Narrativa straniera e Frontiere

In piscina

M—D
Marie Darrieussecq 7 Luglio 2021 10 min

Ci sono ricordi che non si possono cancellare; alcuni, a distanza di anni, assumono un nuovo significato. E sono proprio quelli che, dal passato, tornano per darci il coraggio di lottare. Un racconto inedito di Marie Darrieussecq nella traduzione di Maurizia Balmelli.

Avrebbe dovuto essere una giornata festosa. Andavo in piscina con mio padre e il mio cuginetto. Dovevo avere undici anni perché i miei seni iniziavano appena a spuntare. Mi sembrava di essere l’unica ad accorgersene, un vago accenno di rigonfiamento e soprattutto una sensazione viva, un’emozione: a un tratto, diventavano sensibili. Il torso era ancora piatto ma i miei seni, lo sentivo, esistevano come tali.

Era un’uscita improvvisata, forse dopo un pranzo di famiglia da cui mio padre voleva fuggire. Avevamo solo le cose da spiaggia – pioveva? Ricordo che eravamo alla piscina di Bayonne, il che è un po’ strano, perché la mia famiglia paterna stava verso Biarritz. Era d’acqua dolce, mentre a Biarritz la piscina è d’acqua di mare. Il contesto del ricordo resta indefinito salvo per un dettaglio che non avevo previsto: il mio cuginetto non nuotava bene e, con mia grande delusione, mio padre doveva restare con lui nella vasca piccola, senza potermi seguire dove non si toccava.

Eravamo quindi in piscina con i nostri costumi da spiaggia, cosa che per i maschi non era un problema, ma quando m’infilai il mio, il pezzo sotto di un bikini, mi venne un dubbio. La maggior parte delle donne andava in spiaggia senza il sopra – erano gli anni Ottanta, la costa basca – e le bambine pure, naturalmente. Ma in piscina? Non avevo neanche gli occhialini e gli occhi mi prudevano per il cloro, ma nuotare mi piaceva e me ne dimenticai. Allenavo il mio giovane corpo magro. Mi chiamavano il gamberetto. Facevo parte dell’ASSU, l’associazione sportiva della scuola, campionati di Aquitania cento metri dorso, ciac ciac ciac ciac, le braccia che sfiorano le orecchie, il corpo dritto come un fuso. Nella vasca grande non c’era molta gente, fantasticavo di essere inseguita da uno squalo, con la musica dell’omonimo film in testa, giocavo. Undici anni. L’anno della prima media. Risalivo, ah, con un colpo di reni sulle piastrelle fredde. Sì, quel giorno devo aver nuotato così, come tutti i giorni di piscina, in quel pomeriggio festosamente straordinario perché mio padre era lì, con il mio cuginetto. Andavo da loro nuotando a delfino, ondulazione in apnea il più a lungo possibile, e tornavo verso il bordo opposto, nelle profondità del mio oceano immaginario.

Un bruciore

C’era una banda di ragazzi, un po’ più grandi di me. Prima superiore, forse. Non ci facevo caso. Bastava tenersi cautamente a distanza dai loro tuffi a bomba. Io mi tuffavo da un blocco tutto per me, braccia tese, freccia: esplosione, attraversare d’un fiato la superficie mossa dell’acqua e dell’aria, come la membrana di un altro pianeta. Sott’acqua – sarebbe meglio dire sott’aria – ruotare coi piedi sopra la testa, disdegnando la verticalità, l’acqua, materia magica in cui il corpo non dipende più né dall’alto né dal basso, in cui la gravità è elusa dallo slancio.

A un tratto, sott’acqua, mi circondano. Sono tre o quattro, senza occhialini non vedo bene, mi bloccano nell’angolo della grande vasca. Non capisco. Ho le spalle contro il muro ma all’improvviso sento un altro corpo più grande e più forte insinuarsi alle mie spalle. Batto i piedi per svincolarmi ma fatico a raggiungere l’aria. La superficie, prima scontata, adesso mi sfugge e ora non mi sembra per niente un gioco perché non sono più io a decidere. Un bruciore. I seni, i miei seni. Delle mani sui miei seni. Brucia. Brucia nell’acqua e stritola, una lacerazione sotto la pelle, come un flusso acido che si propaga, violenza, umiliazione. Mani e altre mani. Tutti quanti, a turno.

