Il tempo rende possibili le cose. Nell’architettura, o struttura, dei Viaggiatori il tempo funziona come una bacchetta magica, che mi permette di evocare per i lettori periodi diversi della vita dei miei personaggi. Una volta un insegnante del laboratorio di scrittura creativa dell’Università dell’Iowa ha detto: «I vostri eroi valgono quanto i vostri mostri». Il tempo mi permette di rivelare punti deboli, pecche, rimpianti, pregiudizi, menzogne che i personaggi raccontano a se stessi e agli altri (compresi me e i miei lettori). Un elemento chiave del tempo sono gli improvvisi mutamenti della sorte. Quello che stiamo vivendo ora (il Covid-19) non può che essere definito un improvviso mutamento della sorte. Un’epidemia globale che tocca intimamente gli esseri umani in tutto il mondo. Nella narrativa, come nella vita, il tempo non aspetta nessuno, si muove con una rapidità vertiginosa o lento come un paguro, mutando in una frazione di secondo le traiettorie a cui siamo abituati. Nei Viaggiatori una bellissima giovane donna afroamericana e il suo corteggiatore imboccano la strada sbagliata in una tenebrosa notte in Georgia. Il conseguente improvviso mutamento della sorte che ne deriva avrà profonde conseguenze sulla vita di Agnes Miller Christie e del suo futuro marito Eddie Christie, e anche su quella delle loro figlie.

Nei Viaggiatori il tempo funge da narratore indipendente. Il tempo ha una voce. Il capitolo iniziale, Fallo sapere, suggerisce ai lettori come leggere la storia. I viaggiatori si svolgerà come una fiaba senza lieto fine: sguardi intimi sulla vita dei singoli personaggi nell’ambito di vaste distese temporali, talvolta sullo sfondo di eventi storici. I lettori sono invitati a viaggiare fisicamente, mentalmente ed emotivamente con «il James», con suo figlio Rufus e con le mogli e le amanti di James. Questa struttura somiglia a una mappa con linee sottili che, come alcuni dei personaggi (gli alcolizzati Delores e Herbert Delaney), «non ha il minimo senso del tempo». Il romanzo è pieno di ripensamenti, prese di consapevolezza e seconde possibilità (Hank Camphor e il cane Stella, Jeb e Myrtle): più benevoli improvvisi mutamenti della sorte, che si caricano di una maggiore intensità emotiva grazie alle scene che li precedono o li seguono.

Il narratore dei Viaggiatori è sia invisibile sia onnisciente – in un capitolo si sposta in avanti nel tempo per dirci cosa succederà, poi torna a guardare indietro per rivelare il passato: Eloise Delaney ritrova un consunto ritaglio di giornale con la foto della sua eroina Bessie Coleman e ricorda che può ancora volare, che non è troppo tardi per imparare o rivendicare una parte dimenticata di se stessa. Solo la morte impedisce di imparare, e anche allora, la morte impedisce di imparare solo ai morti. Idealmente i vivi impareranno dai morti – è questa la richiesta di Beverly in Io so dove sta il veleno.

Quel capitolo è un esempio di memoria genetica, e riguarda le ripercussioni della guerra, il trauma subito in Marina dal padre di Beverly, Eddie Christie, in Vietnam. E cosa fa Beverly? Come operano il viaggio e il tempo nel suo peculiare arco narrativo? Beverly diventa un’infermiera. Le infermiere aiutano le persone a guarire. Invece sua sorella Claudia diventa una professoressa universitaria di letteratura inglese (niente meno che una studiosa di Shakespeare). I professori illuminano, istruiscono e informano. Val la pena sottolineare che Shakespeare – al pari di Cristo, di Adamo ed Eva, di Maometto, del Grande Buddha – ha viaggiato, e quegli anni della vita del Bardo sono per noi perduti, non ne esistono testimonianze storiche. E come si fa a testimoniare il tempo perduto?

Nei Viaggiatori mi servo del tempo anche per mettere in discussione i confini razziali: perché esistono? Come influiscono su di noi da una generazione all’altra, e nell’ambito di ogni generazione? Mi servo del tempo per mettere in discussione i confini globali: cosa significa invadere un altro paese per marinai e soldati (Eddie, Jeb, Reuben) che sono ancora vittime di discriminazione nel proprio paese? Cosa significa abbandonare la propria casa (come fa Eloise Delaney) per metter su casa in una terra straniera, per essere «altri» fra gli altri?

Quando viaggiamo raccogliamo delle cose (buone e cattive). Portiamo delle cose con noi (buone e cattive). Stringiamo delle relazioni, fugaci e durature: il tragitto di Seamus e Jebediah sul camion dei traslochi; la partecipazione di Eddie a un matrimonio, che riscatta Agnes dal Sud; l’incontro di Rufus e Hank, vagamente surreale, alla Color Land ne sono esempi. Torniamo a casa (come fa Agnes Miller Christie), ma chiudiamo mai il cerchio? Esiste una chiusura oppure esistono solo altre aperture su altre aperture, per gentile concessione del tempo e, sì, del viaggio?

Traduzione di Norman Gobetti.


 

Regina Porter è nata a Savannah, in Georgia, e vive a Brooklyn. Laureata all’Iowa Writers’ Workshop, ha pubblicato sull’«Harvard Review». In veste di drammaturga, ha collaborato con i Playwrights Horizons, il Joseph Papp Theater, la New York Stage and Film, il Women’s Project, la Woolly Mammoth Theatre Company e l’Horizon Theatre Company. I viaggiatori, il suo primo romanzo, è stato nominato fra i migliori libri dell’anno dalla rivista «Esquire» ed è finalista al Pen/Hemingway Award nella categoria Esordi.


Il libro: Regina Porter, I viaggiatori, Einaudi, 2020. Traduzione di Norman Gobetti.