Quanti

La rivoluzione è in pausa

V—L
Vincenzo Latronico 26 Aprile 2022 8 min

A un certo punto degli ultimi vent'anni, nelle nostre città come nelle nostre vite si è prodotto un baratto: tra mistero e prevedibilità, tra riconoscimento (uno stile di vita cosmopolita e urbano) e diseguaglianza (uno stile che sempre meno persone potevano permettersi). Il senso da dare a questo baratto - subíto da alcuni, cercato da altri - lo decide chi ne racconta la storia. Un estratto da La rivoluzione è in pausa di Vincenzo Latronico.

Su Google Maps la rivoluzione è ancora in pausa.

Street View è un servizio che permette di percorrere le città strada per strada; nei luoghi coperti, una flotta di automobili con fotocamere e periscopi sul tettuccio batte periodicamente ogni tratto viabile per offrire una versione digitalizzata il piú possibile attuale dell’esperienza di chi cammina in città. Ma anche quando ne vengono scattate di nuove, le vecchie fotografie degli stessi palazzi e incroci restano accessibili, sfogliabili come le stratigrafie di un palinsesto.

È cosí per il fazzoletto di Milano in cui oggi sorgono le torri di appartamenti di lusso note, con un nome forse un po’ altisonante, come «bosco verticale». Cercandole su Google Maps da via Confalonieri, all’incrocio con la via in cui nacque Silvio Berlusconi, la prima immagine che appare è quella delle facciate sfumate dagli spettacolari alberi piantati sui balconi e curati da un team di giardinieri esperti di arrampicata; ma tornando indietro nel tempo si risale alla lenta edificazione delle torri, e dei complessi di uffici intorno (uno dei quali, curiosamente, ospita la sede italiana di Google). Tornando ancora piú indietro quello che oggi è il giardino ai piedi delle torri appare come una distesa di fango e macerie, chiusa da una staccionata da cantiere. Ma c’è un punto in cui la barriera in nylon e rete metallica si salda a un pezzo di muro preesistente; è in mattoni rossi, mezzo diroccato per via delle demolizioni, e da un margine superiore zampilla ancora una cascata di edera, e si distingue una scritta a caratteri neri su un tratto di bianco: «revolution is on hold», dice, la rivoluzione è in pausa.

Quella scritta è un’opera di Tania Bruguera, realizzata per una mostra che si è tenuta nel 2005 a Isola Art Center, un centro per l’arte in una fabbrica abbandonata che ospitava anche un doposcuola, una ciclofficina, una tv di quartiere, un mercato biologico, un bar. La fabbrica in questione, la Stecca degli Artigiani, è stata abbattuta per costruire le torri di lusso visibili oggi sia su Street View che nella realtà. La Stecca, invece, non esiste né nell’una né nell’altra, come su internet esiste molto poco del mondo prima del 2007. Su Google Maps l’immagine piú vecchia risale agli inizi del 2008, quando la Stecca era stata già abbattuta: ne restava solo un brandello di muro perimetrale intorno a una voragine di fango, e sul muro la scritta come un ultimo messaggio dall’aldilà.

Nella foto successiva anche il muro non c’è piú.

«C’è un punto in cui la barriera in nylon e rete metallica si salda a un pezzo di muro preesistente; è in mattoni rossi, mezzo diroccato per via delle demolizioni, e da un margine superiore zampilla ancora una cascata di edera, e si distingue una scritta a caratteri neri su un tratto di bianco: "revolution is on hold", dice, la rivoluzione è in pausa».

Il quartiere Isola è la propaggine piú settentrionale del centro di Milano, schiacciata fra il centro storico e la circonvallazione esterna. Il nome, secondo una dubbia leggenda popolare cementata dal marketing urbano, deriva dal fatto che la zona è accerchiata da scali ferroviari – Garibaldi a sud, Farini a ovest – e solo tre ponti la congiungono al centro.

Piú che un quartiere è una chiazza di città – minuscola rispetto a zone come Testaccio a Roma o Barriera a Torino. Si tratta di una ventina di vie di casamenti di ringhiera o palazzine borghesi di inizio secolo, forse trenta, strette a grappolo intorno a cinque o sei piazzette che due volte a settimana ospitano un mercato rionale. C’è un palazzo famoso di un architetto fascista e un po’ di tracce del liberty milanese, qualche bifora, qualche bovindo, due o tre infiorescenze di stucco fra i timpani alle facciate.