Giovani baschi come me. Fieri conquistatori, futuri re della feria di Bayonne, campioni di baldorie.

Calci e colpi di reni, acconsentono a liberarmi, sghignazzanti e molto soddisfatti, ridono ancora di me perché scappo laggiù verso mio padre, che intuisce che qualcosa non va. Ricordo ancora il suo sguardo, interrogativo, affettuoso, ma già impacciato, a disagio. All’epoca, i padri delle ragazze non si occupavano delle loro storie. E io ho così tanta vergogna. Cosa posso dirgli? Di cosa posso lamentarmi? È un problema mio, il mio problema di ragazza. Avrei dovuto prevederlo. Avrei dovuto restare sul bordo avvolta nell’asciugamano, sapere che non si fa il bagno con questa tenuta. Il loro gesto è un avvertimento, mi dico dall’alto dei miei undici anni. E mi hanno toccato i seni, i seni! Sono morta di vergogna. Li ho attratti. Li ho provocati. Comprendo l’ordine del mondo, lo assimilo fin sotto la pelle. Questa pelle tonica e fluida che mi riveste è quindi una pelle di ragazza, faccio parte di quella metà dell’umanità, quella di mia madre, delle mie nonne, quei corpi che l’altra metà può agguantare impunemente. E a ripensarci oggi, quarant’anni dopo, vorrei strappargli la loro, di pelle. Ma il femminismo è l’unica militanza che non ha mai ammazzato nessuno. Il femminismo è un’intelligenza, un’alleanza e una pazienza infinita che ancora conserva la speranza in un’altra forma di mascolinità.

Nella grande vasca della cultura maschilista

Negli anni che seguiranno, indosserò un costume molto coprente. Non partecipo più ai campionati; coincidenza o causalità, non ne ho idea. Sono sul chi vive, e non per paura degli squali. Anni dopo, vedo nel metrò questa campagna contro le molestie, zelante, su tre manifesti: uno squalo, un orso e un lupo incombono o ringhiano al di sopra di una donna spaventata. Questi animali così nobili, così valorizzati, non hanno niente della banale realtà di qualche poveretto sghignazzante in una piscina, o del vecchio panzone che un giorno mi toccò il sesso in un vagone strapieno. Ed è alla vittima che si rivolge il messaggio, sempre lo stesso: sii prudente, piccola. Lo squalo non può farci niente, è nato per aggredire. Il lupo, è più forte di lui, ti vuole sbranare. L’orso vuole il suo miele. Sei tu che devi cambiare.

A ripensarci oggi mi brucia ancora, sì, ma per la rabbia.

E così imparavo a nuotare, piccola basca, piccola francese, piccola europea, nella grande vasca della cultura maschilista. Una cultura dominante al punto che negava di esserlo. Una cultura che «amava le donne». Negli anni Ottanta, le ragazze andavano alla feria di Bayonne a loro rischio e pericolo. A undici anni ero troppo giovane per partecipare alla festa, per essere una festayre, ma all’orecchio mi arrivavano storie brutte, di quelle che si mormorano a bassa voce: che idea bere circondata da sconosciuti, che idea rincasare da sola passando dalla pista di alaggio, era fatale, era colpa sua… Oggi le cose vanno un po’ meglio. Accanto ai tradizionali manifesti in rosso e bianco, ne sono comparsi altri con scritto «no è no» in francese e in basco. La formazione dei poliziotti locali è migliorata. La cultura dello stupro viene nominata e denunciata. Si va affermando l’idea che sia più umano – non galante, non protettivo, ma più umano, sì – riaccompagnare una ragazza ubriaca al sicuro piuttosto che farle branco intorno. «Il branco» è il nome che si erano dati intrepidamente cinque stupratori della feria di Pamplona, Paesi baschi spagnoli, nel 2016; la loro condanna per «abusi sessuali» in Spagna aveva scatenato manifestazioni femministe memorabili, e nel 2019 fu fatta giustizia con la riqualificazione del fatto in reato di stupro. I tempi cambiano, su questo pianeta tutto sembra andare di male in peggio salvo – certo, molto lentamente – per le donne. L’impunità resta colossale, ma se le mie figlie di undici e sedici anni vengono molestate per strada, sanno che possono lamentarsene, perché possono nominare la piaga. C’è una parola, quindi forse ci sarà un ascolto. È già un grande progresso. Quando avevo la loro età, il concetto stesso di molestie di strada non esisteva. I fischi erano una specie di canto della natura. Gli uomini sono fatti così, imparavamo sul campo della nostra esperienza femminile: ti seguono, ti interrompono, commentano il tuo aspetto, ti toccano, ti valutano, insistono, ti braccano. Sta a te, ragazza, non uscire sola per strada, o non in quella strada, non con questa tenuta, non a quest’ora. Sta a te, ragazzina, mettere il costume da bagno giusto, e allora vedrai, i maschi ti lasceranno in pace.

