Narrativa straniera e Frontiere

Lo stato dell’ebbrezza

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Andrea Mattacheo 17 Marzo 2016 8 min

I bambini, se li si vuole mangiare, bisogna saperli cucinare! Su Mo Yan e Il paese dell'alcol.

Questa è la lezione più importante del vostro quarto anno. Se imparate a cucinare i bambini da macello potrete andare ovunque nel mondo. Non sperate forse di andare all’estero? Se saprete cucinare questa pietanza straordinaria avrete un visto d’uscita permanente e potrete conquistare gli stranieri, che siano americani, tedeschi o di qualsiasi altro paese.

Che i comunisti, cinesi e non, siano tradizionalmente propensi al consumo di carne di bambino è un fatto abbastanza assodato nell’immaginario, soprattutto nel nostro. Di solito però, influenzati da campagne stampa che andrebbero quantomeno aggiornate, si crede lo facciano ancora in modo un po’ barbaro: bollendoli in calderoni di ghisa o addirittura azzannandoli crudi, in preda a un’atavica sete di sangue giovane. Leggendo le lettere e i racconti del dottorando in distillazione Li Yidou, che fanno da cornice a Il paese dell’alcol, si scopre che anche in questo campo in Cina si sono adeguati ai tempi, passando dall’arcaico al tardo moderno senza soluzioni di continuità. Per essere concorrenziali sul mercato hanno dovuto rendere i loro manicaretti d’infante appetibili per un pubblico diverso, internazionale, raffinato; non affamato nello stomaco ma affamato di status, e voglioso di rivendicare la nuova condizione attraverso i suoi gusti. Passate le carestie, i bambini non possono più essere stufati e serviti alla buona, o fatti a rudimentale carpaccio. Bisogna sapere come valorizzarli, allevandoli con cura, selezionando solo i migliori e uccidendoli dolcemente per non far intaccare il sapore dalla paura; eviscerandoli per bene e mettendoli in ammollo nell’acqua a 72° gradi, cosicché le carni rimangano morbide come si conviene. Dopo è poi necessario manifatturarne l’autenticità, costruire un distretto enogastronomico intorno al piatto tipico rivisitato, per accompagnarlo a un’adeguata narrazione che sia folclorica, sentimentale ed empatica. Alla fine si deve annaffiare ogni cosa con fiumi di liquore di scimmia prodotto in massa ma «artigianalmente», la cui preparazione è stata appresa da un anziano distillatore vissuto nella foresta insieme ai primati.

Emerge una comune verità, buona oggi quanto ieri: gli uomini bramano al di là del sistema economico che li regola, e se ben impiattato si mangiano tutto e lo pagano caro

I frammenti periferici de Il paese dell’alcol, in apparenza ondivaghi e a sé stanti, restituiscono al contrario l’immagine organica di una Cina intrisa di passato e desiderosa di venderlo. Dai margini del romanzo, sospesi tra il profondo dell’antico e la superficie dell’attuale, emerge una comune verità, buona oggi quanto ieri: gli uomini bramano al di là del sistema economico che li regola, e se ben impiattato si mangiano tutto e lo pagano caro. Tanto vale approfittarne, che si tratti di ornitorinchi, zampe d’orso, zoccoli d’asino o bambini da macello. Basta creare l’ansia del possesso, magari con l’aiuto di qualche aperitivo ad alta gradazione, che stordisce al punto da non farsi troppe domande. Nel paese dell’alcol – che è la Cina dei primi anni ’90, quindi non molto distante dal presente globale – al massimo della sregolata libertà corrisponde il massimo del controllo, e lo stato d’ebrezza non è più eccezione liberatoria ma consuetudine quotidiana che inibisce e mina la coscienza.