Storicamente operaia, l’Isola era divenuta negli anni Novanta uno dei punti focali dell’immigrazione a Milano. Questo aveva tenuto i valori immobiliari abbastanza bassi perché vi trovassero aria, nell’indifferenza di amministrazione e speculatori, alcuni spazi di alternativa sociale: una casa occupata (Metropolix, sgomberata nel 1999); uno studentato (V33, sgomberato nel 2007); un centro sociale e ostello popolare (Pergola, sgomberato nel 2008); e un aggregato di spazi di quartiere, occupato da un insieme di realtà fra cui i genitori delle due scuole di quartiere, degli artigiani e un gruppo di artisti e filosofi: la Stecca, sgomberata nel 2007.

Io sono arrivato in Isola nel 2006.

Quest’ultima sezione viene da un testo sul cambiamento del quartiere che ho scritto dieci anni fa. Si sente. Nel 2022 non è cambiato solo il mondo che descrive, ma anche il mondo in cui quel mondo viene descritto, il suo orizzonte di senso e possibilità. L’Isola è diventata nota in tutta Italia: il cliché di una trasformazione urbana rapida e scintillante, accompagnata da un racconto della propria identità «creativa» e «locale» – aborro le virgolette ma in certi casi sono inevitabili – tanto onnipresente da risultare insopportabile e urticante. Anche quella trasformazione – che avrebbe poi interessato numerose città in tutto il Paese, e a Milano si è espansa ben oltre la circonvallazione – è diventata famosa, tanto che spesso basta menzionarne il nome per suscitare un fastidio analogo. Quel nome è «gentrificazione», parola la cui frequenza nell’arco di tempo che voglio coprire – fra il 2001 e il 2019 – è cresciuta di 150 volte, passando da un valore analogo al termine «ipotiroideo» a uno analogo al termine «benpensante».

Foto © Maria Vittoria Trovato / Archivio Isola Art Center, 2007.

Foto © Maria Vittoria Trovato / Archivio Isola Art Center, 2007.

Come l’archivio fotografico di Street View, anche questi dati vengono da un servizio di Google. Questa è un’altra cosa che è cambiata, da allora: il digitale, che era già una parte importante della vita, ha finito per fagocitarla completamente. Quando la Stecca è stata abbattuta Facebook ammetteva iscritti solo da certe università anglofone; l’unico servizio di messaggistica istantanea in mobilità era la rete BlackBerry, integrata a un modello di smartphone che aveva una minuscola tastiera meccanica per digitare. La rete di allora in larga misura è sparita. La corruzione del codice, il degrado dei link, la rimozione dei server hanno generato una perdita più rapida e completa di quanto sia accaduto a qualunque tradizione letteraria della storia dell’umanità: dieci anni di blog personali e pagine GeoCities, newsgroup, forum, mailing list, miliardi e miliardi di parole prima ubique e incorruttibili, poi svanite per sempre. Questo suscita, in chi c’era e si guarda indietro, uno strano senso di dissonanza. La panoplia informativa e l’iper-documentazione di ogni minuzia ci hanno abituati a che ogni cosa del reale esista online – in infinite versioni e ripetizioni di sé, immagini e video e annunci sui social. Ma sulla vita intorno al 2006, la zona d’ombra di Google Maps, è disponibile molto poco, quasi niente. Ciò induce a credere che non sia mai esistita.

È anche di questo – oltre che di Isola e di gentrificazione – che vorrei parlare qui.

La «rivoluzione» continua sul Quanto n.13.

× × ×

Vincenzo Latronico (Roma, 1984) è scrittore e traduttore. È l’autore dei romanzi Ginnastica e rivoluzione (2008, vincitore del Premio Giuseppe Berto Opera Prima), La cospirazione delle colombe (2011, vincitore del Premio Bergamo e del Premio Napoli), La mentalità dell’alveare (2013) e Le perfezioni (2022), tutti per Bompiani; e con Armin Linke del saggio Narciso nelle colonie (Quodlibet Humboldt, 2013).

Ha tradotto decine di romanzi e saggi, tra cui, per Einaudi, i libri di Jeff VanderMeer e Adelle Waldman. Ha collaborato con il «Corriere della Sera», «Internazionale», il Post e «frieze».

Vincenzo Latronico

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