«Sono stato un ragazzo anch’io», si difende il nuovo ministro dell’interno nell’ambito di un cosiddetto caso di «favori sessuali». Vorrei dirgli della ragazza che sono stata io. Così, per fare un paragone. Boys will be boys, dico bene? I ragazzi potranno sempre sbattersi le ragazze come si maneggia un oggetto, battersi una mano sulla spalla ridendo insieme, sguazzare nella piscina delle conversazioni virili…? Macron ci rassicura: ha avuto con Darmanin una conversazione «da uomo a uomo». No, non cambiamo niente, continuiamo a fare campagne di prevenzione esclusivamente destinate alle vittime; quanto a modificare il modello dominante, si rischierebbe il crollo del patriarcato, e sarebbe grave, dico bene, viste le condizioni in cui il patriarcato lascia il pianeta?

La storia che ho appena raccontato, la storia della piscina… È una storia banale. La prima aggressione nella mia vita di donna. Succede a tutte le ragazze, a tutte. Tutte le ragazze ne sono costituite. E mi ci vorranno anni per capire, grazie ad altre donne, che non ero io a dover cambiare, ma loro.

× × ×

Traduzione di Maurizia Balmelli.

Prima pubblicazione su «Le Monde», 7 agosto 2020. 

× × ×

Marie Darrieussecq, scrittrice, traduttrice e psicoanalista, è nata nel 1969 a Bayonne. Il suo romanzo d’esordio, Troismi (1996, pubblicato in Italia da Guanda), è stato un vero e proprio caso letterario. Da allora ha pubblicato numerosi romanzi, racconti e opere di non fiction, tra cui Nascita dei fantasmiUna buona madreTom è mortoIl mal di mareRapporto di polizia. Nel 2013 ha vinto il Prix Médicis per il suo romanzo Il faut beaucoup aimer les hommes. Per Einaudi ha pubblicato Il mare sottosopra (2021), selezionato nel 2019 per il Prix littéraire «Le Monde» e il Prix du roman Fnac.

Marie Darrieussecq

Il mare sottosopra


Supercoralli, Einaudi 2021, pp. 176
Traduzione > Maurizia Balmelli

«Un ottovolante di sesso e violenza»

Per molti versi L’arte della guerra zombi è davvero «un ottovolante di sesso e violenza». Ci sono spade da samurai e cock ring nel cassetto, squilibrati maneschi e gatti sfortunati, zombi mangiacervelli e donne affascinanti. C’è un bel po’ di sesso poi. Anche buon sesso. E soprattutto c’è molto da ridere. Anche se, a ben guardare, c’è ben poco da ridere con il mondo che dipinge Aleksandar Hemon. Cos’ha significato per te, gli chiediamo, la scelta del registro comico? Che impatto può avere sui lettori? Ridere addolcisce la pillola? O forse, più amaramente, una risata ci seppellirà tutti?

Leggi di più

Perché tutti parlano di Parlarne tra amici

Il racconto perfetto della generazione millennial? O una storia universale di relazioni complicate? Uno squisito elogio dell’arte della conversazione? Un modernissimo romanzo all’antica? Ecco quello che se ne scrive in giro e perché tutti parlano di Parlarne tra amici.

Leggi di più