Nel noir l’alcol spesso aiuta a dare forma all’oscurità e all’assenza di punti di riferimento

In questo caos che cosa può fare l’ispettore Ding Gou’er, chiamato a indagare sui presunti banchetti a base di bambino a Jioguo? Al centro della cornice che inquadra Il paese dell’alcol – fatta di nani demoni, raccoglitori di nidi di rondine e lezioni di cucina estreme – c’è un’indagine, che da subito assume l’aspetto di un noir in cui tutte le stilizzazioni del genere sono enfatizzate dall’euforia etilica. Nel noir l’alcol spesso aiuta a dare forma all’oscurità e all’assenza di punti di riferimento; difficile immaginare i personaggi di una storia «nera» se non immersi nella luce soffusa, mentre sorseggiano whisky: per intorpidire, ingannare e dimenticare. L’alcol è la pozione magica che permette all’intreccio di sfaldarsi, sfumare e perdere d’importanza, continuando però a essere intrigante ed eccitante, proprio come la realtà quando sale una sbronza. Proprio come durante una sbronza poi quando si sgretola la trama, emergono gli uomini, e nello smarrirsi del senso quasi tutti diventano peccatori, ma a quasi tutti è concessa un’immediata assoluzione, a eccezione di chi sobrio e lontano tira i fili del caos.

Mo Yan lascia che l’alcol esondi tra le pratiche porose del noir, e la sua scrittura realista, ma così infedele al reale, cristallizza in maniera perfetta intorno a un universo narrativo nel quale, come in nessun altro, a un contesto improbabile corrisponde la precisione assoluta nel descrivere la realtà del desiderio. Una scrittura che asseconda le convenzioni del genere e insieme le decostruisce, intrecciando l’affabulazione dalle radici antiche con lo scherzo postmoderno. Relegando il disvelamento del perturbante a ruolo di contorno, mascherato da gioco che da un lato diverte, e dall’altro più va a integrarsi con il resto della struttura più inquieta; come quando nelle notti americane lentamente si scopre dietro un «affare» di tradimenti e collane di giada un sistema di corruzione che coinvolge i vertici della città. Nel noir «classico» è il detective a rivelarci che il mistero è sempre meno surreale e più terreno di quanto sembri. Dopo essere stato e ferito, fisicamente e sentimentalmente, si rialza e riesce a conservare uno scarto morale che lo isola dalla realtà, e gli permette di osservarla e farcela osservare in modo lucido, distinguendo il vero dal falso. In questo noir completamente sotto spirito invece non ci è permesso di conoscere nulla attraverso l’ispettore, e siamo costretti a perderci insieme a lui. Nel paese dell’alcol la pozione non è più stratagemma occasionale, ma si è fatta sistema, e l’inganno è diventato sottile assuefazione a cui si abitua anche chi dovrebbe essere delegato a scoprirlo. Ding Gou’er è troppo immerso nel mondo per poterlo decifrare: non impara nulla dagli errori, beve sempre un bicchiere di troppo e non si ferma a una sola notte di sesso con la femme fatale. La sua morale è la stessa della realtà che lo circonda, e non può sfuggire all’allucinazione collettiva di cui è vittima già dall’inizio al pari degli altri personaggi:

− Di questi tempi gli audaci si riempiono la pancia e i deboli soffrono. C’è una nuvola di soldi nell’aria, basta saperla acchiappare… − Ma allora, − domandò Ding Gou’er, − è vero che a Jiguo si banchetta con carne di bambini? – E il poliziotto: − E che ci sarebbe di male? – Ding Gou’er gli chiese – Tu ne hai mangiata? – E il poliziotto di rimando – Perché tu no? – Quello che ho mangiato io, − disse l’ispettore, − era un bambino falso fabbricato con altri ingredienti −. E il poliziotto: − E come lo sai che non era vero, invece?

E così gli resta soltanto la consapevolezza che se un tempo tutte le strade avevano portato a Roma, oggi in Cina come nel resto del mondo «tutte le fogne conducono alla città dell’alcol». Mentre a chi legge non resta che consolarsi con la sottile e ironica conclusione metanarrativa, in cui Mo Yan entra «direttamente» in scena, e ci ricorda quello che il personaggio di un altro suo romanzo aveva capito dopo essersi reincarnato in asino: che forse l’amore può rendere beata, nello stordimento e anche solo per un attimo, questa misera esistenza di bestie.

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Andrea Mattacheo è dottorando presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino e lavora in ambito editoriale.