era l’attesa. È stato come se mi avessero somministrato una piccola dose di virus dell’influenza per sconfiggere l’influenza. Sharon aveva provato ad acuire la mia consapevolezza dell’attesa, suggerendomi di viverla pienamente invece di scappare, come facevo da mesi, anni; come avevo fatto per tutta la vita, forse. Sharon voleva dimostrare che se si impara a identificare e conoscere le difficoltà, può diventare più facile superarle.

Ho smesso di credere che avremmo potuto piegare il corso degli eventi alla nostra volontàIl buddismo mi ha poi insegnato un’altra cosa grazie al mantra di Pema Chodron: Let go of the story, lascia perdere la storia. Di punto in bianco, ho interpretato quell’esortazione in un modo tutto nuovo, o semplicemente per la prima volta l’ho ascoltata davvero. E mi sono concesso di provare a metterla in pratica, passando da un momento a quello successivo senza trascinarmi appresso il fardello di una storia già scritta seguendo una rigida scaletta di progetti per il futuro. Ho scoperto così che era molto più facile vivere un’esperienza come la fecondazione assistita senza pensare che l’iniezione successiva sarebbe stata quella che avrebbe cambiato il nostro destino. Ho smesso di credere che con la dieta sana, il ridotto consumo di alcol, le sufficienti ore di sonno, i pensieri positivi, i libri giusti, avremmo potuto piegare il corso degli eventi alla nostra volontà.

Basta storie, soluzioni o escamotage: l’unica cosa da fare era rimettersi alla fortuna o, più precisamente, alla reazione chimica in una provetta. Quest’idea non è facile da accettare per una mente del XXI secolo. A distanza di tempo mi rendo conto che nessuna pratica meditativa mi avrebbe fatto vivere il «qui e ora» come i quattro anni trascorsi nella terra dell’infertilità. Ero concentrato su un obiettivo così chiaro e allo stesso tempo tormentosamente irraggiungibile che potevo solo accontentarmi di seguire le istruzioni, somministrare i farmaci, lasciare che qualcun altro prendesse il controllo dei nostri corpi e dei nostri destini. Per il resto mi limitavo a esistere. E ogni momento era di una strana e dolorosa intensità, perché ero completamente immerso nel presente come in pochi altri momenti della mia vita. Ho compreso che l’inizio di un’esperienza è l’unico momento in cui siamo ancora vagamente al comando. Tra l’inizio e la fine si impara ad aspettare, si lascia perdere la storia, e si scende a patti con l’ignoto. Tra l’inizio e la fine si impara davvero a vivere.

Traduzione di Alexia Caizzi. Pubblicato originariamente su «Time», 18 novembre 2019. Ringraziamo l’autore e la rivista.

 


Michael Frank vive tra New York e la Liguria. È scrittore, saggista e giornalista. Nel 2017 ha pubblicato I Formidabili Frank, memoir sulla sua famiglia, selezionato da «The Telegraph» e «New Statesman» tra i migliori libri dell’anno e vincitore del JQ-Wingate Literary Prize 2018. I Formidabili Frank è stato pubblicato in Italia nel 2018, sempre per Einaudi. Quello che manca è il suo primo romanzo.


978880624424GRA Il libro: Michael Frank, Quello che manca. Einaudi, 2020. Traduzione di Federica Aceto.