Gli Europe erano formati da Joey Tempest (voce), Mic Michaeli (tastiera), John Norum (chitarra) e altra gente a caso al basso e alla batteria. Tutti i membri del gruppo avevano frangia e chioma ipercotonata; sfoggiavano cinture borchiate e camicie a sbuffo, pantaloni aderenti in spandex e in pelle, visi truccati e braccialetti ai polsi. Facevano una versione soft dell’hard rock. In origine si chiamavano Force, ma all’edizione del 1982 della Swedish Rock Championship, che vinsero, si presentarono come Europe. The final countdown, primo singolo del loro terzo album, diventò una hit internazionale, con quel riff di tastiera che ti rimane in testa (dadadaaadaaa dadadaaadaaadaaa), ancora oggi scelta da DJ senza fantasia per la fine delle partite dell’NBA.

Nell’estate del 1986 The final countdown era un tormentone mondiale, si sentiva negli aeroporti brasiliani, nei caffè olandesi, nei bar giapponesi, e persino nella vecchia Mercedes di mio zio, quella volta che viaggiavamo da Jendouba a Tabarka, sulla costa settentrionale della Tunisia. Cinque cugini sui sedili posteriori, due cugini sul sedile del passeggero, mio zio al posto del guidatore, un tragitto di un’ora e mezza salvo imprevisti, come capre vaganti, strade allagate ad Aïn Draham, posti di blocco con relative perquisizioni di militari o poliziotti speranzosi di rimediare una mazzetta. Eravamo quasi a Tabarka quando la radio cominciò a trasmettere The final countdown. Anche mio zio canticchiava il ritornello. Questi qui sono svedesi, dissi io in francese. Impossibile, disse Samia in arabo. Se sono svedesi, perché si chiamano Europe? disse Bilal in francese. Non lo so, dissi io. È un bugiardo, disse Samia in arabo, racconta sempre un sacco di bugie. Ieri ha detto che in Svezia le medicine sono gratis. E che lì i bambini prendono uno stipendio dallo stato. Fa comunque parte della nostra famiglia, disse Bilal in arabo. Ma se non sa nemmeno parlare arabo, disse Samia. Ma io l’arabo lo capisco, dissi. Si misero tutti a ridere. Cosa c’è da ridere? dissi io in arabo. Niente, disse mio zio in francese, cercando di rimanere serio, è solo che fai ridere. Quando cerchi di parlare arabo. Il cantante si fa chiamare Joey Tempest, dissi io in francese, ma il suo vero nome è Rolf Magnus Joakim Larrson.

Silenzio.

Voglio andare a vivere in Europa, disse Mona dal sedile del passeggero. E perché non ci vai? chiesi. Puoi sposarti con lui, disse mio zio, indicandomi con un cenno del capo. Scoppiai a ridere perché l’idea di sposare una cugina mi sembrava ridicola.

Nessun altro rise.

Quando arrivammo a Tabarka, i cugini andarono a nuotare, mio zio comprò delle mandorle tostate e si addormentò all’ombra di una palma, facemmo merenda sulla spiaggia e al tramonto ripartimmo per Jendouba. Il viaggio di ritorno fu silenzioso; per tutto il tempo sperai che ricominciasse The final countdown. Invano.

 

Tradotto dall’inglese da Alexia Caizzi. Pubblicato originariamente in Europe in Pieces, «Five Dials» n. 45, Maggio 2018. Ringraziamo l’autore e la rivista.


978880624183GRAIl libro: Jonas Hassen Khemiri, La clausola del padre, Einaudi 2019. Traduzione di Katia De Marco.